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Le centrali uniche di committenza: da obbligo ad opportunità

Pubblicato il 17/09/2021
Le centrali uniche di committenza: da obbligo ad opportunità

È necessario un nuovo impulso per le Centrale Uniche, ovvero rendere l’adempimento comunitario vera e propria “materia viva”, considerato che lo strumento, testato operativamente da chi opera di fatto nel mondo degli appalti, contiene in se grandi potenzialità. Unitel è convinta che bisogna continuare a investire e crescere in questa direzione.

 

L’approvazione del nuovo Codice dei Contratti di cui al Decreto Legislativo 50/2016 entrato in vigore il 19 aprile del 2016 ha istituzionalizzato la figura della “Centrale Unica di Committenza” precedentemente introdotta nell’art. 33, comma 3.bis del D.lgs 163/2006 (Codice dei Contratti abrogato con l’entrata in vigore del D.lgs 50/2016). La figura delle Centrali Uniche di Committenza è introdotta dalla normazione comunitaria, mutuandola dall’esperienza tedesca, infatti già nella Direttiva 2004/18/CE sugli Appalti Pubblici si segnalava l’esperienza positiva di alcuni stati sulla sua funzionalità, con l’approvazione della nuova Direttiva Appalti 2014/24/UE, il tema della centralizzazione è stato affrontato con maggior attenzione, ponendo come obiettivo all’aggregazione della domanda da parte dei committenti pubblici quale il miglior mezzo per ottenere economie di scala, nonché un miglioramento e una maggior professionalità nella gestione degli appalti.

La struttura delle Centrali Uniche di Committenza trova la sua definitiva ufficializzazione nel nostro sistema legislativo nell’articolo 3, comma 1, del D.Lgs. 50/2016, rubricato “Definizioni” dove questa viene definita come un’amministrazione aggiudicatrice o un ente aggiudicatore che forniscono attività di centralizzazione delle committenze e, se del caso, attività di committenza ausiliarie. A partire dal 2016 quindi, in considerazione che per le stazioni appaltanti prive della necessaria qualificazione ai sensi dell’articolo 38 del D.Lgs. 50/2016, non era più possibile procedure all’appalto di lavori, servizi e forniture di importo superiore alle soglie previste dal comma 1 dell’art. 37 del richiamato Codice se non ricorrendo, tra l’altro, a centrali di committenza, le amministrazioni hanno iniziato a sottoscrivere delle Convenzioni al fine di costituire delle Centrali Uniche di Committenza che, se in alcuni casi soprattutto all’inizio è stato un escamotage per aggirare la legge al solo fine di poter continuare ad operare in autonomia, nella stragrande maggioranza delle “aggregazioni”, ha modificato radicalmente l’approccio alla gestione dell’appalto, creando strutture ben organizzate, dotate di idonei sistemi informatici per la gestione telematica dei procedimenti e con personale che nel tempo si è formato e specializzato.

Le deroghe e le semplificazioni introdotte nell’ultimo anno, tendono in qualche modo a voler arrestare il processo di crescita e formazione delle Centrali Uniche di Committenza e con esso tutto il lavoro posto in essere da quei soggetti che avevano creduto e condiviso l’idea di introdurre uno strumento innovativo nella PA che, insieme alla digitalizzazione delle procedure di gara, ha fatto fare un salto di qualità di notevole portata alla Pubblica Amministrazione in cui effetti, dopo il lungo processo di crescita delle C.U.C., iniziano adesso a palesarsi. In effetti con l’approvazione del DL 32/2019 (c.d. sblocca cantieri) ci si sarebbe aspettata una sostanziale battuta d’arresto del ruolo svolto dalle Centrali Uniche di Committenza e, se questo corrisponde al vero per alcune soglie di appalto, si registra invece nonostante le tante deroghe introdotte, una concreta e costante attività delle “aggregazioni” nello svolgimento delle procedure di gara, le stazioni appaltanti, soprattutto quello meno strutturate, continuano a rivolgersi alle C.U.C. e ad investire nel ruolo che le stesse svolgono.

 

Questi dati ed informazioni non scaturiscono da tabelle studi o ricerche di mercato, ma dalla mera attività di aggregazione che l’UNITEL svolge quotidianamente, i colleghi che con le amministrazioni locali hanno investito nelle “aggregazioni”, continuano a credere nella validità di un progetto in cui in questi ultimi cinque anni sono cresciute professionalità e sono maturate esperienze che diversamente in molti Enti locali non si sarebbero mai potute fare, per dimensioni, per carenza di personale, nonché per il sovrapporsi di compiti e funzioni che nei comuni gravano quasi sempre sugli uffici tecnici.

 

Le Centrali di Committenza quindi, nate in una fase iniziale per esigenze normative (obbligo), possono diventare oggi un’opportunità. L’occasione può essere proprio il processo in atto di trasformazione del Codice degli appalti, alcune norme introdotte dal decreto legge 76/2020 poi riproposte dal più recente decreto legge 77/2021, quali ad esempio quello di restituire spazi discrezionali alla PA negli affidamenti, ha consentito alle stazioni appaltanti di «procedere all’affidamento diretto» di contratti per servizi, forniture e lavori incrementandone la soglia al di sopra quella dei 40 mila; questo ha sicuramente velocizzato i processi di spesa, ma per modernizzare il sistema degli appalti occorre rafforzare la qualificazione delle stazioni appaltanti, che soprattutto negli Enti locali deve convergere sulle “aggregazioni”, magari prevedendone un rafforzamento strutturale (C.U.C. costituite su base demografica complessiva degli Enti aderenti non inferiore a 20.000 ab.) ma agevolandone i processi di specializzazione.

 

Intervento di Antonio Dolce - Coordinatore Comitato Scientifico Lavori pubblici ed espropri - apparso nell'ultimo numero de "Il Nuovo Giornale dell' UNITEL". Per maggiori informazioni: https://www.unitel.it/notizie/nuovo-giornale-unitel/online-il-nuovo-trimestrale-unitel

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