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La tutela dell’edilizia storica “minore” e la necessità di un unicum normativo.

Pubblicato il 27/08/2021
La tutela dell’edilizia storica “minore” e la necessità di un unicum  normativo.

Articolo di Carla Lanza*

 

“Se per i beni oggetto di tutela la preoccupazione è quella di individuare il regime vincolistico e applicare l’iter procedurale corretto per le necessarie autorizzazioni, le aree che presentano beni architettonici non considerati di interesse pubblico, poiché non sufficientemente significativi o non sufficientemente antichi, rischiano una drammatica perdita dei caratteri identitari.”

 

Il grande seguito riscosso dalle agevolazioni previste all’interno del Decreto Rilancio vanta il merito di aver posto le basi di una importante renovatio urbis dal punto di vista energetico-strutturale; tuttavia, ha anche messo in luce la complessità di operare all’interno dei centri storici. L’edilizia storica è attualmente composta da beni architettonici che sono oggetto di tutela diretta (ai sensi del “Codice dei beni culturali e del paesaggio” * e del “Testo Unico del 1999” **), in quanto considerati testimonianze dell'identità e della storia delle istituzioni pubbliche, collettive o religiose*** e da beni sottoposti a vincolo indiretto in quanto ubicati in relazione spaziale con il bene oggetto di tutela. Oltre al regime vincolistico legato al Codice, quando si affronta il tema della tutela del tessuto edilizio storico, la materia legislativa è estremamente eterogenea: esistono centri storici interessati da piani di recupero, piani del colore, vincoli apposti dal PRG o schede metaprogettuali dello stesso.Non esistono linee guida generali di intervento soprattutto in tutela dell’edilizia storica minore e diffusa: a tal fine a Novembre del 2018 l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli ha avanzato una Proposta di legge in materia di tutela dei centri storici, dei nuclei e dei complessi edilizi storici: questa spicca per la volontà di estendere il concetto di interesse a tutti i complessi edilizi risultanti dal catasto del 1939 e a tutti gli edifici storici rilevanti per caratteristiche architettonico-tipologiche.


Nel caso del tecnico chiamato ad applicare il Superbonus, sono emerse non poche difficoltà operative in caso di edifici tutelati; il Ministero della Cultura con la circolare 4/2021 ha provveduto a chiarire la necessità di identificare il regime vincolistico vigente e di escludere la piena eseguibilità del cappotto esterno a meno che l’incremento di spessore non alteri le caratteristiche architettoniche, morfo-tipologiche, dei materiali e delle finiture esistenti. Viene inoltre rammentato che possono esistere casi di doppia tutela ovvero può essere necessaria autorizzazione del Ministero ai sensi del Codice dei beni culturali e autorizzazione paesaggistica ai sensi del D.P.R.31/2017; in questo caso è prevista una semplificazione: l’interessato può presentare un’unica istanza.

Un notevole intervento di sistematizzazione della materia normativa compare nel Regolamento introdotto dal D.P.R. 13/2/2017, n. 31, in cui sono indicati gli interventi e le opere non soggetti ad autorizzazione paesaggistica, nonché le categorie di interventi di lieve entità assoggettati a procedimento semplificato, caratterizzato da uno snellimento dell’iter procedurale. Per lieve entità si intende un impatto paesaggistico contenuto, mentre per quelli di impatto paesaggistico significativo si applica la procedura ordinaria regolamentata dall’art. 146 del Codice.

Se per i beni oggetto di tutela la preoccupazione è quella di individuare il regime vincolistico e applicare l’iter procedurale corretto per le necessarie autorizzazioni, le aree che presentano beni architettonici non considerati di interesse pubblico, poiché non sufficientemente significativi o non sufficientemente antichi, rischiano una drammatica perdita dei caratteri identitari. Allo stato attuale, a seguito delle numerose adesioni al Superbonus, il rischio più grande è legato all’applicazione del cappotto termico o del cappotto armato con l’effetto retroattivo di uniformare brani di tessuti urbani. Sono maggiormente esposti a questo rischio i beni architettonici caratterizzati da muratura a vista, avendo questa tecnica costruttiva una sua tipicità e anche un insieme di valori immateriali legati alla storia del materiale da costruzione, alla memoria del luogo, al suo odore, alla percezione tattile.

Più che di edilizia storica minore si dovrebbe parlare di edilizia caratteristica, rendendo più labile il confine indicato con il 1945, data che segna il limite della tutela paesaggistica. Un modo per tagliare il nodo di Gordio in questo eterogeneo panorama sulla tutela dei tessuti urbani potrebbe essere rappresentato da tre fasi:

  1. un censimento dei beni architettonici caratteristici ad ampio raggio;
  2. una catalogazione di questi in macro-casistiche analoghe per caratteristiche peculiari;
  3. la proposta di un unicum normativo, articolato nei vari casi, atto ad evitare interventi acritici di manutenzione o trasformazione del tessuto edilizio.

Ciò consentirebbe, pur mantenendo la subordinazione alle autorizzazioni ministeriali, di tracciare linee guida di riferimento relative all’applicazione degli interventi sull’esistente in relazione al caso analizzato, introducendo anche una sorta di tassonomia dell’edilizia caratteristica. Poiché nulla permane immutato nel tempo, è necessario garantire la trasformazione dei complessi edilizi ma nel rispetto dei caratteri identitari: “…la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre…”****.


* D.Lgs. 42/2004
** D.Lgs. 490/1999
*** art.13, D.Lgs. 42/2004
**** Italo Calvino, Le città invisibili. Verona: Mondadori, 2002, p. 10-11

 

 

Articolo dell'Architetto Carla Lanza. Per maggiori informazioni: https://www.linkedin.com/in/carla-lanza-bba3a044/

 

 

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