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18/11/2017 20:22
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Il testo unico per la sicurezza sul lavoro e la responsabilità delle persone giuridiche

D. Campo, L. Capulli (Ufficio Tecnico n. 7-8/2008 1/7/2008) - Documento senza titolo

A seguito della l. 123/2007 e del d.lgs. 81/2008, la responsabilità amministrativa degli enti viene estesa anche alla materia antinfortunistica ed alla tutela dell’igiene e della salute sul lavoro

Nonostante il d.lgs. 231/2001 abbia introdotto, in termini assolutamente innovativi, la responsabilità amministrativa degli enti, la normativa non ha, fino ad oggi, ottenuto la giusta disponibilità “culturale” alla sua applicazione, eccettuate alcune aree geografiche.

Di recente la l. 123/2007 ed il d.lgs. 81/2008 (testo unico normativo in materia di salute e sicurezza del lavoro) hanno nuovamente reso attuale la tematica, estendendo l’ambito dei reati-presupposto della responsabilità amministrativa degli enti ai delitti di cui agli artt. 589 e 590, comma 3, c.p., commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell’igiene e della salute sul lavoro.

Nel seguito, verranno analizzati, con riferimento alla materia della sicurezza sul lavoro, l’ambito applicativo del d.lgs. 231/2001, i presupposti di tale responsabilità, gli strumenti per evitarla ed, infine, il relativo apparato sanzionatorio.

Premessa

Dopo alcuni anni dall’entrata in vigore del d.lgs. 231/2001, che ha introdotto nel nostro ordinamento la disciplina del nuovo sistema di responsabilità amministrativa degli enti, la l. 123/2007, prima, ed il d.lgs. 81/2008, dopo, hanno esteso la portata applicativa dell’istituto, anche, alla materia della sicurezza sul lavoro.

Prima di passare ad analizzare le nuove norme, è bene individuare i contorni di massima dell’istituto della responsabilità sociale.

In attuazione della delega conferita al Governo dalla l. 300/2000, è stato emanato il d.lgs. 231/2001, che ha introdotto la disciplina del nuovo sistema di responsabilità della persona giuridica come conseguenza di determinate categorie di reato poste in essere, a suo “vantaggio” o nel suo “interesse”, da persone fisiche qualificate dalla posizione ricoperta in seno all’ente medesimo (sia apicale che subordinata).

Le sanzioni conseguenti a tale responsabilità, che va accertata dal giudice penale, nell’ambito dello stesso procedimento, nel quale deve essere accertata la sussistenza o meno del reato presupposto, possono essere evitate solo se l’ente dimostra di aver adottato un valido modello di organizzazione.

Col tempo, tale sistema normativo, pur mantenendo inalterato il proprio impianto originario quanto ai principi generali e ai criteri di attribuzione della responsabilità in capo all’ente, ha conosciuto una espansione continua del suo ambito di applicazione, attraverso numerosi interventi legislativi.

Originariamente prevista solo per taluni reati commessi con frode in danno dello Stato o di altro ente pubblico e per i reati di corruzione e concussione, la responsabilità degli enti è stata estesa, con successive aggiunte, ai reati di falso, ai reati societari, ai delitti con finalità di terrorismo o eversione dell’ordinamento democratico, ai reati di market abuse, al riciclaggio.

L’estensione della responsabilità sociale alla materia della sicurezza del lavoro

In tale linea di tendenza, si colloca un’importante iniziativa del legislatore che ha esteso il novero dei reati punibili ex d.lgs. 231/2001 alle ipotesi di omicidio e lesioni colpose, connesse alla violazione della normativa sulla sicurezza e igiene sul lavoro.
Tale estensione, come detto, è stata realizzata attraverso due successivi interventi normativi:
- la l. 123/2007, Misure in tema di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, che, giusta art. 9, ha esteso la responsabilità sociale ai reati “di cui agli articoli 589 e 590, comma 3, c.p., commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell’igiene e del lavoro”, introducendo nel corpo del d.lgs. 231/2001 l’art. 25-septies;
- il d.lgs. 81/2008, testo unico normativo in materia di salute e sicurezza del lavoro, appena entrato in vigore, che, oltre a ribadire i principi di cui all’art. 9 della l. 123/2007, mitigando il trattamento sanzionatorio ivi previsto, ha indicato agli enti gli strumenti attraverso cui esimersi dalla responsabilità.

A questo punto, in assenza di pronunce giurisprudenziali in materia, è opportuno interrogarsi sulla compatibilità, sia sotto il profilo oggettivo che sotto quello soggettivo, tra i reati commessi con violazione delle norme in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e il sistema di responsabilità degli enti di cui al d.lgs. 231/2001.

I criteri d’imputazione oggettiva

Per quanto riguarda i criteri di imputazione oggettiva, nel sistema del d.lgs. 231/2001, affinché il fatto sia imputabile all’ente e, quindi, sussista una responsabilità a suo carico è condicio sine qua non che il reato venga commesso “nell’interesse” o “a vantaggio” dell’ente medesimo. Alla luce di tali criteri, viene, dunque, in considerazione il dato obiettivo del beneficio conseguito o conseguibile dall’ente per effetto della perpetrazione del reato, sotto una duplice ed alternativa connotazione:
- con riguardo alla finalizzazione del comportamento delittuoso, il quale deve essere realizzato dall’autore-persona fisica nell’interesse della società;
- con riguardo al conseguimento di un vantaggio per l’ente indipendentemente dal fine perseguito dall’autore materiale del reato e, quindi, anche nell’ipotesi in cui questo non abbia agito nell’interesse dell’ente medesimo.

Come sottolinea lo stesso legislatore e come ha anche sostenuto la giurisprudenza, interesse e vantaggio non costituiscono un’endiadi, ma sono concetti distinti:
- l’interesse fa riferimento al fine che muove l’autore dell’illecito e connota in senso marcatamente soggettivo la condotta delittuosa della persona fisica richiedendo per il suo accertamento una valutazione ex ante;
- il vantaggio fa invece riferimento all’utilità concreta che si realizza e richiede sempre una verifica ex post.

Pertanto se l’evento delittuoso è stato il risultato della mancata adozione di misure di prevenzione, sarà possibile sostenere che tale omissione avrà quantomeno ed in ogni caso determinato un vantaggio ex post in termini di risparmio di costi.
Evidentemente, i criteri di imputazione oggettiva di cui sopra sono frutto di una elaborazione concepita per i reati dolosi, cui si attagliano alla perfezione. Il sistema va in crisi, invece, quando ci si trova dinnanzi ai reati in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro, ossia ai reati di omicidio colposo e lesioni gravi o gravissime, che, per la loro natura “colposa”, non consentono, sul piano della volontà colpevole, la finalizzazione del reato alla realizzazione di un interesse o di un vantaggio.

I reati previsti dall’art. 25-septies sono reati di evento, in cui ciò che viene punito è un fatto che si doveva evitare e non si è evitato come conseguenza di una condotta strutturalmente connotata da imprudenza, negligenza, imperizia, inosservanza di leggi o regolamenti.

Da una prima lettura dovrebbe dunque concludersi che, essendo indubbio che l’evento in sé, morte o lesioni, non possa mai determinare un interesse o vantaggio per l’ente, quest’ultimo dovrebbe andare sempre esente da qualsiasi responsabilità.

Al fine di evitare l’impossibilità assoluta di applicare tali disposizioni, appare doveroso valutare i criteri di imputazione oggettiva secondo un’interpretazione più ampia, riferendo l’interesse o il vantaggio alla condotta causativa dell’evento, che, consistendo nella mancata adozione di misure protettive e di prevenzione, senz’altro si risolve in un vantaggio per l’ente, dal punto di vista di un risparmio di costi. Pertanto, al fine di rendere attuabile ed applicabile l’art. 25-septies, il giudice dovrà verificare volta per volta, illecito per illecito, se la condotta che ha determinato l’evento sia stata o meno determinata da un interesse rappresentato da motivazioni di natura economico-patrimoniale o, comunque, si sia risolta, in ogni caso, in un vantaggio economico per l’ente.

Tale interpretazione, se da un lato appare comunque forzata (visto il divieto di interpretazione analogica in materia di responsabilità penale ed amministrativa), dall’altro diventa inevitabile, qualora non si voglia abrogare una disposizione che il legislatore ha fortemente voluto.

I criteri di imputazione soggettiva e la prova liberatoria

Passando a trattare dei criteri di imputazione soggettiva, va sottolineato che, ai fini della responsabilità sociale, è necessario che il reato posto in essere sia espressione di una specifica politica aziendale ovvero derivi da una “colpa da organizzazione”, ossia dalla mancata adozione ed osservanza, da parte dell’ente collettivo, di quei livelli organizzativi idonei a prevenire la commissione di reati.

Per converso, l’adozione di standard comportamentali, volti ad impedire, attraverso la fissazione di regole di condotta, la commissione di determinate fattispecie delittuose, assume, invece, efficacia esimente per l’ente.

Il legislatore del testo unico ha avvertito l’esigenza di prevedere regole peculiari, proprio in ragione della profonda divergenza tra le nuove fattispecie colpose ed i reati dolosi, per la cui prevenzione il modello era stato originariamente pensato.

Mentre, infatti, il d.lgs. 231/2001 si era preoccupato di definire il contenuto “minimo” dei modelli, ora, l’art. 30 del testo unico sulla sicurezza, ritenendo insufficiente tale contenuto al fine di prevenire la commissione delle fattispecie colpose in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, dettaglia accuratamente i nuovi criteri e l’ambito di estensione “del modello di organizzazione e di gestione che deve essere adottato ed efficacemente attuato” affinché gli enti possano beneficiare dell’esimente anche in relazione alla commissione delle nuove fattispecie di cui all’art. 25-septies.

Giusta art. 30, il modello di organizzazione (da adottare a spese dell’impresa, ma finanziabile per quelle con meno di 50 dipendenti) deve assicurare l’adempimento di tutti gli obblighi giuridici, vigenti in materia, tra cui il rispetto degli standard tecnico-strutturali, la valutazione dei rischi, le attività di natura organizzativa, le attività di sorveglianza sanitaria, le attività di informazione e formazione dei lavoratori, le attività di vigilanza, l’acquisizione di documentazioni e certificazioni, le verifiche.

In sede di prima applicazione, le imprese potranno adottare modelli di organizzazione aziendale conformi alle Linee guida UNI-INAIL per un sistema di gestione della salute e sicurezza sul lavoro (SGSL) del 28 settembre 2001 o al British Standard OHSAS 18001:2007.

Al fine di andare esente da responsabilità, l’ente, oltre ad adottare il modello di organizzazione previsto dalla legge, dovrà anche dimostrare la fraudolenta elusione di tale modello da parte degli autori dell’illecito.

Anche in questo caso, il sistema, perfettamente compatibile con fattispecie dolose di reato, mal si attaglia a reati colposi, causati cioè da imprudenza, negligenza o imperizia. Infatti, sarà assai difficile provare che un reato colposo sia stato commesso con una condotta volontaria orientata ad eludere, a mezzo di raggiri ed artifizi, il modello organizzativo efficacemente adottato dalla società.

Il risultato che può derivare è che, essendo impossibile, per l’ente, fornire la prova liberatoria, l’applicazione delle misure sanzionatorie avvenga in ragione non di una responsabilità per “colpa da organizzazione” ma di una vera e propria responsabilità oggettiva, assai pregiudizievole in considerazione sia del rigido sistema sanzionatorio che delle sanzioni interdittive previste.

L’apparato sanzionatorio

L’apparato sanzionatorio è stato profondamente rivisitato dal d.lgs. 81/2008, rispetto all’originaria previsione di cui all’art. 9 della l. 123/2007, che prevedeva una sanzione pecuniaria in misura non inferiore a mille quote in relazione ai delitti di cui agli articoli 589 e 590, comma 3, del codice penale, commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell’igiene e della salute sui lavoro (omicidio colposo e lesioni personali gravi e gravissime).

Nella previsione originaria, pertanto, la sanzione non poteva essere inferiore a mille quote (ai sensi dell’art.10, d.lgs. 231/2001, l’importo di una quota va da un minimo di euro 258,23 ad un massimo di euro 1.549,37, a seconda delle condizioni economiche e patrimoniali della società), senza che vi fosse alcuna differenziazione tra la sanzione da applicare per il caso di morte del lavoratore e quella da applicare nel caso di lesioni sia gravi che gravissime.

Il testo unico, nel modificare il sistema sanzionatorio, sia differenziando le sanzioni in relazione al reato, sia mitigandone le conseguenze, ha previsto:
- una sanzione pecuniaria in misura pari a mille quote, per l’ipotesi in cui l’ente non abbia proceduto alla valutazione del rischio e da tale mancanza sia derivata la morte di un lavoratore. Tale sanzione si applica a: aziende industriali di cui all’art. 2 del d.lgs. 334/1999 (stabilimenti in cui sono presenti sostanze pericolose); centrali termoelettriche; impianti ed installazioni di cui agli artt. 7, 28 e 33 del d.lgs. 230/1995 (impianti nucleari o comportanti detenzione, utilizzazione, manipolazione di materie radioattive, prodotti, apparecchiature in genere contenenti dette materie, trattamento,
deposito e eventuale smaltimento nell’ambiente di rifiuti nonché utilizzazione di apparecchi generatori di radiazioni ionizzanti); aziende per la fabbricazione ed il deposito separato di esplosivi, polveri e munizioni; aziende industriali con oltre 200 lavoratori; industrie estrattive con oltre 50 lavoratori; aziende in cui si svolgono attività che espongono i lavoratori a rischi biologici, atmosfere esplosive, cancerogeni mutageni, ovvero attività di manutenzione, rimozione, smaltimento e bonifica di amianto; cantieri temporanei e mobili caratterizzati dalla compresenza di più imprese e la cui entità presunta di lavoro non sia inferiore a 200 uomini-giorno. In tal caso troveranno applicazione anche le sanzioni interdittive di cui diremo a breve, per una durata non inferiore a tre mesi e non superiore ad un anno;
- una sanzione pecuniaria in misura non inferiore a duecentocinquanta quote e non superiore a cinquecento quote, per l’ipotesi in cui la morte di un lavoratore sia avvenuta a causa della violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro. In tal caso, si applicheranno sanzioni interdittive, per una durata non inferiore a tre mesi e non superiore ad un anno;
- una sanzione pecuniaria in misura non superiore a duecentocinquanta quote, per l’ipotesi di lesioni personali gravi o gravissime avvenute a causa della violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro. In tal caso, si applicheranno sanzioni interdittive, per una durata non superiore a sei mesi.

Come già detto, le sanzioni pecuniarie sono sempre accompagnate da sanzioni interdittive, che ex art. 9, comma 2, d.lgs. 231/2001, sono l’interdizione dall’esercizio dell’attività, la sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito, il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, l’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi, il divieto di pubblicizzare beni o servizi.

Il rigido sistema sanzionatorio e la previsione della condotta colposa da cui consegue la responsabilità sociale impongono agli operatori del settore un’attenta riflessione in materia assicurativa.

L’agire colposo dell’operatore, infatti, è in astratto idoneo a determinare un danno alla società, soggetto terzo rispetto all’agente, il quale, dunque, potrebbe essere costretto a risarcire, in solido con la propria compagnia di assicurazione, tutti i danni patiti dall’ente.

Conclusioni

L’estensione della responsabilità sociale alla materia della sicurezza del lavoro era già prevista dalla legge delega dalla quale scaturì il d.lgs. 231/2001, che conteneva, tra le fattispecie di reato, per le quali si sarebbe dovuta applicare la responsabilità amministrativa dell’ente, la violazione delle norme in materia di sicurezza e di ambiente, che, in origine, vennero espunte dal testo definitivo.

Come già accennato in precedenza, con il testo unico il legislatore ha esteso la responsabilità sociale alla materia della salute e della sicurezza del lavoro. Resta, in un futuro più o meno immediato, da attendersi un’ulteriore estensione del d.lgs. 231/2001 alla materia ambientale, che, all’art. 192, comma 4, del d.lgs. 152/2006, contiene già un tentativo, sebbene allo stato embrionale.

Tuttavia, l’applicabilità della responsabilità sociale agli illeciti ambientali, allo stato, va esclusa, visto che il rinvio operato all’art. 192, comma 4, è assolutamente generico ed in evidente contrasto con il principio dell’autonomia della responsabilità dell’ente.

Ad ogni modo, da tempo, in sede parlamentare (tanto nella precedente legislatura che nell’attuale), si discute sull’inserimento degli illeciti ambientali nell’elenco dei reati-presupposto della responsabilità amministrativa degli enti.

Aggiungasi che, in data 21 maggio 2008, il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva una direttiva contenente norme di tutela penale dell’ambiente, secondo cui, tra l’altro, le persone giuridiche saranno dichiarate responsabili dei reati ambientali quando siano stati commessi a loro vantaggio.

Evidentemente, tali interventi del legislatore (tanto nella materia ambientale, quanto nella materia della sicurezza del lavoro) perseguono l’indiscutibile fine di indurre le persone giuridiche, quali soggetti maggiormente operativi in settori particolarmente delicati, al rispetto, nella misura massima possibile, di normative che trascendono il benessere individuale, ma che coinvolgono interessi collettivi. Per converso, però, è necessario agire con ponderazione, al fine di evitare di costruire un sistema che, anziché essere costruttivo di benessere sociale, sia assolutamente paralizzante.

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