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Consumo di suolo, un’emergenza che non si può più ignorare.

Pubblicato il 06/12/2022
Consumo di suolo, un’emergenza che non si può più ignorare.

L’allarme per l’emergenza consumo di suolo, e per le sue ripercussioni sui servizi ecosistemici e sulll’assetto del territorio, viene rilanciata ogni anno, ma i decisori politici sembrano ignorarli. Dante Caserta, Responsabile Affari Legali e Istituzionali del WWF Italia, una delle associazioni ambientaliste più attente alla tematica, analizza il fenomeno e ci suggerisce qualche soluzione.

 

In Italia il consumo di suolo non si arresta: secondo l’ultimo Rapporto ISPRA, ogni secondo 2 metri quadri di terreno vengono cementificati, tanto che nel 2021, nonostante la pandemia, abbiamo sfiorato i 70 km2 di nuove coperture, con una media di 19 ettari al giorno, il valore più alto negli ultimi dieci anni. A causa principalmente dell’espansione e delle trasformazioni delle città, tra il 2006 e il 2021 abbiamo perso 1.153 km2 di suolo naturale o seminaturale: il risultato è che 21.500 km2 del Bel Paese sono cementificati e di questi ben 5.400, un’area pari alla Liguria, sono occupati da edifici che rappresentano il 25% dell’intero suolo consumato. 

Tralasciando la trasformazione (in peggio) del paesaggio, la cementificazione rende il suolo impermeabile per cui, oltre a provocare la perdita di aree verdi, biodiversità e servizi ecosistemici, fa aumentare allagamenti e ondate di calore. Contenere il consumo di suolo limiterebbe il rischio idrogeologico, garantendo la resilienza dei sistemi naturali e favorendo l’adattamento ai cambiamenti climatici. Sempre l’ISPRA ha stimato che dal 2012 ad oggi il consumo di suolo ha fatto perdere la capacità di produrre 4,2 milioni di quintali di prodotti agricoli, ma anche di stoccare 3 milioni di tonnellate di carbonio (in termini di CO2 le emissioni di oltre un milione di autovetture che percorrono 11.200 km l’anno per 8 anni).

Questi fattori sono aggravati dal processo di desertificazione che coinvolge ormai oltre il 20% del nostro territorio. Secondo un’analisi dell’ANBI circa il 70% della superficie della Sicilia presenta un grado medio-alto di vulnerabilità ambientale, seguono Molise con il 58%, Puglia 57%, Basilicata 55%. Sei regioni (Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania) presentano una percentuale fra il 30 e il 50% di territorio a rischio desertificazione, mentre altre 7 (Calabria, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Veneto e Piemonte) sono fra il 10 e il 25%.

Dati così preoccupanti dovrebbero spingere il legislatore a intervenire per fermare o almeno rallentare il consumo di suolo. E invece dal 2012, anno della prima proposta, Parlamento e Governo non sono riusciti ad approvare una legge quadro. Eppure proprio partendo dalle aree urbane, dove si concentra il 70% delle trasformazioni nazionali, si potrebbe intervenire sugli oltre 310 km2 di edifici non utilizzati e degradati esistenti in Italia (una superficie pari all’estensione complessiva di Milano e Napoli).   

Nel frattempo, a novembre 2021, la Commissione Europea ha approvato la nuova Strategia per il suolo al 2030 che fornisce un quadro entro cui gli Stati membri dovranno legiferare, ma anche misure concrete per proteggere e ripristinare i suoli, garantendone un uso sostenibile. La Commissione si è anche impegnata ad approvare una direttiva sul suolo entro il 2023 così da assicurare parità di condizioni tra gli Stati e un elevato livello di protezione.

L’approvazione di una legge quadro nazionale sul suolo deve quindi essere una priorità del nuovo Parlamento. È urgente fermare un fenomeno ancora in corso e sarebbe utile una moratoria per salvaguardare i terreni agricoli almeno in quelle Regioni (la gran parte) che ancora non si sono dotate di Piani Paesaggistici adeguati al Codice dei Beni Culturali (che è del 2004!). 

La legge dovrà innanzitutto dare una definizione univoca di “consumo di suolo” - distinguendo tra quello reversibile e quello irreversibile - e determinarne il campo di applicazione, così da superare le diverse interpretazioni fornite dalle Regioni che, in assenza di una legge quadro nazionale, hanno già legiferato. Dovrà sancire il principio di garanzia della funzione ecologica del suolo, consentendo l’urbanizzazione di nuovo suolo solo in forma residuale laddove non esistano alternative quali la sostituzione o la riorganizzazione degli insediamenti. Per questo si dovrà agire sulla fiscalità (incentivando gli interventi di riqualificazione) e andranno definiti i principi di utilizzo programmato e utilizzo contenuto del suolo attraverso il recupero del patrimonio esistente (a partire da quello pubblico). Va istituito un Registro nazionale del suolo, in cui far confluire anche i dati locali sul consumo, mentre gli Enti locali dovranno dotarsi di un Bilancio dell’uso del suolo. 

La legge quadro nazionale dovrà poi indirizzare l’azione delle Regioni verso la tutela della biodiversità e delle aree agricole, muovendosi in una logica di “Bilancio zero del consumo di suolo” e stimolando, attraverso strumenti urbanistici comunali rinnovati, il recupero - anche ai fini dell’adattamento climatico - dei suoli degradati e/o sottoutilizzati. Fondamentale sarà anche l’istituzione di luoghi di confronto per garantire l’informazione e la partecipazione dei cittadini alle scelte urbanistiche, non dimenticandosi che anche il suolo, come l’aria e l’acqua, per la sua funzione essenziale non può che essere considerato un bene comune.

 

Articolo di Dante Caserta, Responsabile Affari Legali e Istituzionali del WWF Italia apparso nell'ultimo numero de "Il Nuovo Giornale dell'UNITEL".






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