di Anna Gagliardi *
C’è una parola che più di altre descrive il tecnico comunale di oggi: factotum.
Non è un giudizio, è una constatazione. È la fotografia di una realtà complessa, spesso pesante, talvolta scoraggiante. Il tecnico comunale è chiamato a essere progettista, controllore, responsabile del procedimento, interprete di norme in continuo mutamento, mediatore con la politica, interlocutore dei cittadini, gestore di emergenze. Sempre più spesso anche qualcosa di simile a un manager, senza però avere né il tempo né gli strumenti che quel ruolo richiederebbe.
Questo quadro diventa ancora più evidente se lo si osserva attraverso la lente degli oltre 8.000 Comuni italiani. In questo mosaico di realtà piccole e piccolissime, fare il tecnico comunale non è solo un mestiere: è un presidio territoriale autentico, talvolta l’unico rimasto per altro. In molti enti locali, il tecnico comunale rappresenta l’ultimo baluardo di competenza pubblica stabile, il punto di riferimento quotidiano per amministratori, cittadini e imprese.
È a lui che si rivolge la “signora Maria” per un problema apparentemente piccolo, ma decisivo per la sua vita quotidiana. Ed è sempre lui che, magari nello stesso giorno, deve gestire procedure complesse, gare articolate, affidamenti e interventi strategici legati al PNRR. Dal dettaglio umano più semplice alle operazioni più sofisticate, spesso senza rete, spesso senza supporti adeguati.
In questo scenario il tecnico comunale svolge anche un ruolo cruciale e troppo spesso sottovalutato: è il punto di unione tra il mondo pubblico e quello delle imprese. È il tecnico che rende concreti gli indirizzi politici, che traduce le regole in opportunità operative, che accompagna le imprese e i cittadini, dentro un sistema normativo complesso e in continua evoluzione. Senza questa funzione di mediazione competente, lo sviluppo resta un’intenzione, non diventa realtà.
I tecnici degli enti locali sono, a tutti gli effetti, una leva fondamentale per lo sviluppo del Paese. Dove il tecnico è preparato, sostenuto e messo nelle condizioni di operare, i territori funzionano, gli investimenti prendono forma, le imprese trovano interlocutori affidabili. Dove invece il tecnico è lasciato solo, sovraccarico e demotivato, tutto clamorosamente rallenta…
Eppure, a fronte di tutto questo, il riconoscimento fatica ad arrivare. Non è solo una questione economica o contrattuale. È una questione di considerazione, di fiducia, di percezione del valore. Molti tecnici comunali si sentono indispensabili e allo stesso tempo invisibili, caricati di responsabilità enormi ma lasciati soli quando le decisioni diventano difficili.
Dietro i numeri, dietro le statistiche, ci sono prima di tutto le persone.
Sono le persone che fanno la differenza, sempre! Sono le persone che costruiscono la comunità e la proteggono con la loro professionalità, spesso in modo silenzioso. Gran parte del lavoro dei tecnici comunali è un lavoro sotterraneo, che non si vede, che non fa notizia. Non viene percepito da chi, all’esterno, constata semplicemente che “le cose funzionano”, anzi se ne accorgono solo quando le cose non funzionano. Ma se funzionano, è proprio grazie a quel lavoro invisibile.
La solitudine professionale nasce anche da qui: dal dare molto senza ricevere quasi nulla in cambio, se non nuove responsabilità. Una solitudine che si accompagna alla stanchezza, alla frustrazione, alla sensazione di attraversare una notte buia senza una luce vicina.
In questo contesto, il “abbiamo sempre fatto così” non è più una tradizione rassicurante. Diventa un rifugio fragile, che non protegge davvero. Il mondo cambia, i territori cambiano, le imprese cambiano. E il tecnico comunale è chiamato a cambiare con loro, senza essere accompagnato.
Oggi non basta più essere ottimi conoscitori delle norme o esecutori impeccabili. Il tecnico comunale è chiamato a sviluppare una consapevolezza manageriale, a governare processi, tempi e risorse, a valutare rischi, a dialogare con soggetti pubblici e privati, a gestire business plan complessi, a parlare di energia, di aree idonee senza conoscerne fino in fondo il significato. Non per ambizione personale, ma per continuare a garantire un servizio serio e credibile ai territori.
Questo percorso non è semplice. Richiede formazione, confronto, energia. Ma soprattutto richiede di non essere lasciati soli.
Ed è qui che Unitel sceglie di stare, con chiarezza, dalla parte delle persone. Prima ancora che dei ruoli, Unitel mette al centro i tecnici comunali come individui, come professionisti, come comunità. Unitel lavora per non lasciare nessuno solo nella “notte” più difficile di questo mestiere. Vuole offrire strumenti, competenze, occasioni di crescita, ma anche ascolto e condivisione. Perché una comunità professionale esiste, solo se riconosce il valore umano di chi ne fa parte.
Da qui nasce anche un appello, rispettoso ma fermo, rivolto al Ministro per la pubblica amministrazione: si occupi anche dei tecnici degli enti locali. Oggi rappresentano l’anello più debole della catena istituzionale, ma sono, paradossalmente, la parte più forte per il sistema delle imprese e per lo sviluppo concreto del Paese. Investire su di loro significa investire sui territori, sulla fiducia tra pubblico e privato, sulla tenuta stessa delle comunità locali partendo dal basso.
La buona notizia è che non si parte da zero. Nei Comuni italiani esistono competenze straordinarie, dedizione silenziosa, senso del dovere. Metterle in rete, riconoscerle, proteggerle è una responsabilità collettiva. Il futuro della pubblica amministrazione locale allora passa anche da qui: dalla capacità dei tecnici comunali di fare comunità, di riconoscersi, di restare uniti. Perché continuare a lavorare bene, oggi, non è rassegnazione. È un atto di responsabilità profonda.
E farlo insieme, con il supporto di Unitel, è una scelta di speranza concreta.
Perché anche nella notte più buia, non si vince da soli.
Ma insieme, sì. Ti aspettiamo allora in Unitel.
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