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la domanda risarcitoria all’esame non può considerarsi fondata alla luce di...

Pubblicato il 21/06/2010
Pubblicato in: Sentenze
In verità, la domanda risarcitoria all’esame, ancorchè sorretta da imponente documentazione, non può considerarsi fondata alla luce di alcuni rilievi poco addietro richiamati, ma specialmente sulla scorta dell’art. 2043 c.c. e degli elementi la cui presenza tale norma richiede onde potere accedere al riconoscimento del diritto al risarcimento per equivalente.

In particolare, alla luce di quanto si è riportato già nella narrativa in fatto che precede, si osserva che, degli elementi che necessariamente debbono esistere per fondare una domanda di risarcimento del danno ingiusto ai sensi dell’art. 2043 c.c., non può ritenersi ricorrere, nel caso di specie, in primo luogo, il nesso di causalità tra il comportamento (e gli atti) delle amministrazioni chiamate a risarcire e il verificarsi del danno lamentato, sotto il profilo sia del danno emergente, sia della perdita di chances. Ed invero, per quanto concerne i provvedimenti risalenti al Comune, l’illegittimità dei dinieghi di concessioni edilizie è stata superata dal successivo (per quanto tardivo) rilascio (come detto, nel 1988) delle concessioni medesime, delle quali la ricorrente non ha inteso (o potuto, come essa sostiene) avvalersi.

Piuttosto, come è emerso specialmente dalla discussione orale, il prodursi del danno pare ascrivibile al comportamento della stessa ricorrente, che non ha portato a termine la realizzazione delle opere di urbanizzazione, condizione precipua per la rimozione degli ostacoli all’avvio dell’attività produttiva, come si evince dall’art.11 della convenzione sottoscritta con il Comune e trascritta presso la Conservatoria dei registri immobiliari il 16.05.85 (dove si precisa che “il Sindaco rilascia le singole concessioni edilizie… dopo l’avvenuta ultimazione delle opere di urbanizzazione primaria, accertate mediante il verbale di ultimazione ”). Al riguardo, è pacifico in causa che tali opere, se pure iniziate (cfr. verbale di sopralluogo del 13.08.85), non sono state mai ultimate. Come appare evidente, insomma, non si può istituire un rapporto di causa – effetto tra l’illegittimità dei dinieghi comunali originari e del parere negativo della Provincia da una parte e l’evento dannoso dall’altra. Altri fattori estranei (i più rilevanti dei quali, del resto, ascrivibili alla stessa ricorrente, come si è detto) si sono inseriti nella successione degli eventi, in maniera tale da recidere qualsiasi nesso di causalità diretta con il menzionato accertamento giudiziale di illegittimità.
Per quanto concerne specificamente i successivi provvedimenti provinciali di sostanziale diniego dell’autorizzazione alla produzione delle due menzionate sostanze farmaceutiche, poi, si è già ricordato che i ricorsi proposti avverso tali dinieghi sono stati lasciati perimere dalla ricorrente, di tal che, ancora una volta, non può istituirsi un rapporto causale diretto tra detti dinieghi e il prodursi di un danno in capo alla ricorrente, che in questo caso è ascrivibile al suo stesso comportamento.


4- Nemmeno può dirsi sussistere l’elemento psicologico, vale a dire la colpa delle amministrazioni resistenti, dal momento che esse hanno agito –nell’emettere i provvedimenti e nel tener i comportamenti contestati - in un ambito di perseguimento dell’interesse pubblico affidato alle loro cure dall’ordinamento, senza che possano ravvisarsi particolari elementi di negligenza o errori inescusabili nell’interpretazione (secondo il loro apprezzamento) delle norme applicate.
La Provincia, in particolare, sembra avere perseguito l’intento di applicare le norme nella maniera più rispondente alla tutela della popolazione dal rischio che essa ha ravvisato nell’attivazione di uno stabilimento farmacologico (dove si fa uso, di norma, di sostanze chimiche non sempre innocue), per di più in una fase di notevole mutamento ed innovatività dell’ordinamento in materia ambientale (proprio nella seconda parte del 1985 si erano susseguiti l’emissione del d.l. n. 312/85, l’emanazione della “legge Galasso” di conversione del medesimo e, in contemporanea, dei c.d. “galassini”, decreti ministeriali di imposizione del vincolo paesaggistico su determinate aree). Ne consegue che in una fase di aumentata sensibilità per la tutela dell’ambiente rispetto ai fenomeni di antropizzazione, ben potevano apparire giustificati i timori dell’amministrazione provinciale sull’opportunità dell’insediamento, specie ove si tenga presente l’ubicazione del progettato stabilimento, localizzato in zona pre-montana ed in riva ad un torrente. In ogni caso, la novità e la complessità della normativa escludono la sussistenza di colpa grave o di errore inescusabile in capo all’amministrazione provinciale.
5- In definitiva, sia per l’inesistenza del nesso di causalità, sia per la non ravvisabilità dell’elemento psicologico in capo alle due amministrazioni resistenti, non può ritenersi comprovata l’esistenza del danno: più correttamente, il danno allegato, se e nella misura in cui possa considerarsi esistente, appare addebitabile piuttosto alla medesima ricorrente che alle due amministrazioni convenute (parenteticamente, si osserva che la ricorrente medesima si è, successivamente, liberata dell’area in questione –con i relativi manufatti esistenti, cedendola ad altra impresa e realizzando certamente un corrispettivo economico di cui non si dà conto). In definitiva, a giudizio del Collegio, nei confronti delle amministrazioni convenute, non è configurabile un’azione di danno, a titolo di dolo o colpa, difettandone i presupposti soggettivi.
Ne consegue che non occorre, a questo punto, soffermarsi sul quantum del danno stesso, la prova del quale, peraltro (se pure possa dirsi raggiunta),deve ritenersi ininfluente ai fini del giudizio, una volta esclusone l’an; risulta, di conseguenza, superfluo disporre la richiesta CTU.
Conclusivamente, per le considerazioni su esposte, il ricorso deve considerarsi infondato e va, pertanto, rigettato.

A cura di Sonia Lazzini
Riportiamo qui di seguito la sentenza numero 2682 del 17 giugno 2010 pronunciata dal Tar Veneto, Venezia
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