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A qualcuno piace tiepido: ancora a proposito dei permessi retribuiti ad ore

Pubblicato il 03/12/2008
Pubblicato in: Appalti
R. Nobile (La Gazzetta degli Enti Locali 21/11/2008) - Maggioli Editore

 

1.  Introduzione
Siamo certi che puntualizzare come stiano le cose quando si parla di assenze dal servizio può non piacere. Sfortunatamente l’esegesi del diritto non è tenuta a considerare simili lepidezze.
Come dire: la carineria si confà ad altro; forse alla commedia dell’arte. Essere carini è cosa buona. Si può essere carini anche quando si dice di no? E chi dice di no è sempre e solo poco carino?
Fuori di metafora, noi riteniamo che faccia parte di ogni rapporto che pretende di essere serio anche saper dire di no. Sottolineandolo, se occorre. L’affettività non ne è vulnerata. Anzi. Essa si rafforza e si corrobora.
Noi di recente abbiamo detto di no all’utilizzazione ad horas dei permessi previsti dall’art. 19, comma 2, del C.c.n.l. 6.7.1995. E lo abbiamo fatto con decisione come è nostro costume.
Esattamente come avremmo detto di no all’utilizzazione delle ferie ad ore piuttosto che alla possibilità di autocertificare lo stato di malattia per un solo giorno, per giustificare l’assenza dal servizio evitando la produzione della refertazione medica.
Qualcuno si chiederà le motivazioni della citazione di consimili amenità. La risposta è ovvia: per cambiare è necessario ricordare con franchezza da dove veniamo. Come dire: il futuro non si imposta correttamente se non si tiene conto della propria storia.
Ed ora senza indugio guardiamo alla normativa. Cosí: per non tradire l’aspettativa dei lettori che sono abituati alla citazione delle norme ed alla corroborazione delle opinioni. Che – vogliamo rammentarlo – sono sempre personali. Esattamente come è tale l’espressione di qualunque pensiero.

2.   Il computo temporale delle assenze dal servizio
In claris non fit interpretatio”. Siamo sicuri che il brocardo è tutto fuorché un’espressione gergale. Il gergo ci piace poco. Noi vogliamo essere capiti dal lettore. Mica ci esprimiamo esotericamente. Noi abbiamo l’impressione di essere fin troppo chiari. Basta voler capire.
Ed ora ecco la norma: citata per tabulas. Cosí per imprimere súbito contenuto scientifico alla nostra breve dissertazione. Per essere di guida ed ausilio all’operatore del diritto.
Il riferimento è all’art. 71, commi 4 e 6, del d.l. 25/6/2008, n. 112, convertito con modificazioni nella legge 6.8.2008, n. 133.
Eccone il testo: “la contrattazione collettiva ovvero le specifiche normative di settore, fermi restando i limiti massimi delle assenze per permesso retribuito previsti dalla normativa vigente, definiscono i termini e le modalità di fruizione delle stesse, con l`obbligo di stabilire una quantificazione esclusivamente ad ore delle tipologie di permesso retribuito, per le quali la legge, i regolamenti, i contratti collettivi o gli accordi sindacali prevedano una fruizione alternativa in ore o in giorni. Nel caso di fruizione dell`intera giornata lavorativa, l`incidenza dell`assenza sul monte ore a disposizione del dipendente, per ciascuna tipologia, viene computata con riferimento all`orario di lavoro che il medesimo avrebbe dovuto osservare nella giornata di assenza. […] Le disposizioni del presente articolo costituiscono norme non derogabili dai contratti o accordi collettivi”.
Ed ora la conclusione: tutti i permessi retribuiti valgono ad oggi per quel che valgono. E l’operatore non può fare altro che tener conto della formulazione letterale della disposizione che li disciplina. Dovendo stare sempre attento a non trascendere la ratio legis. Che è e resta sempre la guida per l’interpretazione della legge. E anche della contrattazione collettiva nazionale di comparto, s’intende.
Ecco il senso del richiamo all’esegesi piana e lineare. Cosí come deve accadere, per esempio, per i casi citati nell’introduzione.
Il primo: le ferie ad ore.
È inutile negarlo: in molte amministrazioni locali le ferie sono usufruite non a giornate, ma ad ore. La contrattazione collettiva nazionale di comparto è chiara sul punto: il dipendente ha diritto ad un certo numero di ferie – una volta erano denominate “congedo ordinario” – in funzione dell’articolazione dell’orario di servizio su cinque piuttosto che su sei giornate settimanali.
A qualcuno è sovvenuto di trasformare le giornate di ferie in un monte ore (la locuzione è gergale, ma il lettore ci perdonerà). Lo scopo è chiaro: il dipendente può cosí assentarsi dal servizio con una maggiore elasticità.
Peccato che in questo modo viene frustrata la ratio legis delle ferie. Diritto irrinunciabile del lavoratore, le ferie hanno la funzione di consentire il recupero delle energie da lui profuse nel rendere le prestazioni oggetto del suo rapporto di lavoro. Ecco perché le ferie sono previste ad dies e non ad horas.
Ecco perché le ferie non possono essere trasformate in un surrogato del permesso retribuito. La loro funzione è chiara e determinante. Il lavoratore deve riposare. Perché altrimenti non si ritempra. E se non si ritempra non può adempiere correttamente alle proprie obbligazioni contrattuali.
A tutto ciò si aggiunge un interessante considerazione in ordine al danno erariale che la fruizione delle ferie ad ore può cagionare. Per convincersene è sufficiente osservare che è intera giornata di ferie sia quella nella quale è previsto il rientro pomeridiano, sia quella in cui esso non è previsto. Consentire l’utilizzazione delle ferie ad ore significa incrementare in astratto il periodo di assenza da servizio. E in ciò costituisce il presupposto del danno all’erario inferto all’ente di appartenenza. Che è a carico del dirigente che acconsente all’utilizzazione delle ferie non a giornate ma ad ore, per l’appunto.
Della faccenda si è occupata l’A.R.A.N. Eccone l’opinione espressa nella ben nota Raccolta sistematica da essa curata.
Al § 795-18C intitolato “Particolari modalità di fruizione delle ferie”, alla domanda 795-18C1 “E’ possibile fruire delle ferie ad ore? E’ possibile accordare mezza giornata di ferie?” la risposta è lapidaria: “Le ferie non possono essere fruite ad ore”.
Il secondo: l’autocertificazione dello stato di malattia per un solo giorno.
Ecco un’altra amenità di cui abbiamo avuto modo di sentir parlare. L’intento è chiaro. E ad un superficiale pare anche fondato normativamente.
È noto a tutti che il dipendente affetto da patologia medica deve spedire il relativo certificato non oltre le 48 ore dall’inizio dell’evento di morbilità. Che fare se esso è di un solo giorno? Semplice: autocertificarlo. Cosí si evita la spedizione, sostituendola con la traditio brevi manu.
Peccato che lo stato di malattia non può essere autocertificato, perché il suo presupposto è costituito dal riscontro diagnostico di un evento clinico. A ciò qualcuno ha pensato di sopperire denominando “indisposizione” l’assenza di un solo giorno. L’espediente è di bassa cucina e, come tale, non può far parte dell’Artusi argomentativo. Come dire: l’argomento non merita neppure credito. Insomma: cucina da trattoria di infimo ordine.
Torniamo ora ai permessi retribuiti previsti dall’art. 19, comma 2, del C.c.n.l. 6.7.1995.
Ecco il testo della disposizione contrattuale: “a domanda del dipendente possono inoltre essere concessi, nell`anno, 3 giorni di permesso retribuito per particolari motivi personali o familiari documentati, compresa la nascita di figli”.
I permessi de quibus sono remunerati dal datore di lavoro. Per essi valgono quindi le medesime considerazioni succintamente evidenziate per le ferie. Frazionarli ad ore genera danno erariale tutte le volta in cui essi sono riferiti differentemente a giornate prive piuttosto che caratterizzate da rientro pomeridiano.
Ecco spiegato il senso dell’art. 71, commi 4 e 6, del d.l. 25.6.2008, n. 112, convertito con modificazioni nella legge 6.8.2008, n. 133. Il quale corrobora la nostra interpretazione. Che – siamo certi – non piace a tutti.
A coloro cui non piace vogliamo rammentare che siamo in buona compagnia. Cosí, tanto per rassicurare il lettore circa il fatto che le nostre non sono solo opinioni nostre, vogliamo rammentare che la tesi è enunciata a chiare lettere dall’A.R.A.N.
Eccone l’opinione espressa nella ben nota Raccolta Sistematica al § 795-19A3. Alla domanda “E’ possibile fruire ad ore dei permessi retribuiti?” segue la risposta che non lascia ádito ad equivoci: “La mancanza di una espressa previsione normativa non consente la fruizione ad ore dei permessi retribuiti, salvo l’eccezione, espressamente prevista, per i destinatari della legge n.104 del 1992 relativa ai portatori di handicap”.
Ovviamente la frazionabilità ad horas non può essere convenuta in sede di contrattazione collettiva decentrata integrativa. Al § 795-19A2 della Raccolta sistematica l’A.R.A.N ha avuto modo di occuparsene proprio con riferimento alla vexata quaestio della loro utilizzazione per visite medice.
Alla domanda “il contratto integrativo decentrato può introdurre delle ipotesi di permesso retribuito per l’effettuazione di visite mediche ed accertamenti diagnostici ?” essa ha cosí replicato:Escludiamo nel modo più assoluto che il contratto integrativo decentrato possa introdurre ipotesi di permesso retribuito non previste dal C.c.n.l.; la materia non figura tra quelle oggetto di contrattazione integrativa (ricordiamo che l’art. 40, comma 3 del d.lgs.165/2001 stabilisce che “… la contrattazione collettiva integrativa si svolge sulle materie e nei limiti stabiliti dai contratti collettivi nazionali, tra i soggetti e con le procedure negoziali che questi ultimi prevedono … . Le pubbliche amministrazioni non possono sottoscrivere in sede decentrata contratti collettivi integrativi in contrasto con vincoli risultanti dai contratti collettivi nazionali o che comportino oneri non previsti negli strumenti di programmazione annuale e pluriennale di ciascuna amministrazione. Le clausole difformi sono nulle e non possono essere applicate.”)”.

3.  Annotazioni conclusive
L’assenza dal servizio è una cosa seria e, come tale, deve essere ricondotta e valutata alla stregua delle fattispecie che la prevedono in seno alla contrattazione collettiva nazionale di comparto.
Non farlo è un po’ come includere una commedia del Teatro dell’Assurdo in un festival del teatro classico: le aspettative di chi ha comperato il biglietto sarebbero inevitabilmente tradite ed egli non capirebbe il senso dell’operazione.
Ecco il senso dell’enfasi nel sottolineare che i permessi retribuiti vanno considerati per quel che sono e nei limiti delle relative previsioni contrattuali.
In queste cose non v’è spazio per il tiepidume e per le minestre sciape. In questo senso, i gusti degli altri ci interessano poco.
Queste, per onestà, sono opinioni tutte nostre. Personali, ovviamente, ma meritevoli di rispetto.



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