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25/11/2017 00:58
Home Articoli EDILIZIA E URBANISTICA Le terrazze non possono essere considerate ai fini del calcolo delle distanze fra pareti finestrate: breve nota alla sent. n. 422/08 del Tar Friuli Venezia Giulia, sez. I

Le terrazze non possono essere considerate ai fini del calcolo delle distanze fra pareti finestrate: breve nota alla sent. n. 422/08 del Tar Friuli Venezia Giulia, sez. I

M. Petrulli (Approfondimento 6/10/2008) - Documento senza titolo

La sentenza in commento affronta e risolve l’ipotesi particolare della presenza di una o più terrazze fra pareti finestrate, ai fini del rispetto delle distanze (1) stabilite dall’art. 9 (2) del D.M. 2 aprile 1968, n. 1444 (3). Tale disposizione prevede che:
 “Le distanze minime tra fabbricati per le diverse zone territoriali omogenee sono stabilite come segue:
1) Zone A): per le operazioni di risanamento conservativo e per le eventuali ristrutturazioni, le distanze tra
gli edifici non possono essere inferiori a quelle intercorrenti tra i volumi edificati preesistenti, computati
senza tener conto di costruzioni aggiuntive di epoca recente e prive di valore storico, artistico o ambientale;

2) Nuovi edifici ricadenti in altre zone: è prescritta in tutti i casi la distanza minima assoluta di m. 10 tra
pareti finestrate e pareti di edifici antistanti;

3) Zone C): è altresì prescritta, tra pareti finestrate di edifici antistanti, la distanza minima pari all’altezza
del fabbricato più alto; la norma si applica anche quando una sola parete sia finestrata, qualora gli edifici si fronteggino per uno sviluppo superiore a ml. 12.

Le distanze minime tra fabbricati - tra i quali siano interposte strade destinate al traffico dei veicoli (con esclusione della viabilità a fondo cieco al servizio di singoli edifici o di insediamenti) - debbono corrispondere alla larghezza della sede stradale maggiorata di:
ml. 5 per lato, per strade di larghezza inferiore a ml. 7;
ml. 7,50 per lato, per strade di larghezza compresa tra ml. 7 e ml. 15;
ml. 10 per lato, per strade di larghezza superiore a ml. 15.
Qualora le distanze tra fabbricati, come sopra computate, risultino inferiori all’altezza del fabbricato più alto,
le distanze stesse sono maggiorate fino a raggiungere la misura corrispondente all’altezza stessa. Sono
ammesse distanze inferiori a quelle indicate nei precedenti commi, nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni plano volumetriche
”.
Secondo i giudici, “le terrazze non possono venire considerate ai fini del calcolo delle distanze tra pareti finestrate, non essendo sussumibili nel paradigma dell’art. 9 del D.M. 2 aprile 1968, n. 1444 […]: ed invero, la terrazza, priva di qualsiasi manufatto, non conta in alcun modo ai fini delle distanze qui in esame, essendo palese che i distacchi individuati dal suddetto decreto sono da calcolarsi tra le pareti degli edifici propriamente dette”. Se è innegabile che il punto 2) dell’art. 9 del D.M. n. 1444/68 prescrive che “in tutti i casi la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti”, è altrettanto vero, secondo i giudici, che nel caso sottoposto alla loro valutazione, la distanza contestata non è tra “pareti finestrate e pareti di edifici antistanti”, bensì tra una veranda ed una parete. Da ciò deriva l’irrilevanza delle terrazze (ancorchè munite di veranda), ai fini del calcolo della distanza minima prevista fra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti.
La sentenza offre anche l’occasione per ricordare alcuni punti fermi individuati nella giurisprudenza in merito al regime delle distanze desumibile dall’art. 9 del D.M. 2 aprile 1968 n. 1444:
in quanto diretta ad impedire la realizzazione di intercapedini, quale ne sia la natura giuridica, dannose sotto il profilo igienico sanitario, la prescrizione di cui all’art. 9, d.m. 2 aprile 1968 - inerente il rispetto della distanza di dieci metri fra pareti finestrate - deve trovare applicazione in tutti i casi” (4), essendo “tassativa ed inderogabile” (5);
le prescrizioni di cui al d.m. 2 aprile 1968 n. 1444 integrano con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni, sicché l’inderogabile distanza di 10 m. tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti vincola anche i comuni in sede di formazione o revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l’anzidetto limite minimo è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione, o comunque disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata” (6);
le norme sulle distanze dei fabbricati contenute nel d.m. 2 aprile 1968 n. 1444, a differenza di quelle sulle distanze dai confini derogabili mediante convenzione tra privati, hanno carattere pubblicistico e inderogabile, in quanto dirette, più che alla tutela di interessi privati, a quella di interessi generali in materia urbanistica” (7);
dette disposizioni sono dettate “in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell’applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi” (8) e, pertanto, questi “è tenuto ad applicare tale disposizione anche in presenza di norme contrastanti incluse negli strumenti urbanistici locali, dovendosi essa ritenere automaticamente inserita nel p.r.g. al posto della norma illegittima” (9);
la distanza dalla parete finestrata va calcolata con riferimento ad ogni punto dei fabbricati e non alle sole
parti che si fronteggiano ed a tutte le pareti finestrate e non solo a quella principale, prescindendo anche dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela
” (10);
la distanza standard prevista “deve operare per un verso anche nel caso, qui ricorrente, in cui una sola delle due pareti frontistanti sia finestrata; per l’altro, anche nel caso in cui la nuova opera sia di altezza inferiore rispetto alle preesistenti vedute o parzialmente nascosta dal muretto e dalla recinzione di confine” (11);
non è precluso “ai Comuni, nella formazione dei p.r.g. e dei regolamenti edilizi, la possibilità di prescrivere un distacco fra edifici che si fronteggino maggiore rispetto a quello minimo imposto dal decreto” (12).
Note
1. Per ragioni igieniche, di salubrità e di sicurezza degli edifici (cfr. TAR Sicilia, sez. II Palermo, sent. n. 249/08) e non per motivi di tutela della riservatezza (Consiglio di Stato, sez. IV, sent. n. 3094/07).
2. Rubricato Limiti di distanza tra i fabbricati.
3. Decreto recante: “Limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza, di distanza fra i fabbricati e rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, al verde pubblico o a parcheggi da osservare ai fini della formazione dei nuovi strumenti urbanistici
o della revisione di quelli esistenti, ai sensi dell’art. 17 della L. 6 agosto 1967, n. 765
”.
4. Cfr. T.A.R. Sicilia, sez. I Catania, sent. n. 2373 del 27 ottobre 1994 ed, in termini, anche Consiglio di Stato, sez. V, sent. n. 1565 del 19 ottobre 1999; recentemente, TAR Sicilia, sez. I Catania, sent. n. 1232/08.
5. Consiglio di Stato, sez. IV, sent. n. 3094 del 12 giugno 2007; sez. V, sent. n. 6399 del 26 ottobre 2006; TAR Sicilia, sez. I Catania, sent. n. 1232/08.
6. Consiglio di Stato, sez. IV., sent. n.  3094/2007 e sez. V, sent. n.  6399/2006; TAR Liguria, sez. I, sent. n. 1365 dell’11 luglio 2007.
7. Consiglio di Stato, sez. IV, 12 luglio 2002, n. 3929; TAR Liguria, sez. I, sent. n. 1711 del 19 dicembre 2006.
8. Consiglio di Stato, sez. IV, sent. n. 6909 del 5 dicembre 2005
9. TAR Lombardia, sez. I Brescia, sent. n. 832 del 30 agosto 2007.
10. Consiglio di Stato, sez. IV, sent. n. 6909 del 5 dicembre 2005.
11. Consiglio di Stato, sez. IV, sent. n. 3094/07.
12. Consiglio di Stato, sez. VI, sent. n. 419 del 27 gennaio 2003 e sez. IV, sent. n. 3929 del 12 luglio 2002.

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