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La comunicazione nella P.A.: facciamo il punto

Pubblicato il 09/08/2021
Pubblicato in: Pubblica Amministrazione
La comunicazione nella P.A.: facciamo il punto

C’è il boom della comunicazione: tutti a comunicare che stanno comunicando. La penna pungente di Altan affonda il dito nella piaga: la comunicazione pubblica in Italia ha tutti i difetti del problema che dice di voler combattere: l’autoreferenzialità, la retorica, l’assenza di un processo strategico e sistemico nel rapporto fra Pubblica Amministrazione e cittadino.

 

Sempre più spesso si sente attribuire ai social, alla pervasività delle piattaforme digitali nella vita quotidiana, alle all news che si rincorrono impazzite nell’arco di una giornata per finire nel dimenticatoio all’alba di quello successivo le colpe della pioggia torrenziale di informazioni, l’infodemia, che in realtà rende sempre più difficile ai cittadini comprendere i fatti. Nulla di più falso almeno nella PA: proprio la pandemia e il lockdown, con uffici tradizionali chiusi e telefoni spesso muti, hanno dimostrato l’utilità dei social, la semplicità con la quale, volendo, la PA, potrebbe rendersi realmente accessibile. E la tecnologia digitale, aiuta e molto.

L’8 giugno scorso, grazie all’associazione PA Social - che dal 2017 raccoglie le esperienze di giornalisti pubblici, comunicatori e pubbliche amministrazione che lavorano attraverso web, social network, chat, intelligenza artificiale – in una maratona trasmessa sulle piattaforme ha virtualmente” unito quell’Italia che entra in relazione con il cittadino. Perché questo è il primo nodo: comunicare, ovvero mettere in comune, entrare in relazione.

Non è fondamentale che il cittadino acceda, fisicamente, ad un ufficio: pensateci basterebbe un collegamento Skype – nulla di particolarmente innovativo – e l’utente entra in relazione con chi sta dall’altra parte, lo vede, ascolta la sua voce, può rappresentare il suo problema, può capire dove e come trovare soluzioni. Assistito. Certo poi c’è anche chi “mi mandi una “pec” oppure mi mandi una mail o, ancora, aiuto: “trova tutto sull’Albo Pretorio”. C’è un “mondo pubblico” che si è ancor più arroccato su posizioni difensive davanti alle tecniche e agli strumenti della comunicazione pubblica. Perché, proprio come nel caso di Skype, deve metterci la faccia. Letteralmente.

Alla psycoburocrazia, negli ultimi anni, si è affiancato un altro nemico del cittadino: siamo uno dei pochi Paesi al mondo che è riuscito a burocratizzare anche i servizi digitali rendendo le piattaforme – mille e diverse a seconda “dell’illuminato” dirigente locale di turno o dell’ultima azienda che deve vendere il suo “innovativo” prodotto – una via di mezzo tra “game” e “gambling” causa di non pochi attacchi di panico sia ai dipendenti pubblici che ai cittadini. Perché accade? La comunicazione non è l’atto finale di un procedimento ma, per essere utile, deve entrare nel processo di costruzione dei procedimenti – siano essi tradizionali o digitali – la transizione digitale non può essere affidata unicamente a informatici e giuridici, come del resto ribadito sin dal vecchio CED, del 2013 - la normativa per la razionalizzazione della Pubblica Amministrazione – che già prevedeva gruppi di lavoro intersettoriali e attribuiva alla comunicazione un ruolo di pari dignità rispetto ai processi amministrativi e informatici.


Ma chi fa la comunicazione nella Pubblica Amministrazione?

Siamo al secondo, vero nodo, della faccenda. Qui troviamo uno “spezzatino” di Paese con differenze enormi fra nord e sud e abissi fra Ministeri ed Enti Locali. Nonostante una legge dello Stato, la 150 del 2000 (certamente obsoleta ma comunque vigente) i servizi di Comunicazione e spesso gli Uffici Stampa, sono diretti da personale che non hanno alcuna delle caratteristiche previste dalla legge: laurea in Scienze della Comunicazione o in Scienze Sociali, iscrizione all’Ordine dei Giornalisti, nel caso degli uffici stampa pubblici. Peggio, dall’emanazione della legge, si è come cristallizzato un percorso: la politica opta nella maggior parte dei casi per un “portavoce” che per legge non deve avere alcuna qualifica e che inevitabilmente è la voce dell’amministratore di turno. Non del cittadino, come avrebbe voluto la legge.

Dopo un primo periodo di entusiasmo si contano sulle punta delle dita i concorsi – e sono passati vent’anni - per inserire nella PA figure professionali con caratteristiche utili alla bisogna. Da qualche legislatura a questa parte tutti i Ministri della Funzione Pubblica, ultimo il Ministro Brunetta, promette, con entusiasmo, che le cose cambieranno. In attesa come San Tommaso ricordiamo che la Riforma Madia, durante il Governo Renzi fu “lanciata” con una call di consultazione pubblica e un bellicoso account rivoluzione@governo.it ma la riforma è stata osservata in più punti, tradotta in 16 deleghe e in oltre 20 decreti legislativi. Come semplificazione e razionalizzazione niente male.

Siamo anche il Paese che ha adottato un “suo” FOIA (Freedom of Information Act) - che dovrebbe consentire ai cittadini di richiedere e ottenere i dati e i documenti che le amministrazioni non hanno l’obbligo di pubblicare – ma che siccome è un FOIA all’italiana lascia spazio a numerose interpretazioni, funziona poco e male e se non ti danno i documenti devi comunque intraprendere una causa di fronte ad un Tribunale Amministrativo. Così, anche lo smart working, misura organizzativa avanzata, ha diviso in due la Pubblica amministrazione italiana, fra dipendenti qualificati e gli “esuberi di fatto” come li ha definiti Francesco Verbaro su Il Sole 24 ore. Si potrebbe evitare di sprecare questa ennesima occasione arrivata da una crisi – e che crisi, una pandemia mondiale – per andare oltre e adottare interventi più efficaci.

Il lavoro da remoto ha accentuato la polarizzazione dei carichi di lavoro che poi è la polarizzazione delle competenze: in pochi hanno lavorato tanto, tanti sono rimasti a casa senza particolari compiti, alcuni sono “scomparsi”. Per la “pigrizia” del datore di lavoro pubblico, per mancanza di una dirigenza in grado di organizzare il lavoro al di là dell’attività funzionariale. In questo panorama, durante la pandemia, il mondo della comunicazione e informazione pubblica digitale si è distinto per la capacità di mantenere “aperte” le porte della Pa; abituato ad operare in autonomia si è fatto più ampio e più forte come hanno testimoniato le decine di esperienze della maratona PA Social.

Cosa manca, quindi? In tanti invocano una nuova legge, la 151, appunto. Certamente è arrivato il momento di far uscire queste esperienze dalla nicchia della “buona pratica” alla normalità del settore pubblico. Certamente, la pandemia, ha messo a nudo in maniera impietosa le difficoltà del “sistema” comunicazione pubblica italiana – peraltro contraltare di un mondo dell’informazione che ha inseguito dati e slogan senza toccare palla – che altro non sono che le difficoltà del cittadino costretto ad avere, sempre e suo malgrado, un rapporto tortuoso e in posizione di sudditanza, rispetto all’amministrazione. E non è un bene nemmeno per il sistema Paese – pensiamo al mondo dell’impresa e a quanto costi “ultronei” questo genera sul bilancio di un’azienda – oggi davvero davanti ad un bivio epocale: dopo la pandemia sanitaria, economica e sociale, potrà farcela solo chi sarà in grado di costruire una forte relazione con la sua comunità con soluzioni smart, veloci e flessibili. La comunicazione può essere di grande aiuto.

 

Intervento di Giuseppina Manente - Capo Ufficio Stampa della Provincia di Teramo - apparso nell'ultimo numero de "Il nuovo Giornale dell' UNITEL". Per maggiori informazioni: https://www.unitel.it/notizie/nuovo-giornale-unitel/online-il-nuovo-trimestrale-unitel

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