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18/11/2017 15:00
Home Articoli PUBBLICA AMMINISTRAZIONE Grandi eventi, danno erariale se la spesa è «irragionevole»

Grandi eventi, danno erariale se la spesa è «irragionevole»

Per aggiudicarsi un «grande evento» (sportivo, culturale, politico, eccetera) si scatena la competizione ormai non più solo fra città, italiane e straniere, ma fra Stati. Può essere un’occasione di sviluppo (infrastrutturazione, turismo, eccetera) per i territori, quando ben gestita (vedi l’Expo di Milano).

Ma non sempre lo è. Tuttavia, si crede diffusamente che lo sia, perché in gioco ci sono importanti finanziamenti internazionali.

Di qui, anche il problema corruzione: emblematico il caso dell’assegnazione alla Germania dei Mondiali di calcio del 2006, che portò a fine 2015 alla dimissioni del Presidente della Federcalcio tedesca per 6,7 milioni di euro finiti nelle casse della Fifa e che si sospetta siano serviti per comprare i voto decisivi di delegati Fifa per la scelta del Paese ospitante.

Un boccone ambito, insomma, che spinge città o Stati a investire risorse proprie su infrastrutture e progetti per competere ai fini dell’assegnazione. Un tema di grande impatto, e di grande attualità.

Il caso di Bolzano

Con una sentenza (n. 20/2017) destinata a creare un importante precedente, la Corte dei conti bolzanina - pronunciandosi sulle risorse utilizzate dal Comune di Bolzano per competere con altre città per fare da «capitale della cultura» (vinse poi Matera) - ha fissato alcuni principi che aiutano a capire fin dove è il caso di spingersi nell’impiegare risorse in questo speciale genere di competizioni.

In simili casi, secondo i magistrati bolzanini, in discussione è infatti solo il “troppo” e il non conferente, nell’ambito di queste risorse, non lo stanziamento in sé. Confermandosi giudice della «ragionevolezza» della spesa pubblica (Cassazione, sentenza 6820/2017), la Corte parla di spesa pubblica volta a sostenere «un’azione culturale di sistema» (fatta, cioè, non semplicemente di preparazione materiale del dossier della candidatura, ma anche di iniziative di sensibilizzazione della popolazione), che - se per coltivare qualche chance reale non può essere contenuta in limiti troppo angusti - neppure può però tendere a infinito.

Gli obiettivi culturali

Una impostazione moderna, chiara, ragionevole. Resta, peraltro, un tema, che nella sentenza entra incidentalmente e che si propone tuttavia con sempre maggiore insistenza alla discussione pubblica, oltre che all’approfondimento tecnico.

Gli obiettivi di sensibilizzazione e promozione culturale perseguiti con le risorse impiegate nelle competizioni fra città o fra Stati per farsi affidare un grande evento sono davvero non univocamente accertabili e misurabili? O non è piuttosto che è finora mancato, a livello non solo nazionale, un ragionamento adeguato su tecniche e sistemi di misurabilità, per sviluppare una sorta di algoritmo che consenta di computare ogni fattore rilevante (non solo le «uscite» di un grande evento, ma anche le «entrate»: la dotazione di nuove infrastrutture realizzate con fondi internazionali, l’incremento di flussi turistici a vantaggio delle imprese del territorio, ma anche - di riflesso - il maggior gettito fiscale di tipo indiretto, eccetera).

Questo algoritmo oggi non esiste. La sensazione è che occorra iniziare a lavorarci per rendere sempre più chiaro il limite da non superare. Rinunciare a competere per aggiudicarsi “grandi eventi” sarebbe irragionevole, ma farlo spingendosi oltre il limite della ragionevolezza anche.

 

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