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28/08/2014 09:05
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Incarichi professionali e forma negoziale

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M. Lucca (Ufficio Tecnico n. 3/2008) - Maggioli Editore

Gli incarichi professionali devono avere la forma scritta a pena di nullità, non potendo ammettersi alternative alla contestuale sottoscrizione del contratto, evidenziando che “lo scambio di corrispondenza o di lettere” è ammesso solo quando il rapporto intercorra con ditte commerciali.

La forma scritta

Nell’attività negoziale della pubblica amministrazione la forma riveste un ruolo determinante ai fini di costituire il vincolo obbligatorio, e dare inizio alla fase di esecuzione del rapporto contrattuale, dopo l’espletamento delle procedure di gara per la scelta del contraente (fase dell’evidenza pubblica) (1).
Infatti, l’attività contrattuale consta di due fasi, la prima delle quali, relativa alla scelta del contraente, si articola nella disciplina delle procedure di gara; la seconda ha inizio con la stipulazione del contratto che corrisponde alla disciplina della esecuzione del rapporto contrattuale tra la p.a. ed i privati, e si connota per l’assenza di poteri autoritativi in capo al soggetto pubblico (2).
Solamente con la manifestazione di volontà racchiusa nell’atto scritto si può sostenere che l’amministrazione si vincola validamente, se è vero che le delibere o le determinazioni di aggiudicazione non hanno una funzione integratrice della volontà dell’ente né si inseriscono nel processo formativo del negozio, sì da costituire un elemento rilevante ai fini della sua conclusione, ma si delineano come elementi estrinseci che operano secondo il meccanismo della condicio iuris: in mancanza di un successivo contratto per iscritto ancorato agli atti prodromici non può considerarsi quale valido equipollente del contratto (3).
Nello specifico del contratto d’opera professionale, anche la p.a. quando agisca iure privatorum, deve assumere, quindi la forma scritta ad substantiam quale elemento sostanziale per lo scambio delle prestazioni negoziali (4).
E` noto che la forma scritta richiesta “ad substantiam”, cioè a pena di nullità, rilevabile anche d’ufficio, per i contratti stipulati dal comune (e più latamente dalla p.a.) è necessaria per “l’estrinsecazione documentale della volontà negoziale dell’ente, attraverso la stipulazione dell’atto dal soggetto preposto, quale organo rappresentativo abilitato a stipulare in nome e per conto dell’ente territoriale, mentre restano, in proposito, insufficienti le deliberazioni del consiglio o della giunta municipale, o le determinazioni dirigenziali; atti meramente interni e di natura preparatoria, ma non sufficienti a manifestare la volontà dell’ente che si perfeziona solo con il contratto” (5).
E` , altresì, di tutto rilievo che la forma scritta, oltre ad esercitare un principio di trasparenza e pubblicità, permette un controllo aderente alle pattuizioni da parte dei terzi, a garanzia dell’imparzialità e del buon andamento che deve governare ogni azione dell’autorità pubblica, il cui fine è il perseguimento dell’interesse pubblico, sempre scrutinabile da parte dei cittadini.

Il caso

Senza indugiare oltre, la disamina della fattispecie (incarico professionale) porta a evidenziare che in assenza della forma scritta il Giudice adito statuisce la nullità del contratto privo della forma prescritta dalla legge e della previsione di spesa (e dei mezzi per farvi fronte), in contrasto con l’articolo 284 ss. t.u.l.c.p. (“Le deliberazioni dei comuni, delle province e dei consorzi, che importino spese, devono indicare l’ammontare di esse e i mezzi per farvi fronte”), ma oltremodo con l’assunto della Corte territoriale in base al quale “per i contratti della p.a. in cui non vi è margine di negoziazione per essere i contenuti dell’incarico interamente previsti da provvedimenti amministrativi, il requisito della forma scritta richiesta ad substantiam è integrato anche quando offerta e accettazione risultino da atti scritti non contestuali” (6), come ad esempio le diverse comunicazione da parte degli amministratori al professionista, la deliberazione d’incarico e l’accettazione dell’incaricato (intesa come incontro di volontà negoziali), il riconoscimento delle parcelle vistate dall’ordine di appartenenza.
Si può già sostenere che quando la p.a., per la realizzazione delle proprie finalità, ricorra anche agli strumenti giuridici ordinariamente propri dei soggetti privati, il vincolo negoziale sorge una volta sottoscritto il contratto; di converso la fase preliminare della formazione della volontà della p.a., si caratterizza dalle regole della cosiddetta evidenza pubblica, si conclude con la deliberazione a contrarre, destinata a disporre in ordine alla stipulazione del negozio conferendo all’organo qualificato alla rappresentanza dell’ente la effettiva potestà di porlo in essere con le finalità e l’oggetto specificati nella delibera stessa (contenuto sostanziale del contratto): per gli incarichi professionali la forma per corrispondenza (con scambio di comunicazioni) per la costituzione del vincolo risulta del tutto priva di riscontro giuridico (come si vedrà in seguito) (7).

La copertura finanziaria

Pare giusto rammentare che, allo stato attuale, il comma 1, dell’articolo 92, del Codice dei contratti pubblici, statuisce che “Le amministrazioni aggiudicatrici non possono subordinare la corresponsione dei compensi relativi allo svolgimento della progettazione e delle attività tecnico-amministrative ad essa connesse all’ottenimento del finanziamento dell’opera progettata. Nella convenzione stipulata fra amministrazione aggiudicatrice e progettista incaricato sono previste le condizioni e le modalità per il pagamento dei corrispettivi con riferimento a quanto previsto dagli articoli 9 e 10 della legge 2 marzo 1949, n. 143, e successive modificazioni. Ai fini dell’individuazione dell’importo stimato il conteggio deve ricomprendere tutti i servizi, ivi compresa la direzione dei lavori qualora si intenda affidarla allo stesso progettista esterno”.
La norma sopra richiamata, che stabilizza la necessità – inderogabile – della copertura finanziaria, richiama un elemento fondamentale della serietà del vincolo negoziale, ovvero la correttezza e buona fede nei rapporti contrattuali, esprimendo un obbligo essenzialmente di evidenziare l’effettività dei mezzi a disposizione dell’ente per fronteggiare la spesa, avuto riguardo ai principi di equilibrio del bilancio e di buon andamento dell’azione amministrativa, pregiudicato da un’obbligazione priva della ben che minima certezza della controprestazione pecuniaria a fronte della produzione di un servizio o la prestazione di un’opera professionale (8). Richiamandosi, altresì, alla norma dell’articolo 288 del t.u.l.c.p. la giurisprudenza annota che per diritto vivente,
l’osservanza di tale disposizione era posta a tutela della regolarità e del buon andamento finanziario delle amministrazioni locali, evitando che l’ente pubblico assumesse obbligazioni senza la contezza della loro incidenza economica e senza valutare la propria reale capacità di assolverle, per ciò, al lume della generale previsione dell’art. 288 dello stesso testo unico, si stabiliva che “sono nulle le deliberazioni prese in adunanze illegali, o adottate sopra oggetti estranei alle attribuzioni degli organi deliberanti, o che contengano violazioni di legge” (9).
Invero, vi è la sussistenza dell’ipotesi di responsabilità amministrativa in testa agli amministratori comunali per avere disposto una spesa senza previa delibera del relativo impegno, atteso che il mancato rispetto di tale obbligo fa sì che i maggiori esborsi corrisposti (a seguito di procedure giudiziarie), a fronte delle prestazioni ricevute, costituiscano ipotesi di danno erariale anche perché, in tali casi, è operante la normativa che disciplina – in via privatistica
– il rapporto irregolarmente assunto, sicché al privato fornitore, in quanto legittimato a pretendere il pagamento del corrispettivo direttamente dal funzionario o amministratore ordinante, sarebbe stata preclusa l’azione sussidiaria di indebito arricchimento nei confronti dell’amministrazione comunale (10).
Sul punto, la stessa sezione prima, della Corte di Cassazione, precisa, a distanza di alcuni mesi, che l’attestazione della relativa copertura finanziaria da parte del responsabile del servizio finanziario costituisce requisito formale
– non surrogabile da una verifica ex post della sussistenza della copertura, ancorché non previamente attestata – di validità dell’atto deliberativo dell’impegno di spesa e, quindi, della stessa convenzione tra l’ente ed il privato (11).
In sostanza l’esigenza di sottoporre a verifica la concreta disponibilità di mezzi per fronteggiare la spesa annessa all’incarico impone la inevitabile attestazione finanziaria della relativa disponibilità-sussistenza in bilancio da parte dell’ufficio ragioneria dell’ente, con l’intento di procedere alle registrazioni nelle scritture contabili non soltanto per verificare la legalità della spesa e la regolarità della documentazione, ma anche accertare la giusta imputazione della spesa medesima al bilancio, nonché la disponibilità del fondo sul relativo articolo.
Estendendo questa analisi si giunge a chiarire che l’eventuale nullità dell’atto deliberativo, con il quale venga affidato ad un professionista privato l’incarico della progettazione di un’opera pubblica, per carenza dell’indicazione della relativa copertura finanziaria determina la nullità anche della convenzione tra l’ente e il professionista con il quale il rapporto è costituito (12).
Tale profilo segnala una specifica responsabilità che si riflette sul dato fattuale della sequenza procedimentale, configurando la lesione della connessione delle fasi amministrative per concludere il contratto, impedendo alla p.a. di obbligarsi direttamente, atteso che in tema di assunzione di impegni e di effettuazione di spese da parte degli enti locali, qualora la richiesta di prestazioni proveniente da amministratore o funzionario dell’ente locale non rientri nello schema procedimentale di spesa, tipizzato dal terzo comma della norma dell’articolo 191 del t.u.e.l., non sorgono obbligazioni a carico dell’ente, bensì direttamente dell’amministratore o del funzionario, i quali rispondono con il proprio patrimonio, senza che l’amministrazione possa far propria con ratifica successiva l’attività contrattuale svolta dall’amministratore; in questo caso specifico l’ente territoriale può soltanto riconoscere ex post i debiti
fuori bilancio, con apposita deliberazione consiliare di riconoscimento del debito, nei limiti dell’accertata e dimostrata utilità ed arricchimento per l’ente stesso (13).
Si può affermare, pertanto, che l’assunzione di una spesa, rectius l’instaurazione di un vincolo contrattuale, passa necessariamente per una deliberazione o determinazione di contrattare con la quale si definisce la prestazione professionale, e quindi contestualmente alla deliberazione o determinazione di stipulare un contratto deve essere assunto l’impegno contabile sul competente intervento o capitolo del bilancio di competenza: “copertura finanziaria significa più di disponibilità di bilancio o capienza del capitolo. Significa possibilità di adempiere le obbligazioni dell’ente con regolarità, perché esiste una costante di flussi finanziari di entrata che consentono – al di là di mere oscillazioni di cassa – appunto che l’ente adempia regolarmente alle proprie obbligazioni. Ché se, invece, si verificasse, causa la mancata realizzazione di entrate, che, indipendentemente dalla previsione in bilancio, non ci fosse la possibilità di pagare tutti gli impegni assunti ed assumibili, in quanto previsti in bilancio, l’ente dovrà provvedere tempestivamente a riequilibrare la gestione” (14).
Alla luce delle esposte considerazioni, è sostenibile che anche in presenza di difficoltà nella determinazione del corrispettivo contrattuale si dovrà comunque impegnare la spesa in via presuntiva, cercando di individuare l’importo presunto complessivo della prestazione, giacché qualora “l’importo impegnato si riveli insufficiente, la differenza tra quanto impegnato e quanto richiesto dalla controparte contrattuale costituisce debito fuori bilancio e come tale deve essere riconosciuto dal Consiglio comunale, ai sensi dell’art. 194 t.u.e.l.” (15).
Si tralasciano le considerazioni relative alle inevitabili ripercussioni che tale condotta comporta nel delineare la grave negligenza e trascuratezza dei doveri del soggetto pubblico nel rispettare le regole della buona amministrazione, segno di imperizia e noncurante superficialità nell’applicazione delle norme di diritto, con effetti gravi di disfunzioni dell’intera struttura pubblica nell’ambito della quale il citato soggetto agisce (16).
Non ultimo dovrà essere posta attenzione alla motivazione dell’incarico, infatti, ai sensi dell’art. 7, comma 6, del d.lgs. n. 165/2001, per le amministrazioni pubbliche è consentito ricorrere legittimamente agli incarichi (consulenze esterne) solo per esigenze cui non possono far fronte con il personale in servizio e gli incarichi individuali devono essere conferiti ad esperti di provata competenza, determinando preventivamente durata, luogo, oggetto e compenso della collaborazione (oltre all’obbligo di adeguata pubblicità, anche sul sito dell’amministrazione conferente) (17).

Assenza del negozio giuridico e presenza della deliberazione di incarico

L’orientamento costante della Cassazione conferma che, oltre alla copertura di spesa, per far sorgere il vincolo negoziale è necessaria la forma scritta e tale vincolo non si perfeziona per corrispondenza – scambio di lettere – da considerare, invece (questa specifica modalità), come semplice comunicazione di affidamento dell’incarico (atti presupposti), poiché il presunto contratto non è mai stato trasfuso in una vera e propria convenzione scritta (e sottoscritta dalle parti) e racchiusa in un unico documento, né si può considerare fonte di obbligazione la deliberazione giuntale di conferimento dell’incarico, dovendo concludere che in assenza della forma scritta sussiste la nullità del rapporto in violazione agli articoli 1418, 1325, 1421, 1423, 2725 C.c, art. 17 r.d. 2240/1923, art. 87 t.u. legge comunale e provinciale, approvato con r.d. 383/1934 (18).
Per il contratto d’opera professionale vi è la indilazionabile richiesta della forma scritta “ad substantiam”, che è strumento di garanzia del regolare svolgimento dell’attività amministrativa nell’interesse sia del cittadino, costituendo remora ad arbitri, sia della collettività, agevolando l’espletamento della funzione di controllo, e, per tale via, espressione dei principi di imparzialità e buon andamento della p.a. posti dall’art. 97 Cost., dovendo dichiarare la nullità del rapporto in assenza della redazione di un apposito documento, recante la sottoscrizione del professionista e del titolare dell’organo attributario del potere di rappresentare l’ente interessato nei confronti dei terzi, dal quale possa desumersi la concreta instaurazione del rapporto con le indispensabili determinazioni in ordine alla prestazione da rendere ed al compenso da corrispondere (19).
Non può ritenersi valida ai fini della costituzione del rapporto ovvero della realizzazione della prestazione la semplice produzione di una fattura e/o lettera di incarico (talvolta menzionante la delibera di affidamento) e/o la produzione della delibera di conferimento e/o l’esibizione del relativo decreto di liquidazione giacché nessuno di tali documenti soddisfa i requisiti indicati dalla citata giurisprudenza; né tantomeno potrebbe invocarsi a sostegno di una diversa conclusione, la violazione da parte dell’amministrazione intimata del dovere di consentire la regolarizzazione dei documenti prodotti onde conformarli alle prescrizioni della forma se non minando in radice il principio di coerenza ed unità dell’ordinamento giuridico che non consente di prescindere dalla loro applicazione, anche a soli fini di dare contezza della prova: “l’imposizione degli oneri formali e contenutistici suindicati risponde ad esigenze trascendenti il piano strettamente probatorio, essendo ancorata alla tutela di valori inderogabili la cui salvaguardia non può essere attenuata quando la complessa vicenda concernente i titoli in questione, sia nella fase della formazione che nella fase della eventuale successiva utilizzazione, sia destinata a svilupparsi (in relazione ai suoi profili soggettivi ed oggettivi) in un contesto di ordine pubblicistico” (20).
A sostegno di tale pronunciamento si è annotato che la legge sulla contabilità generale dello Stato, cui si richiamano le norme in tema di contratti degli enti locali, consente che, ferma restando la forma scritta, il contratto possa essere concluso a distanza, a mezzo di corrispondenza, soltanto quando esso intercorra con ditte commerciali, e in tali casi, per esigenza di praticità, la definizione del contenuto dell’accordo è rimessa all’uso del commercio, per quanto concerne sia i prezzi che le modalità di consegna. è evidente che nel caso di incarico professionale (nella fattispecie direzione lavori) il contenuto negoziale prevede – necessariamente – una serie articolata e complessa di clausole per definire i diversi elementi del rapporto, che costituiscono il fine per identificare l’oggetto del contratto, e rendere possibili i conseguenti controlli istituzionali di legittimità (le operazioni ora previste dagli articoli 10-11 del Codice dei contratti) (21).
Tanto premesso, la prospettazione giuridica evidenziata è stata sostenuta da una consolidata giurisprudenza regolatrice (22) che ha stabilito il principio di diritto alla stregua del quale il contratto d’opera professionale, in cui una parte sia la p.a., anche quando questa agisca iure privatorum, è “richiesta, in ottemperanza al disposto degli articoli 16 e 17 del r.d. 2440/1923, come per ogni altro contratto stipulato dalla p.a. stessa, la forma scritta ad substantiam, che è strumento di garanzia del regolare svolgimento dell’attività amministrativa nell’interesse sia del cittadino, costituendo remora ad arbitri, sia della collettività, agevolando l’espletamento della funzione di controllo, ed è, quindi, espressione dei principi di imparzialità e buon andamento” (23) secondo i canoni costituzionali dell’articolo 97.
Si può, infatti, desumere che l’esistenza della conventio obbligationes, secondo le norme privatistiche, non è sorta fino a quando non risulti tradotta in un atto contrattuale sottoscritto dal rappresentante dell’ente stesso e dal professionista, essendo – la deliberazione o altro documento di incarico – atto con efficacia interna all’ente pubblico, e non costituente neppure proposta contrattuale e quindi non idonea a determinare la costituzione del relativo rapporto negoziale (24).
Così ricostruita la disciplina normativa di riferimento appare conforme alla fattispecie delineata che, nella formazione dei contratti soggetti alla c.d. evidenza pubblica, coesistono due procedimenti collegati: il primo destinato a sfociare in un provvedimento (deliberazione o determinazione a contrarre da parte degli organi competenti) con cui si esterna lo scopo da perseguire ed i relativi strumenti, il secondo funzionale alla formazione dell’accordo tra le parti contraenti secondo le norme privatistiche, salve alcune varianti correlate segnatamente alle procedure da seguire per la scelta del contraente (25).
Ne consegue che il contratto deve assumere la forma scritta, rappresentando il contenuto negoziale delle obbligazioni che le parti (professionista e p.a.) devono sottoscrivere in segno di accettazione ed espressione sostanziale del raggiunto vincolo negoziale, che segna l’istaurarsi del valido rapporto contrattuale (ex art. 1321 c.c.) con le indispensabili determinazioni in ordine alla prestazione da rendere e al compenso da corrispondere, risultando del tutto estraneo al contesto negoziale ogni diverso documento (ergo deliberazione o determinazione d’incarico) in quanto non costitutivo di alcuna proposta contrattuale ma atto con efficacia autorizzatoria e interna.

Contratto concluso a distanza “a mezzo di corrispondenza”

Le considerazioni esposte coincidono nell’affermare che in assenza di un atto contestuale, che racchiuda lo schema contrattuale, non si possa ritenere raggiunto alcun accordo negoziale, rilevando che un contratto concluso a distanza, a mezzo di corrispondenza non sia ammissibile, anche se non sottoscritto contemporaneamente.
Richiamandosi alla legge sulla contabilità generale dello Stato (articolo 17 r.d. 2240/1923, richiamato dall’articolo 87 r.d. 383/1934), il problema nei termini ora riferiti può essere affrontato e risolto solo tramite la constatazione che la sottoscrizione di un contratto professionale per corrispondenza risulta un’ipotesi derogatoria rispetto non soltanto alla regola contenuta nel precedente articolo 16, ma anche a quella posta dallo stesso articolo 17, per cui “i contratti a trattativa privata, oltre che in forma pubblica amministrativa nel modo indicato al precedente articolo 16, possono anche stipularsi per mezzo di scrittura privata firmata dall’offerente e dal funzionario rappresentante l’amministrazione”.
Tale analisi della norma generale regolatrice della materia propende “nel senso che in qualsiasi contratto della p.a. la forma scritta ad substantiam debba ritenersi osservata anche quando il consenso si formi in base a atti scritti successivi atteggiantisi come proposta e accettazione tra assenti, ma è invocabile soltanto in quei negozi in cui, per esigenze di praticità, la definizione del contenuto dell’accordo è rimessa agli usi commerciali” (26).
Se quindi tale forma negoziale è ammissibile in presenza di un’esigenza pratica tipica degli usi commerciali non rientra fra tali negozi il conferimento di incarichi professionali “aventi a oggetto complesse opere di progettazione o di direzione di lavori, il quale, anche tenendo conto dell’eccezionalità del ricorso al sistema della trattativa privata da parte dell’ente pubblico, postula, invece, accordi specifici e complessi, che richiedono la definizione dei vari aspetti del rapporto (tempi, compensi corrispondenti agli impegni di spesa assunti dall’ente, direttive), soprattutto al fine di rendere possibili i controlli istituzionali dell’autorità tutoria” (27). Le considerazioni sin qui svolte consentono di concludere che un incarico professionale conferito dalla p.a. deve essere redatto in forma scritta e consacrato in un unico documento, nel quale siano esplicitate tutte le condizioni negoziali e sia manifestata e racchiusa la volontà della p.a. di obbligarsi non potendo desumersi per fatti concludenti o in modo implicito alcuna manifestazione decidente.
Va concluso che l’unica ipotesi di contratto per mezzo di corrispondenza nella p.a., e cioè tra assenti, sia pure con l’osservanza della forma scritta, è quella dei contratti conclusi con ditte commerciali, valendo in ogni altro caso l’obbligo della forma scritta contestuale a pena di nullità. La valorizzazione della manifestazione negoziale deve esprimersi in forma scritta, forma che viene recepita anche dal comma 13, dell’articolo 11, del decreto legislativo n.163 del 2006, deducendosi che il contratto, inteso nella sua più intima definizione codicistica ma anche pubblicistica (ex comma 3, dell’articolo 3, del citato Codice), deve avere la forma scritta ad substantiam.

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(1) Cfr., art. 3, commi 55 ss. della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (finanziaria 2008).
(2) Corte Cost., 14 dicembre 2007 n. 431.
(3) Cass. civ., sez. I, 2 maggio 2007, n. 10123.
(4) Cass. civ., sez. I, 26 gennaio 2007, n. 1752.
(5) LuCCa, La funzione rogatoria del segretario comunale, Gorle, 2003.
(6) Cass. civ., sez. I, 26 gennaio 2007, n. 1752.
(7) Cass. civ., sez. I, 12 aprile 2005, n. 7535.
(8) Cfr. Cons. Stato, sez. IV, 23 marzo 2000, n. 1561.
(9) Cass., sez. un., 10 giugno 2005, n. 12195.
(10) Cfr. Corte Conti Puglia, sez. giurisdiz., 10 aprile 2001, n. 356.
(11) Cass. civ., sez. I, 26 maggio 2006, n. 12636.
(12) Cfr. Cass. civ., sez. un., 10 giugno 2005, n. 12195.
(13) Cfr. Cass. civ., sez. III, 18 aprile 2006, n. 8950.
(14) Parere n. 2/2007 “In materia di determinazione del compenso relativo ad una prestazione d’opera intellettuale da impegnare sul bilancio dell’ente”, Corte Conti, Sezione del controllo Regione Sardegna.
(15) Parere n. 2/2007, citato.
(16) In tal senso, cfr. De rose, Relazione alla Cerimonia inaugurale dell’anno giudiziario 2007 della Corte dei Conti, in www. LexItalia, 2007, n. 2.
(17) Vedi, T.A.R. Puglia-Lecce, sez. II, 16 febbraio 2007, n. 479.
(18) Cass. civ., sez. I, 26 gennaio 2007, n. 1752.
(19) T.A.R. Campania-Salerno, sez. I, 17 gennaio 2008, n. 44.
(20) T.A.R. Campania-Salerno, sez. I, 17 gennaio 2008, n. 44.
(21) Come riconosciuto anche dalla giurisprudenza amministrativa, Cons. Stato, a.p. n. 49/1980.
(22) Cfr. Cassazione 11930/2006, 8950/2006, 1702/2006, 19638/2005, 3042/2005, 22973/2004, 14808/2004, 2067/2003, 2832/2002, 8492/2002, 13628/2001, 59/2001, 11687/1999, 10956/1998, 2772/1998.
(23) Cass. civ., sez. I, 26 gennaio 2007, n. 1752.
(24) T.A.R. Campania Salerno, sez. I, 2 novembre 2006, n. 1949.
(25) Cass. civ., sez. I, 26 maggio 2006, n. 12636.
(26) Cass. civ., sez. I, 26 gennaio 2007, n. 1752.
(27) Cass. civ., sez. I, 26 gennaio 2007, n. 1752, tale principio, prosegue la sentenza, “deve essere mantenuto fermo anche dopo l’abrogazione del testo unico delle leggi comunali e provinciali del 1934 che all’articolo 87 richiamava il disposto della norma della legge di contabilità generale dello Stato, in quanto maggiormente consono all’evidenza pubblica del contratto, necessario al controllo istituzionale e della collettività sull’operato dell’ente e quindi, in definitiva, funzionale all’esigenza di assicurare l’imparzialità e il buon andamento della p.a”.



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