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Il “costo del personale” di cui al recente “Decreto del Fare”

Pubblicato il 26/09/2013
Pubblicato in: Appalti

Articolo a cura dell'arch. Enrico Malossetti

L’art. 82 c. 3-bis del codice dei contratti ora prevede che: ” Il prezzo più basso è determinato al netto delle spese relative al costo del personale, valutato sulla base dei minimi salariali definiti dalla contrattazione collettiva nazionale di settore tra le organizzazioni sindacali dei lavoratori e le organizzazioni dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, delle voci retributive previste dalla contrattazione integrativa di secondo livello e delle misure di adempimento alle disposizioni in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”

Se da un lato si apprezza nuovamente l’iniziativa del legislatore, volta a scongiurare i fenomeni del lavoro nero o sottopagato, dall’altro si evidenziano gli stessi caratteri di “indeterminatezza” che ne decretarono, a suo tempo, la soppressione.

Così come già era accaduto precedentemente, anche il nuovo art.82 c.3bis (di non felice formulazione) presenta notevoli problemi applicativi, generati della complessità della struttura retributiva a cui si aggiunge, ora, anche la contrattazione integrativa territoriale o di derivazione aziendale.

Infatti, già nella precedente formulazione, si evidenziò come il “costo del lavoro” non fosse un dato univoco di determinazione della prestazione, a causa delle pluralità di tipologie contrattuali esistenti. Ora il legislatore, con la nuova formulazione, ci chiede di determinare la retribuzione valutando anche la quota derivante dalle “voci retributive previste dalla contrattazione integrativa di secondo livello” ,ovvero considerando anche quegl’emolumenti determinati dalla contrattazione integrativa territoriale o aziendale. Per cui, l’individuazione del“costo del lavoro” richiesta dal legislatore si configura come un esercizio puramente accademico, volto a definire “ex ante” valori salariali la cui entità è individuabile solo “ex post”.

Un ulteriore elemento di incertezza è rappresentato dalla locuzione “Costo del personale” utilizzata in luogo del “costo della mano d’opera”, con la conseguenza che le operazioni di stima dovranno estendersi anche al lavoro intellettuale che ora è compreso fra quelle spese generali determinate in maniera forfettaria (13-17%) ai sensi dell’art.32 del dpr 207/10.

Inoltre l’esatta valutazione del “costo del lavoro”, da non sottoporre a ribasso, oltre all’esatta quantificazione della prestazione fornita, presuppone l’individuazione di tutte le diverse figure professionali coinvolte nel processo produttivo, oltre al relativo contratto lavorativo utilizzato dai vari soggetti economici che, a vario titolo, partecipano all’appalto. Dati che possono acquisirsi con certezza solo a prestazione avvenuta, soprattutto se l’affidatario ricorre dell’istituto del subappalto.

Altro elemento di difficile determinazione è rappresentato dall’esatta individuazione dell’entità della prestazione, che ora viene determinata utilizzando prezziari di riferimento del tutto generali e, quindi, inadatti ad identificare le specifiche entità richieste dal legislatore.

All’atto di formulare le offerte saranno i soggetti economici, che partecipano alla gara d’appalto, a valutare l’entità della prestazione in base alle proprie capacità aziendali e produttive. Sottrarre tale elemento a qualsiasi valutazione significa ledere quell’autonomia imprenditoriale, sancita dall’art.1655 del codice civile, con conseguente alterazione della libera concorrenza fra imprese. Tutela della concorrenza che si potrebbe preservare rimettendo “agli stessi concorrenti l’onere di costruire l’offerta tenendo conto dei minimi salariali” (AVCP) . Ma tale valutazione, anche se fornita dai concorrenti, è pur sempre presuntiva e quindi non presenta quelle caratteristiche di certezza reclamati dal legislatore.

Anche adottando i comuni canoni della ragionevolezza nel voler effettuare la stima, si deve evidenziare che il “costo del lavoro” non è un dato univoco di determinazione della prestazione fornita, poiché non esistono dati certi, ma solo elementi presuntivi per tipologia ed entità.

Il rischio che si adottino forme di simulazione è alto poiché, di fatto, il “costo del personale“ è indeterminato, non potendosi operare, con gli elementi forniti dal legislatore, nessuna scelta o controllo. Difficoltà queste che emergono in maniera evidente in caso di appalti di servizi e forniture ove, per ovvi motivi, è ancor più opinabile qualsiasi definizione ex-ante della prestazione. Paradossalmente, così come sostenuto da alcuni giuristi, ci procederà “Ictu oculi” poichè “si tratta pur sempre di una valutazione di discrezionalità tecnica, che non si presta poi così agevolmente ad essere oggetto di ricorso”

Ancora una volta, pur apprezzando le intenzioni del legislatore, si deve ravvisare l’impossibilità di scongiurare “a tavolino”, attraverso inutili formalismi, i fenomeni  di lavoro irregolare o sottopagato. Peraltro, in maniera del tutto illogica, la norma non si applica qualora si utilizzi il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa.

Arch. Malossetti Enrico

maloss@libero.it

 


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