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Comuni poco attrattivi? Mondo reale contro filosofia della Pubblica Amministrazione.

Pubblicato il 11/10/2025
Pubblicato in: Articoli
Comuni poco attrattivi? Mondo reale contro filosofia della Pubblica Amministrazione.

Il riconoscimento della dignità dei lavoratori dei Comuni italiani passa attraverso la valorizzazione del loro servizio, anche a livello economico.

di Claudio Esposito

presidente nazionale UNITEL

Da tempo si rincorrono notizie sulla “fuga” dagli Enti Locali, in particolare dai Comuni, non più attrattivi come in passato, nonostante la leggenda del “posto fisso”, dove si lavora poco, si hanno moltissimi diritti e poche responsabilità e si guadagnano stipendi da favola.

La realtà ben diversa dal sentire comune, peggiorata negli ultimi anni, ci racconta di uffici perennemente sotto organico, di carichi di lavoro sempre maggiori, di altissime responsabilità, civili e penali, soprattutto a carico di quelle figure professionali, come quelle tecniche, più specializzate che si occupano di pratiche ad alta potenzialità di contenzioso e di controllo da parte della magistratura civile, penale e contabile.

Una situazione alla quale i diversi Governi, dopo un periodo di negazione del problema, aggravato da riforme inefficaci e da vere e proprie campagne “contro” il dipendente pubblico, hanno tentato di porre rimedio con “pannicelli caldi”, come campagne promozionali (ricordiamo lo spot “Posto fisso – Posto figo”); equiparazione contributiva tra i vari Enti (con costi, però, a carico dei Comuni, chiamati a scegliere tra nuove assunzioni e aumenti – miseri – di stipendio ai dipendenti in servizio); nuovi sistemi concorsuali e di progressione interna.

In tutto ciò poca voce è stata data a chi, nei Comuni, ci lavora, preferendo affidarsi alla filosofia della P.A. come “straordinaria macchina di opportunità e competenze” che necessita di essere raccontata con un linguaggio nuovo, più attrattivo verso le nuove generazioni, in modo da convincere le giovani leve ad investire le loro competenze all’interno degli enti comunali.

Questo edulcorare la realtà dei fatti si scontra con la dura realtà di una macchina amministrativa che, soprattutto negli Enti a più stretto contatto con i cittadini – i Comuni – fatica a sostenersi; con professionisti, spesso con altissime competenze, la cui scelta di mettere a servizio del Paese il loro sapere, costruito sull’esperienza, lo studio ed il continuo aggiornamento, viene quotidianamente mortificata da norme contraddittorie, stipendi inadeguati, riconoscimenti nulli.

E a chi, populisticamente, afferma che che si può sempre cambiare lavoro, e magari contemporaneamente propone fantomatici snellimenti di procedure, utilizzi di intelligenza artificiale, formazione continua obbligatoria su piattaforme che propongono corsi inutili, rispondiamo che se si vuole avere una Pubblica Amministrazione al passo con i tempi occorre, prioritariamente, riconoscere, anche economicamente, il valore che si trasfonde nel proprio lavoro.

Si lavora per vivere, non si vive per lavorare. E i pur notevoli sacrifici che tanti impiegati comunali affrontano quotidianamente non permettono di vivere con tranquillità.

I numeri, d’altra parte, parlano chiaro: Lo stipendio netto di un dipendente comunale che rientra nell'area operatori è di circa 1250 euro netti mensili; per l’area istruttori è di circa 1.400 euro netti al mese e per l’area funzionari ed elevata qualificazione sono circa 1.600 euro netti al mese.

Somme che vedono qualche incremento solo grazie al “buon cuore” delle amministrazioni, che possono decidere di erogare qualche centinaio di euro in più all’anno per le indennità di risultato.

Retribuzioni anacronistiche che portano ad allontanarsi dai Comuni a favore di Enti che pagano di più, con minori responsabilità, o a spendere la propria professionalità nel privato.

E questo non accade solo per i giovani, ma anche per tanti che, dopo anni spesi negli uffici comunali, decidono di “mollare la spugna” per una qualità della vita migliore.

Papa Francesco, nella sua omelia del 1 maggio 2020, affermava “Ogni ingiustizia che si compie su una persona che lavora è calpestare la dignità umana; anche la dignità di quello che fa l’ingiustizia…” e chi, ad ogni livello, tratta la dignità dei lavori pubblici come un costo e non un valore, ha responsabilità enormi, che si riverberano sull’immagine stessa della Pubblica Amministrazione e che non possono essere nascoste da elucubrazioni filosofiche sulla valenza di un servizio che viene, quotidianamente, mortificato.

Non sarà solo questione di soldi, è vero, ma è comunque un primo, necessario, passo per riacquistare una dignità perduta, e non per colpa dei lavoratori.



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