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25/11/2017 06:43
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È atto discrezionale la revoca della concessione sulla derivazione idrica per mancato uso oltre i termini

Il provvedimento di revoca della concessione di derivazione delle acque del Po a uso idroelettrico, per inattività del gestore oltre i termini, è sicuramente esercizio di potere discrezionale, in quanto il presupposto non è solo la presa d’atto del mancato rispetto di una data di scadenza, ma frutto di una valutazione di opportunità.

Tant’è vero che anche in caso di superamento dei termini per l’attuazione della derivazione idrica l’amministrazione può - tenuto conto dei motivi ostativi alla sua realizzazione - valutare la sussistenza di un interesse pubblico a mantenere in essere la concessione.

Queste le affermazioni delle sezioni Unite civili della Corte di cassazione che con la sentenza n. 21106/2017 depositata ieri.

Il ricorso

La Cassazione conferma, pur “raddrizzandola”, la decisione del Tribunale superiore delle Acque pubbliche che aveva negato l’interesse giudiziale dell’ex gestore all’annullamento del provvedimento di revoca della concessione di derivazione idrica a scopo idroelettrico.

Il giudice speciale riteneva insuperabile il presupposto della mancata realizzazione delle opere previste e del mancato uso e, di conseguenza, insussistente qualsivoglia valutazione discrezionale da parte dell’amministrazione concedente, su cui si potesse fare un concreto accertamento giurisdizionale. Il Tribunale nega, infatti, la discrezionalità dell’annullamento, ma da atto dell’avvenuto persorso motivazionale. Da qui il rigetto del ricorso sul punto della mancata valutazione dell’interesse pubblico al mantenimento della concessione.

La discrezionalità

Secondo la Cassazione, che ha confermato la sentenza di annullamento della concessione, va però stigmatizzata la lettura che il Tribunale superiore delle acque pubbliche ha fatto, in termini di discrezionalità o meno dell’azione amministrativa, non qualificando la declaratoria di decadenza come espressione di potestà discrezionale.

Infatti, dice la Cassazione, che nonostante la “svista” il Tribunale ha comunque dato atto che la determinazione negativa della Provincia di Cuneo è arrivata a valle dell’accertamento dei presupposti e dopo aver verificato l’assenza di elementi che la potessero indurre a una qualche «misura soprassessoria» vista l’insufficienza delle «dichiarazioni d’intenti formulate dall’Ente gestore del Parco fluviale». Non si è trattato quindi di una presa d’’atto, ma di una valutazione da parte della Pa.

Quindi correttamente il tribunale speciale ha rilevato l’insussistenza «dell’interesse attoreo a dolersidell’insufficienza o della mancata proroga di un termine evidentemente di grazia, in sé comunque insufficiente a realizzare il risultato per il quale fu accordatao» conclude la Cassazione.

Il rinvio pregiudiziale negato

Il ricorrente che chiedeva il rinvio pregiudiziale alla Corte Ue lamentava anche che le Linee guida del Mise per l’autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili dettano che «possono essere realizzati esclusivamente impianti idroelettrici destinati alla autoproduzione», determinando un «insanabile contrasto con il contenuto dell'art. 13 della direttiva 2009/28/Ce del Parlamento Europeo e del Consiglio sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili, direttamente applicabile».

La Cassazione nega il rinvio argomentando che, porre limiti al rilascio -in una determinata zona- di nuove concessioni per derivare acqua a scopo idroelettrico non significa impedire la produzione di fonti rinnovabili ed il quesito non indica i termini dell’illegittimità comunitaria. E tra l’altro come anche i ricorrenti riconoscono l'annullamento e la revoca dell'atto di concessione di derivazione idrica in questione non ha come presupposto la norma che si voleva portare al giudice europeo. Bensì il mancato uso e la mancata realizzazione delle opere oltre i termini della concessione.

 

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