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22/11/2017 02:45
Home Articoli EDILIZIA E URBANISTICA Abusi edilizi, inammissibile la sanatoria "implicita"

Abusi edilizi, inammissibile la sanatoria "implicita"

Sentenza del Tar Lombardia, Brescia, sezione I, del 24 agosto 2016, n. 1135

Non è possibile regolarizzare un abuso edilizio minore collocato all’interno di un abuso maggiore non ancora sanato; infatti, se la situazione sottostante è irregolare, tale vizio si estende a qualsiasi innovazione, fatta salva l’ipotesi di una radicale soluzione di continuità, con l’assorbimento delle opere abusive in un’edificazione completamente diversa.

La sanatoria di un abuso edilizio, dunque, non può derivare come conseguenza automatica dal decorso del tempo, richiedendosi sempre una valutazione in sede amministrativa con l’adozione di un provvedimento espresso; quest’ultimo non è ravvisabile in quei titoli edilizi che autorizzano interventi aggiuntivi a quello abusivo, dovendo gli uffici comunali essere messi in condizione di valutare e di esprimersi specificamente su ciascuna difformità edilizia.

 

Secondo la sentenza in esame, quando vi sono margini di dubbio sull’epoca di realizzazione di opere prive di titolo edilizio, di norma, le stesse si presumono anteriori alla data (1 settembre 1967) di entrata in vigore della legge 6 agosto 1967, n. 765 (cosiddetta Legge Ponte, che ha esteso l'obbligo di munirsi del titolo abilitativo ad edificare all’intero territorio comunale, con ciò innovando rispetto alla legge 17 agosto 1942, n. 1150, cosiddetta Legge urbanistica, che circoscriveva tale obbligo esclusivamente agli immobili situati nei centri urbani. Tale soluzione, tuttavia, potrebbe non giovare ove l’immobile sia stato realizzato - in presenza di un programma di fabbricazione - in zona semintensiva ovvero in zona di espansione (si veda, in particolare, gli articoli 31, comma 1, e 34 della Legge urbanistica).

Giova, sul punto, richiamare la prevalente giurisprudenza secondo cui va posto in capo al proprietario (o al responsabile dell’abuso) l’onere di provare il carattere risalente del manufatto con riferimento a epoca anteriore alla Legge ponte (per una recente applicazione si veda Tar Umbria, sezione I, sentenza 19 febbraio 2016, n. 121). Ma questa stessa prevalente opinione giurisprudenziale ammette un temperamento nel caso in cui il privato, da un lato, porti a sostegno della propria tesi elementi non implausibili e, dall’altro, il Comune fornisca elementi incerti in ordine alla presumibile data della realizzazione del manufatto privo di titolo edilizio o con variazioni essenziali, fermo rimanendo che incombe sull’Autorità che adotta l’ingiunzione di demolizione l’onere di comprovare in maniera adeguata la propria pretesa demolitoria.

Per la sentenza in esame, l’accertamento di un abuso edilizio pregresso non ha come esito inevitabile un ordine di demolizione e l’esecuzione coattiva dello stesso.
L’Amministrazione, infatti, è tenuta a risolvere due questioni preliminari, nel seguente ordine: 1) se vi sia un interesse pubblico alla rimessione in pristino; 2) in presenza di un interesse pubblico attuale in questo senso, se sia possibile effettuare la rimessione in pristino senza pregiudizio per le opere eseguite in conformità.

Nell’ipotesi in cui manchi un interesse pubblico attuale alla rimessione in pristino, è possibile procedere alla regolarizzazione delle opere abusive mediante il pagamento di un importo pari a quello dell’accertamento di conformità (in base all’articolo 36 del Dpr 6 giugno 2001, n. 380, Testo unico edilizia); le tariffe di riferimento sono quelle in vigore alla data della decisione amministrativa.

Nell’ipotesi in cui, al contrario, l’Amministrazione ravvisi un interesse pubblico alla demolizione delle opere abusive, non coincidente con il mero ripristino della legalità, l’interesse del proprietario delle opere abusive può essere preso in considerazione alla luce (e nei limiti) dell’articolo 34, comma 2, del Testo unico edilizia, consentendo l’ordinamento la stabilizzazione delle opere abusive soltanto per impedire danni alle opere eseguite in conformità.

Sul punto giova però richiamare altra parte della giurisprudenza secondo cui il Testo unico edilizia distingue, ai fini sanzionatori, gli interventi eseguiti in assenza, in totale difformità o con variazioni essenziali rispetto al permesso di costruire (per i quali l’articolo 31 prevede tassativamente la demolizione delle opere abusive), dagli interventi eseguiti in parziale difformità (per i quali l’articolo 34 contempla una sanzione pecuniaria in alternativa alla demolizione, qualora essa non possa avvenire senza pregiudizio della parte eseguita in conformità).

Rassegna di Franco Giuseppe Nappi

 

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