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PEBA: a che punto siamo? Dalla norma del 1986 alla sfida delle città davvero inclusive

Pubblicato il 16/04/2026
PEBA: a che punto siamo? Dalla norma del 1986 alla sfida delle città davvero inclusive

di Anna Gagliardi

Consigliere nazionale UNITEL

Sono passati oltre trent’anni dall’introduzione dell’obbligo per i Comuni di dotarsi del PEBA, il Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche. Era il 1986 quando si introdusse l’obbligo di dotarsi del PEBA, introdotto dall’articolo 32, comma 21, della legge 41/86 e integrati con l’articolo 24, comma 9, della legge 104/1992, quando il legislatore tracciava una rotta chiara: rendere progressivamente accessibili gli spazi pubblici, gli edifici e i servizi urbani con strumenti di monitoraggio, pianificazione e programmazione . Una visione, più che una semplice norma. Eppure oggi, guardando lo stato di attuazione, la sensazione è quella di una promessa ancora incompiuta.

Il PEBA è uno strumento che fotografa con precisione tutte le barriere architettoniche presenti in un ambito definito, che può comprendere sia edifici pubblici sia spazi urbani come strade, piazze, parchi, giardini e elementi di arredo. Non si limita però a una semplice mappatura: il piano individua, per ciascuna criticità, possibili soluzioni progettuali di massima e ne stima i costi, offrendo così una base concreta per passare dall’analisi all’azione. In questo senso, il PEBA non è solo un censimento, ma un vero strumento di pianificazione e coordinamento. Per ogni barriera rilevata, infatti, indica il tipo di intervento necessario, i costi associati e il livello di priorità, costruendo una gerarchia chiara delle azioni da intraprendere.

Deve quindi fornire indicazioni semplici e univoche su tre elementi fondamentali:

  • quale problema va risolto e dove si trova;
  • quale soluzione tecnica dovrà essere sviluppata nella fase progettuale esecutiva;
  • quale investimento economico è necessario per superare la criticità.

Il PEBA rappresenta inoltre una guida operativa per programmare gli interventi nel tempo, aiutando le amministrazioni comunali a stabilire le priorità in funzione delle risorse disponibili e degli obiettivi di accessibilità.

La sua attuazione passa attraverso strumenti concreti come il programma triennale dei lavori pubblici, i piani di manutenzione di spazi e percorsi urbani, ma anche tramite accordi operativi e interventi di iniziativa privata. In una prospettiva di lungo periodo, un ruolo strategico è svolto anche dal Regolamento Edilizio Comunale, che può tradurre i principi del PEBA in regole strutturali e permanenti.

E la domanda finale, tutt’altro che secondaria, resta aperta: i PEBA sono obbligatori? Formalmente sì, ma la vera sfida non è tanto l’obbligo in sé, quanto la loro effettiva adozione e, soprattutto, la capacità di renderli strumenti vivi e operativi, capaci di incidere realmente sulla qualità delle nostre città. Molti Comuni non hanno ancora adottato un PEBA aggiornato, altri lo hanno redatto ma non attuato, altri ancora si muovono a macchia di leopardo, tra interventi puntuali e mancanza di una visione strategica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: marciapiedi impraticabili, attraversamenti non sicuri, edifici pubblici difficilmente accessibili, trasporti non sempre inclusivi. Una città fatta di ostacoli invisibili per alcuni, ma concretissimi per molti.

E qui emerge il primo nodo culturale: il PEBA non riguarda “i disabili”. Questa espressione, oltre a essere ormai superata, tradisce una visione riduttiva. L’accessibilità non è una concessione per pochi, ma una condizione di qualità per tutti. Una rampa ben progettata non serve solo a una persona in carrozzina, ma anche a un genitore con passeggino, a un anziano con difficoltà motorie, a chi trasporta un carico pesante. Una segnaletica chiara aiuta chi ha disabilità visive, ma anche chiunque si muova in un contesto urbano complesso.

In altre parole, l’accessibilità è una forma di intelligenza urbana. È la capacità di progettare spazi che accolgono, che non escludono, che semplificano la vita quotidiana. Una città accessibile è una città più vivibile, più sicura, più equa.

E allora perché siamo ancora indietro? Le ragioni sono diverse. Da un lato, una cronica carenza di risorse dedicate e una competizione con altre priorità amministrative. Dall’altro, una sottovalutazione del tema, spesso percepito come secondario o settoriale. Ma c’è anche un tema tecnico: progettare l’inclusione richiede competenze specifiche, aggiornate, trasversali.

Non basta “eliminare barriere” in senso fisico. Serve ripensare gli spazi in modo sistemico, considerando mobilità, orientamento, sicurezza, fruibilità. Serve integrare urbanistica, architettura, ingegneria, ergonomia, sociologia. Serve, soprattutto, una cultura progettuale che metta al centro la persona nella sua diversità.

In questo senso, si fa strada una riflessione sempre più attuale: abbiamo bisogno di tecnici certificati sull’accessibilità? Professionisti formati, aggiornati, capaci di tradurre i principi dell’inclusione in soluzioni concrete e di qualità? La risposta, probabilmente, è sì. Così come esistono figure specializzate per la sicurezza, l’energia o l’ambiente, anche l’accessibilità merita competenze riconosciute e responsabilità chiare.

Ma la questione non è solo tecnica. È anche normativa. La legge del 1986 ha avuto il merito di introdurre un obbligo, ma la sua applicazione è stata spesso debole. Mancano controlli efficaci, sanzioni dissuasive, meccanismi premiali per chi fa bene. Questo porta a un interrogativo inevitabile: servono norme più stringenti per garantire città davvero accessibili?

Il rischio, tuttavia, è quello di pensare che basti un obbligo in più per risolvere il problema. Le norme sono necessarie, ma non sufficienti. Senza una reale volontà politica, senza una cultura diffusa dell’inclusione, senza il coinvolgimento attivo delle comunità, anche le migliori leggi rischiano di restare sulla carta.

Forse la vera sfida è un’altra: passare da una logica di adempimento a una logica di progetto. Non fare il PEBA perché “bisogna farlo”, ma perché è uno strumento strategico per migliorare la città. Non intervenire solo quando c’è un finanziamento disponibile, ma costruire una programmazione pluriennale, integrata, monitorata.

In questo percorso, il ruolo degli enti locali è centrale, ma non esclusivo. Le associazioni, gli ordini professionali, il mondo accademico, le organizzazioni come Unitel possono e devono essere protagonisti di un cambiamento culturale e operativo. Formazione, condivisione di buone pratiche, supporto tecnico: sono tutti tasselli fondamentali per i Comuni.

Alla fine, la domanda da cui siamo partiti torna con più forza: a che punto siamo? La risposta è complessa. Siamo avanti nelle norme, ma indietro nell’attuazione. Siamo consapevoli dell’importanza del tema, ma non ancora abbastanza coerenti nelle azioni. Siamo capaci di esempi virtuosi, ma non ancora di sistema.

Eppure, la direzione è chiara. Una città accessibile non è un’utopia, ma una scelta. Una scelta che riguarda tutti, perché tutti, in momenti diversi della vita, possiamo trovarci in una condizione di fragilità.

Costruire città “a misura di tutti” non è uno slogan, ma un progetto politico, tecnico e culturale. Il PEBA può essere uno degli strumenti più efficaci per realizzarlo, a patto che venga preso sul serio. Non come un documento da archiviare, ma come una mappa viva, capace di guidare trasformazioni concrete.

E qui si inserisce un ultimo pensiero, che è anche un invito. Ai tecnici comunali, che ogni giorno operano spesso lontano dai riflettori ma al centro delle decisioni che contano davvero, sono loro le prime sentinelle del territorio, gli interpreti silenziosi della qualità urbana, coloro che trasformano norme e indirizzi in marciapiedi, percorsi, edifici, spazi vissuti.

A loro è affidata una responsabilità che va oltre il rispetto delle prescrizioni: dare forma concreta al diritto di tutti di muoversi, vivere e partecipare. Non è solo progettazione, è costruzione di cittadinanza.

La competenza dei Tecnici degli enti locali, unita alla sensibilità, ha un effetto che spesso non si misura nei capitolati ma nella vita quotidiana: genera comunità diverse, più aperte, più accessibili, più umane. Comunità in cui la diversità non è un problema da gestire, ma una ricchezza che produce benessere diffuso e una migliore qualità della vita per tutti.

Ogni dettaglio progettato con attenzione, ogni barriera evitata prima ancora di nascere, ogni scelta orientata all’inclusione è un passo verso città migliori.

E in fondo, è proprio lì che si misura la qualità del lavoro dei tecnici comunali: nella capacità di non lasciare indietro nessuno.

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N.B. Gli articoli pubblicati su questo sito riflettono le opinioni personali degli autori e non rappresentano necessariamente il punto di vista dell'UNITEL - Unione Nazionale Italiana dei Tecnici degli Enti Locali. I contenuti sono a scopo puramente informativo e non costituiscono consulenza professionale. L'autore non si assume alcuna responsabilità per eventuali errori, omissioni o danni derivanti dall'uso delle informazioni contenute negli articoli.

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