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l’informativa antimafia si basa solo sugli asseriti vincoli di affinità, senza che siano stati individuati ulteriori elementi che inducano a sospettare che i vincoli de quibus assumano una particolar

Pubblicato il 18/02/2010
Pubblicato in: Sentenze
Tale previsione è ripetuta nell’art. 10, comma 2, del d.P.R. 252/1998 (regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia) che, al successivo comma 7, sancisce come le situazioni relative ai tentativi di infiltrazione mafiosa sono desunte:
a) dai provvedimenti che dispongono una misura cautelare o il giudizio, ovvero che recano una condanna anche non definitiva per taluno dei delitti di cui agli artt. 629, 644, 648-bis e 648-ter c.p., o dall’art. 51, comma 3-bis, c.p.p.;
b) dalla proposta o dal provvedimento di applicazione di taluna delle misure di cui agli artt. 2-bis, 2-ter, 3-bis e 3-quater della legge 575/1965;
c) dagli accertamenti disposti dal Prefetto anche avvalendosi dei poteri di accesso e di accertamento delegati dal Ministro dell’interno, ovvero richiesti ai Prefetti competenti per quelli da effettuarsi in altra provincia.
L’attività amministrativa, quindi, è vincolata non soltanto in relazione all’adozione dell’atto ma anche per quanto attiene all’accertamento dei presupposti, laddove la stipulazione del contratto o l’erogazione del contributo sia negata per la sussistenza di cause interdittive specificamente previste dalla legge (e cioè per la presenza di cause di divieto o di sospensione espressamente indicate nell’allegato 1 al d.Lgs. 490/1994), mentre è comunque vincolata nell’adozione dell’atto (ma è discrezionale nella valutazione dei presupposti) quando la causa interdittiva consista nella presenza di tentativi di infiltrazione mafiosa desunti da provvedimenti o proposte di provvedimenti ai sensi dell’art. 10, comma 7, lett. a) e b), ovvero da accertamenti prefettizi ex art. 10, comma 7, lett. c) del D.P.R. 252/1998.
La discrezionalità nella valutazione dei presupposti a base dell’atto, peraltro, è di latitudine maggiore in tale ultima ipotesi in quanto le “infiltrazioni” possono essere dedotte anche da parametri non predeterminati normativamente.
In tal caso, infatti, rientra nel potere discrezionale del Prefetto la valutazione dei fatti e delle circostanze emergenti dall’attività investigativa demandata agli organi di polizia.
la fase istruttoria del procedimento finalizzato a rendere la certificazione antimafia (e, quindi, anche a comunicare la presenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi di un’impresa) si concreta essenzialmente nell’acquisizione di tutte le informazioni di cui le autorità di pubblica sicurezza sono in possesso al fine di effettuare, sulla base di tali risultanze, una obiettiva valutazione sulla possibilità di un eventuale utilizzo “improprio” del danaro pubblico che la normativa di settore mira ad evitare e di compiere la conseguente scelta sulla sussistenza o meno dei presupposti previsti dalla legge per l’adozione della misura inibitoria.
In particolare, il collegamento con la disciplina delle misure di prevenzione – che, come osservato, partecipano della medesima ratio di quelle in esame, intesa a combattere le associazioni mafiose con l’efficace aggressione dei loro interessi economici – comprova che le preclusioni dettate dalle richiamate norme di legge costituiscono una difesa molto avanzata dell’autorità pubblica contro il fenomeno mafioso, in quanto fondate su un accertamento di grado inferiore e ben diverso da quello richiesto per l’applicazione della sanzione penale.
È stato osservato in giurisprudenza (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 5 ottobre 2006 n. 5935, 30 maggio 2005 n. 2796 e 15 novembre 2004 n. 7362; sez. V, 29 agosto 2005 n. 4408) che la disciplina delle informazioni antimafia costituisce diretta filiazione di quella sulle misure di prevenzione, partecipando della medesima ratio, intesa a contrastare il fenomeno delle associazioni mafiose con l'efficace aggressione dei loro interessi economici, in funzione spiccatamente cautelare e preventiva.
Ed invero, l'inibitoria antimafia rappresenta la massima anticipazione di tutela preventiva quale risposta dello Stato al crimine organizzato, in quanto la legge assume come obiettivo principale l'assoluta salvaguardia dei principi di trasparenza e libertà di agire contrattuale della Pubblica Amministrazione rispetto a soggetti che possono, in un modo o nell'altro, risultare serventi a realtà imprenditoriali contigue ad associazioni criminali.
La speciale natura “a tutela avanzata” della normativa vigente, emanata per contrastare il fenomeno della criminalità organizzata, comporta che non occorre né la prova dei fatti di reato, né dell'effettiva infiltrazione nell'impresa, né dell'effettivo condizionamento: essendo sufficiente il tentativo di infiltrazione diretto a condizionare le scelte dell'impresa, anche se tale scopo non si sia realizzato in concreto.
In tale quadro, la valutazione prefettizia, connotata da ampia potestà discrezionale, per la sua stessa natura preventiva non richiede la prova di un fatto, ma solo la presenza di elementi in base ai quali non sia illogico o inattendibile ritenere la sussistenza di un collegamento dell'impresa con organizzazioni mafiose e di un condizionamento dell'impresa da parte di queste.
Corollario di tale politica legislativa è l'ampia potestà discrezionale attribuita all'organo istruttore in ordine alla ricerca ed alla valutazione degli elementi da cui poter inferire eventuali connivenze e collegamenti di tipo mafioso.

Merita di essere segnalata la sentenza numero 1938 del 10 febbraio 2010, emessa dal Tar Lazio, Roma ed in particolare il seguente passaggio:

< Per giustificare l'adozione di una misura interdittiva antimafia:
- non solo non è necessario pervenire al medesimo grado di certezza dei presupposti della decisione assunta in sede giurisdizionale;
- ma nemmeno occorre la misura minore di certezza posta a base di una misura di prevenzione essendo, invece, sufficiente la dimostrazione del pericolo di pregiudizio derivante dalla presenza di fatti sintomatici ed indizianti della sussistenza di un collegamento tra impresa e criminalità organizzata (Cons. Stato, sez. VI, 1° febbraio 2007 n. 413; sez. IV, 15 novembre 2004 n. 7362).
Deve quindi argomentarsi che le informazioni del Prefetto circa la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa nell'impresa, ai sensi delle riportate disposizioni di cui agli artt. 4 del d.lgs. 490/1994 e 10 del d.P.R. 252/1998 non devono provare l'intervenuta infiltrazione, essendo questo un quid pluris non richiesto, ma devono sufficientemente dimostrare la sussistenza di elementi dai quali sia deducibile il tentativo di ingerenza (Cons. Stato, sez. IV, 6 giugno 2001 n. 3058 e 13 ottobre 2003 n. 6187).
In altri termini, l'adozione di un'interdittiva antimafia, se deve pur sempre fondarsi su elementi di fatto che denotino il pericolo di collegamenti tra l'impresa e la criminalità organizzata, non presuppone per quei fatti l'accertamento della responsabilità penale, essendo sufficiente che i fatti medesimi presentino carattere sintomatico e indiziante del pericolo in senso oggettivo ovvero della ipotizzabile sussistenza del detto collegamento (Cons. Stato, sez. VI, 30 dicembre 2005 n. 7615).
È stato sul punto chiarito (Cons. Stato, sez. VI, 16 aprile 2003 n. 1979) che tale conclusione è coerente con le caratteristiche fattuali e sociologiche del fenomeno mafioso, che non necessariamente si concreta in fatti univocamente illeciti, potendo fermarsi alla soglia della intimidazione, della influenza e del condizionamento latente di attività economiche formalmente lecite.
La formulazione generica, più sociologica che giuridica, del “tentativo di infiltrazione mafiosa” giuridicamente rilevante allo scopo di interdire la partecipazione dell'impresa ai pubblici appalti, fa sì che l'autorità preposta all'accertamento, vale a dire il Prefetto, abbia un ampio margine di accertamento e di apprezzamento.
L'ampia discrezionalità di apprezzamento lasciata al Prefetto comporta, come immediata conseguenza, che la valutazione prefettizia è sindacabile in sede giurisdizionale solo in caso di manifesti vizi di eccesso di potere per illogicità, irragionevolezza e travisamento dei fatti (TAR Lazio, sez. III, 31 luglio 2007 n. 7204).
In questo quadro – e con diretta rilevanza ai fini della delibazione del sottoposto thema decidendum – la giurisprudenza ha avuto modo di rilevare che il tentativo di infiltrazione, da solo sufficiente a giustificare la misura interdittiva, non può essere escluso limitandosi alla verifica dell'attendibilità di un singolo elemento di fatto pervenuto dalle fonti di informazione: ma deve, al contrario, desumersi dal quadro complessivo degli elementi segnalati e va valutato in una visione globale della situazione in esame (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 27 maggio 2008 n. 2512).
Nondimeno, pur nel quadro di valutazioni ampiamente discrezionali, onde evitare il travalicamento in uno “stato di polizia” e per salvaguardare i principi di legalità e di certezza del diritto, la Sezione condivide l’assunto secondo cui non possono reputarsi sufficienti ai fini indicati fattispecie fondate sul semplice sospetto o su mere congetture prive di riscontro fattuale, occorrendo altresì l’individuazione di idonei e specifici elementi di fatto, obiettivamente sintomatici e rivelatori di concrete connessioni o collegamenti con le predette associazioni (TAR Lazio, sentenza n. 4137 del 24.4.2009).
Accede a tale rilevata esigenza che la valutazione del Prefetto debba essere sorretta da uno “specifico” quadro indiziario, ove assumono rilievo preponderante i fattori induttivi della non manifesta infondatezza che i comportamenti e le scelte dell'imprenditore possano rappresentare un veicolo di infiltrazione delle organizzazioni criminali negli appalti delle pubbliche amministrazioni (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 29 luglio 2008 n. 3723).
L’informativa antimafia, quindi, deve fondarsi su di un quadro fattuale di elementi che, pur non dovendo assurgere necessariamente a livello di prova (anche indiretta), siano tali da far ritenere ragionevolmente, secondo l’id quod plerumque accidit, l’esistenza di elementi che sconsigliano l’instaurazione di un rapporto con la pubblica amministrazione (Cons. Stato, sez. VI, 29 febbraio 2008 n. 756).
La valutazione rimessa all’autorità prefettizia dalla normativa di riferimento per quanto attiene alla sussistenza di eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi delle società interessate, per la specifica natura del giudizio formulato, è peraltro connotata dall’utilizzo di peculiari cognizioni di tecnica investigativa e poliziesca e, pertanto, può definirsi tipico esercizio di discrezionalità tecnica, che esclude la possibilità per il giudice amministrativo di svolgere un sindacato pieno e assoluto, ma non impedisce allo stesso di formulare un giudizio di logica e congruità delle informazioni assunte e di poter eventualmente rilevare se ictu oculi i fatti riferiti dal Prefetto configurino o meno la fattispecie prevista dalla norma (TAR Campania, Napoli, III, 4 aprile 2002 n. 1861).
Pertanto, la valutazione rimessa all’autorità prefettizia dalla normativa di riferimento, per la specifica natura del giudizio formulato, è sindacabile dal giudice amministrativo solo se emergano manifesti vizi logici e di congruità con riguardo alle informazioni assunte o alle deduzioni che da esse sono state tratte (TAR Campania, Napoli, III, 19 settembre 2007 n. 7875).>

Ma non solo

< Relativamente agli asseriti vincoli di parentela deve essere rilevato, preliminarmente, che secondo il costante orientamento giurisprudenziale, la cui notorietà esile il Collegio da ogni citazione al riguardo, la sussistenza di un rapporto di parentela, coniugio o affinità non è sufficiente da solo a suffragare l'ipotesi della sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa, dovendosi quest'ultima basarsi anche su altri elementi, sia pure indiziari, tali, nel loro complesso, da fornire obiettivo fondamento al giudizio di possibilità che l'attività d'impresa possa, anche in maniera indiretta, agevolare le attività criminali o esserne in qualche modo condizionata per la presenza, nei centri decisionali, di soggetti legati ad organizzazioni malavitose.>

A cura di Sonia LAzzini
RIPORTIAMO QUI DI SEGUITO LA SENTENZA NUMERO 1938 DEL 10 FEBBRAIO 2010 EMESSA DAL Tar Lazio, Roma
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