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Vestibulum: ritorno al futuro

Pubblicato il 21/06/2021
Vestibulum: ritorno al futuro

Lo spazio intermedio tra la pubblica strada e l’atrium, il cuore della domus

All’università, nei corsi di storia dell’Architettura, ci è stato insegnato che in passato per fare fronte all’emergenza sanitaria alla scala urbana sono state date risposte di carattere urbanistico ed edilizio: si pensi ai boulevard parigini di Haussmann, oppure alle prime leggi italiane urbanistico-edilizie (legge 20 marzo 1865, n. 2248) con le quali si è cercato di dare risposta ai problemi d’igiene sanitaria e ordine sociale. Risposte che hanno segnato, nel bene e nel male, gli spazi urbani delle nostre città a partire dalla metà del XIX secolo.

Alla scala architettonica è emblematica l’esperienza di Le Corbusier, che per trovare una soluzione semplice e concreta all’emergenza abitativa che seguì alla tragedia del primo conflitto mondiale inventò la “Maison Dom-Ino”, l’archétipo della struttura in calcestruzzo armato che diverrà nel Novecento il riferimento, anche questo nel bene e nel male, per molta della produzione edilizia diffusa. Ora la storia si ripete: l’umanità è preda di una spaventosa calamità sanitaria e i tecnici che operano nel settore edile sono chiamati a fare la loro parte per fronteggiare l’emergenza.

Il Covid ha già prodotto effetti significativi sul mercato immobiliare, spostando, già dopo il primo lockdown, l’interesse sulla richiesta dei trilocali di oltre il 40%, secondo l’”Osservatorio Immobiliare Nomisma” e ciò è facilmente spiegabile con l’esigenza di avere più ambienti isolati all’interno delle unità immobiliari per gestire al meglio le attività di smart-working e Didattica a Distanza (DAD). È chiaro che questo impatto determina la necessità di un ripensamento tipologico e distributivo degli edifici, privilegiando la ricerca di una pluralità di sub-ambienti distinti che consentano lo svolgimento simultaneo di attività distinte e spesso tra di esse confliggenti. All’esigenza di isolamento funzionale tra gli spazi interni alle unità immobiliare si unisce il bisogno di isolamento sanitario con l’ambiente esterno, considerato sempre più aggressivo (e, aimè, non solo per il Covid). Fino a ora la mediazione tra esterno e interno negli edifici, in condizioni normali, è stata affidata esclusivamente ad alcuni elementi tipici degli ingressi: le porte automatiche girevoli degli alberghi, per la mitigazione termica; la “vasca lavapiedi” per la disinfezione antimicotica all’entrata delle piscine; il sistema di sanificazione ambientale nei plessi ospedalieri etc.

L’attenzione dei progettisti sul come mediare le condizioni ambientali tra l’interno e l’esterno è stata rivolta soprattutto alle situazioni estreme: si pensi agli spazi filtro, i cosiddetti “Airlock”, che consentono agli operatori dei sommergibili ovvero agli astronauti di passare dalle condizioni ambientali confinate a quelle esterne.

Certo, è evidente che il Covid, per fortuna, non possa trasformare l’ambiente naturale in cui viviamo in un ambiente che non è il nostro, come l’acqua o il vuoto spaziale, ma ci costringe a ripensare meglio gli ambienti filtro, utilizzando negli spazi domestici e lavorativi soluzioni fino ad ora destinate solo ad ambienti specifici. Non è di certo questo articolo a potere fornire soluzioni ai problemi fin qui esposti, tanto meno riguardo a possibili proposte architettoniche, di natura tipologica, distributiva o di “interior design” che s’inquadrano, come si direbbe nel linguaggio della prevenzione incendi, nell’insieme dei “sistemi passivi”; può essere utile, invece, ricordare che esistono già dei “sistemi attivi” collegati alle operazioni di pulizia, disinfezione, disinfestazione, derattizzazione e sanificazione così come disciplinate dal DM 247/1997.

In modo particolare, per quanto attiene alla sanificazione, il citato DM all’art. 1, c. 1 lett “e” precisa che: “sono attività di sanificazione quelle che riguardano il complesso di procedimenti e operazioni atti a rendere sani determinati ambienti mediante l’attività di pulizia e/o di disinfezione e/o di disinfestazione ovvero mediante il controllo e il miglioramento delle condizioni del microclima per quanto riguarda la temperatura, l’umidità e la ventilazione ovvero per quanto riguarda l’illuminazione e il rumore".

È utile soffermarsi sulla differenza tra queste diverse attività che concorrono a rendere gli ambienti più sani e sicuri. La progressione va dal livello più basso di intervento, la pulizia, destinata a rimuovere le impurità macroscopiche, alla igienizzazione, che è un livello intermedio tra la pulizia e la disinfezione finalizzata, invece, a rimuovere gli agenti patogeni (virus, batteri, ecc…). Va sottolineato che solo la sterilizzazione elimina totalmente qualsiasi microrganismo, mentre la sanificazione riduce la carica microbica fino a un livello considerato di sicurezza. Quale livello di sicurezza? A chi spetta dare la risposta?

Tenere gli spazi confinati sempre più isolati dagli spazi esterni pone, quindi, interrogativi non solo ad Architetti e Ingegneri, ma a sociologi, medici, psicologi o altri ancora. Il concetto stesso di quarantena, di isolamento, di esclusione confligge con i valori etici dell’inclusione, della condivisione, dell’integrazione sociale. Ecco allora che i progettisti sono chiamati all’arduo compito di trovare soluzioni, di concerto con i sociologi e gli psicologi, che diano risposte alle istanze di sicurezza ma non a detrimento dei valori conquistati dalla nostra società. E cosa dire dell’incremento dell’uso di sistemi di sanificazioni ambientale? Cosa determinerà questo nel tempo? Potranno esserci degli effetti patologici o di
attenuazione della capacità di risposta immunitaria individuale?

Sarà compito dei progettisti dunque trovare soluzioni degli spazi filtro che non si limitino ad essere dei contenitori di apparecchiature disinfettanti, più o meno efficaci, ma che rappresentino un vero e proprio “spazio di mezzo”, o, come si suole dire nel linguaggio della pianificazione, una “buffer zone”, tutta da pensare.

Intanto, però, non sembra essere proprio fuori luogo osservare come l’attuale situazione descritta ci porti a un’idea di rapporto tra spazio privato e pubblico che assomiglia alla concezione antica del “Vestibulum”, cioè lo spazio intermedio tra la pubblica strada e l’atrium, il cuore della domus. È interessante anche notare come il termine Vestibolo sia usato tanto in architettura quanto in medicina, con il significato mutuato dal linguaggio anatomico con cui si indica ogni cavità dell’organismo che funge da accesso ad un’altra cavità o ad un condotto, come la bocca o la laringe. Proprio gli spazi anatomici preferiti dal virus per entrare nell’organismo umano.

Resta fermo, comunque, che qualsiasi teoria di gestione degli spazi, soprattutto quelli confinati sulla terra e non sotto i mari o nello spazio, deve fare i conti con la dura realtà della vita di tutti i giorni. Diceva Phyllis Ada Driver, un’attrice statunitense: “Pulire la casa mentre i figli stanno ancora crescendo è come spalare il marciapiede prima che smetta di nevicare”. Facciamo i conti con la realtà, dunque, ma facciamo anche in modo che nella realtà ci si possa vivere al massimo grado di sicurezza, con nuove soluzioni tecniche ma anche con norme (penso al Regolamento Edilizio, ad esempio) che disciplinino in modo adeguato e aggiornato il tema della sanificazione.

 

Intervento di Maurizio Russo - Dottore di ricerca e Funzionario del Servizio Urbanistica di Città metropolitana di Roma Capitale - apparso nell'ultimo numero de "Il nuovo Giornale di UNITEL". Per maggiori informazioni: Il nuovo giornale dell'Unitel N. 1/2021 | Unitel

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