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Legittimo annullamento di un’aggiudicazione PER INFORMATIVA ANTIMAFIA NEGATIVA

Pubblicato il 08/06/2010
Pubblicato in: Sentenze
Legittimo annullamento di un’aggiudicazione con escussione della relativa cauzione provvisoria PER INFORMATIVA ANTIMAFIA NEGATIVA:per giungere all’adozione di una informativa negativa, non è necessario pervenire al medesimo grado di certezza indispensabile ad una decisione assunta in sede giurisdizionale, essendo sufficiente la dimostrazione del pericolo di infiltrazione, attraverso la presenza di elementi di fatto che siano idonei a fondare la ipotizzabilità di un collegamento tra impresa e criminalità organizzata
l’informativa prefettizia costituisce uno strumento, con funzione spiccatamente cautelare e preventiva, teso a contrastare la criminalità organizzata, che deve pur sempre fondarsi su elementi di fatto che inducano a ritenere esistente il pericolo di infiltrazioni mafiose, pur prescindendo dall’accertamento di responsabilità penali

Il legislatore, attraverso la normativa cosiddetta “antimafia”, ha inteso garantire un ruolo di massima anticipazione all’azione di prevenzione in ordine ai pericoli di inquinamento mafioso, con la conseguenza che l’emissione di una comunicazione prefettizia ostativa prescinde dal concreto accertamento di responsabilità penali, essendo sufficiente che vi siano degli elementi indiziari in grado di generare un ragionevole convincimento sulla sussistenza di un “condizionamento mafioso” (a titolo esemplificativo, in ordine a tali consolidati principi, si ricorda Consiglio di Stato, sez. VI, 8 giugno 2009, n. 3491;id, 19 giugno 2009, n. 4132; id 14 aprile 2009, n. 2276; id 27 gennaio 2009, n. 510;id, sez. V, 26 novembre 2008, n., 5846;id, sez. VI, 19 agosto 2008, n. 3958;id, sez. V 27 maggio 2008, n. 2512; id, sez. IV, 16 marzo 2004, n. 2783.).

Con ricorso ritualmente notificato, la società CMP Costruzioni S.p.A. impugnava, chiedendone l’annullamento previa sospensione cautelare, avanti al TAR Calabria, sezione staccata di Reggio Calabria, l’informativa della Prefettura di Crotone, numero 8995-2005-Area 1/AM dell’11 aprile 2005, con la quale la stessa Prefettura comunicava al Comune di Alfonsine l’impossibilità, in ordine alla informativa di cui all’art. 10 del d.P.R. 3 giugno 1998, n. 252, di procedere al rilascio della richiesta certificazione tenuto conto delle risultanze degli accertamenti esperiti in base ai quali “non si possono escludere tentativi di infiltrazioni mafiose”, nonché il conseguente atto prot- n. 4403 del 26 aprile 2005 del Comune di Alfonsine di avvio del procedimento di revoca dell’aggiudicazione dell’appalto per la realizzazione di un fabbricato adibito ad uso scolastico.
La ricorrente, che premette di aver vinto una gara indetta dal Comune di Alfonsine per la realizzazione di una scuola, denunciava violazione dell’art. 10, commi 7 e 8 d.P.R. n. 252/1998, dell’art. 4 D.Lgs. n. 490/1994, degli artt. 3, comma 2 e 18, comma 2 Legge n. 241/1990, oltre ad eccesso di potere per perplessità, difetto di motivazione e di istruttoria, errore dei presupposti, difetto di interesse pubblico e violazione dei principi di cui agli artt. 97, 2, 4 e 41 della Costituzione.
Si costituivano in giudizio sia il Ministero dell’Interno – Prefettura di Crotone, sia il Comune di Alfonsine, i quali chiedevano il rigetto del ricorso. Il Ministero eccepiva anche la incompetenza territoriale della sezione staccata di Reggio Calabria in favore della sede di Catanzaro, con richiesta di trasmissione del ricorso.
Con ordinanza n. 194 assunta alla Camera di Consiglio del 22 giugno 2005, la sezione staccata di Reggio Calabria rigettava la domanda incidentale di sospensione, salve le determinazioni assunte dal Presidente del TAR Calabria dalla sede o sezione individuata quale competente territorialmente a trattare il ricorso.
Con ordinanza n. 464 assunta alla Camera di Consiglio del 21 luglio 2005, questo Tribunale, al quale il ricorso era stato trasmesso ex art 32, legge n. 2034/1971, accoglieva la rinnovata istanza di sospensione cautelare dei provvedimenti impugnati.
A seguito di appello erariale, il Consiglio di Stato, con ordinanza n. 5106 assunta alla Camera di Consiglio del 25 ottobre 2005, in riforma dell’ordinanza impugnata, respingeva l’istanza cautelare proposta in primo grado.
Con atto per motivi aggiunti depositato in data 8 novembre 2005 la ricorrente impugnava gli ulteriori atti in cui erano confluiti gli accertamenti esperiti dalla Questura di Crotone, dal Comando Provinciale dei Carabinieri di Crotone e dalla Guardia di Finanza esibiti in giudizio dall’Avvocatura erariale.
Con memoria depositata in data 21 gennaio 2010, il Ministero resistente insisteva per il rigetto del ricorso.
Con memoria difensiva depositata in data 10 marzo 2010, la ricorrente depositava contratti stipulati successivamente all’episodio cautelare e documentazione fotografica relativa alla realizzazione dell’immobile in oggetto. Depositava, altresì, informativa della Prefettura di Crotone di data 6.9.2007, considerata di implicita revoca del provvedimento impugnato, chiedendo al Tribunale di prendere atto del sopravvenuto ritiro del detto provvedimento.
Qual è il parere dell’adito giudice amministrativo?

Preliminarmente si rileva che, con riferimento alla richiesta di cui all’ultima memoria di parte ricorrente, la difesa erariale, in pubblica udienza, ha precisato la permanenza dell’interesse dell’Amministrazione alla decisione di merito del ricorso.
Con l’unico complesso motivo di ricorso, la società ricorrente denuncia una violazione di legge, un eccesso di potere ed un difetto istruttorio, in quanto, in buona sostanza, il contenuto della nota prefettizia impugnato non consentirebbe di comprendere l’iter logico seguito dall’Amministrazione, di conoscere gli accertamenti compiuti dagli organi di polizia, il tipo di controllo effettuato, i riscontri eseguiti e cosa sarebbe stato accertato. Di qui il contrasto con l’art. 10, comma 2 del d.P.R. 3 giugno 1998, n. 252 e il difetto di motivazione, non essendo le affermazioni enunciate nella nota impugnata suffragate da alcun idoneo elemento di prova.
Con atto per motivi aggiunti, parte ricorrente, all’esito dell’esibizione in giudizio di atti del procedimento, ribadisce e ulteriormente specifica i vizi già denunciati nel ricorso introduttivo.
Il legislatore, attraverso la normativa cosiddetta “antimafia”, ha inteso garantire un ruolo di massima anticipazione all’azione di prevenzione in ordine ai pericoli di inquinamento mafioso, con la conseguenza che l’emissione di una comunicazione prefettizia ostativa prescinde dal concreto accertamento di responsabilità penali, essendo sufficiente che vi siano degli elementi indiziari in grado di generare un ragionevole convincimento sulla sussistenza di un “condizionamento mafioso” (a titolo esemplificativo, in ordine a tali consolidati principi, si ricorda Consiglio di Stato, sez. VI, 8 giugno 2009, n. 3491;id, 19 giugno 2009, n. 4132; id 14 aprile 2009, n. 2276; id 27 gennaio 2009, n. 510;id, sez. V, 26 novembre 2008, n., 5846;id, sez. VI, 19 agosto 2008, n. 3958;id, sez. V 27 maggio 2008, n. 2512; id, sez. IV, 16 marzo 2004, n. 2783.).
A tali principi consegue che il Prefetto, all’atto della valutazione in ordine alla sussistenza dell’infiltrazione mafiosa e della conseguente adozione della informativa ostativa, non è tenuto al raggiungimento della piena prova della intervenuta infiltrazione, essendo questo un quid pluris non richiesto, ma deve solo sufficientemente dimostrare la sussistenza di elementi dai quali è deducibile il tentativo di ingerenza (cit. sez. VI, 8 giugno 2009, n. 3491). Relativamente a detta valutazione, l’Autorità Prefettizia gode di ampia ed autonoma discrezionalità, e come tale sindacabile in sede giurisdizionale solo in caso di manifesta illogicità e/o irrazionalità. Tale valutazione deve, peraltro, essere sufficientemente motivata in ordine alla sussistenza degli elementi dai quali possa ragionevolmente desumersi il tentativo di infiltrazione mafiosa (Consiglio di Stato, sez. IV, 2 ottobre 2006, n. 5753).
In definitiva, l’informativa prefettizia costituisce uno strumento, con funzione spiccatamente cautelare e preventiva, teso a contrastare la criminalità organizzata, che deve pur sempre fondarsi su elementi di fatto che inducano a ritenere esistente il pericolo di infiltrazioni mafiose, pur prescindendo dall’accertamento di responsabilità penali.
Fatta questa premessa e passando all’esame del merito della vicenda, si deve osservare come sia destituita di fondamento la censura, mossa in ricorso, di difetto di motivazione dell’atto impugnato.
Invero, l’informativa dell’11 aprile 2005, nell’esprimere valutazione negativa, opera un espresso riferimento alle “risultanze degli accertamenti esperiti dai competenti organi di polizia”.
L’orientamento giurisprudenziale consolidato ritiene che, anche nella materia qui in rilievo, sia ammissibile la motivazione “per ralationem” , la motivazione cioè che consente di rendere palesi i motivi di un provvedimento attraverso il riferimento ad altri atti, quando questi ultimi possano essere disponibili (Consiglio di Stato, sez. VI, 11 settembre 2001, n. 4724).
Nel caso in esame, non vi è dubbio che gli atti su cui poggia, sotto il profilo motivazionale, l’informativa impugnata risultano nella piena disponibilità della ricorrente tanto che la stessa ha provveduto ad impugnarli con atto per motivi aggiunti. Il problema si sposta, quindi, sull’esame della motivazione per come emerge dagli accertamenti compiuti dagli organi di P.S., problema che attiene al vero nocciolo della questione e che sarà esaminato di seguito.
Sotto questo profilo, la ricorrente denuncia una violazione di legge, con riferimento all’art. 10 comma 7 del d.P.R. n. 252/1998, ed un eccesso di potere.
La censura non è condivisibile.
Invero, rammentando i principi posti dalla giurisprudenza in questa materia, sopra brevemente ricordati, si deve ritenere che dagli accertamenti compiuti dalle autorità di pubblica sicurezza, richiamati nell’informativa prefettizia dell’11 aprile 2005 e poi assunti agli atti, emergono elementi indiziari idonei a fondare la valutazione negativa compiuta dalla Prefettura, ai sensi dell’art. 10, comma 7, lett. c) del d.P.R. 3 giugno 1998, n.252, non essendo sicuramente illogico o inattendibile ritenere, sulla base degli stessi, la sussistenza di un collegamento dell’impresa ricorrente con organizzazioni criminali. E’ bene ricordare che, per giungere all’adozione di una informativa negativa, non è necessario pervenire al medesimo grado di certezza indispensabile ad una decisione assunta in sede giurisdizionale, essendo sufficiente la dimostrazione del pericolo di infiltrazione, attraverso la presenza di elementi di fatto che siano idonei a fondare la ipotizzabilità di un collegamento tra impresa e criminalità organizzata.
Non pare dubbio che gli elementi esposti negli accertamenti di cui sopra, richiamati nell’informativa dell’11 aprile 2005, costituiscono fatti sintomatici che sono sufficienti a fondare e dimostrare quel pericolo di pregiudizio, che la giurisprudenza richiede per la legittimità di una informativa negativa. Si deve, infatti, rammentare che la valutazione attribuita dalla legge al Prefetto è connotata da ampia discrezionalità e si regge, oltre che sulle fattispecie tipiche indicate dalle lettere a) e b) del comma 7 dell’art. 10 del d.P.R. n. 252/1998, su qualsiasi altra fonte, come risulta chiaramente specificato dalla successiva lett. c) del medesimo comma 7.
Va, poi, ricordato che lo scrutinio compiuto da questo giudice non può spingersi fino alla verifica della sussistenza dei fatti assunti a base dell’informativa negativa, limitandosi alla verifica della legittimità dell’informativa medesima, attraverso un esame di eventuali vizi della funzione esercitata (Consiglio di Stato, sez. VI, 8 giugno 2009, n. 3491) che si rivelino sintomatici di una illogicità manifesta o di travisamento dei fatti, illogicità e travisamento che, nel caso in esame, non si ravvisano.

Alla luce di quanto sopra, i vizi denunciati dalla ricorrente sono, pertanto, insussistenti.

A cura di Sonia LAzzini
Riportiamo qui di seguito la sentenza numero 949 del 28 maggio 2010 pronunciata dal Tar Calabria, Catanzaro
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