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21/11/2017 01:52
Home Articoli AMBIENTE Strutture di ricovero degli animali d'affezione: le Regioni non possono diminuire i livelli di tutela dell'ambiente

Strutture di ricovero degli animali d'affezione: le Regioni non possono diminuire i livelli di tutela dell'ambiente

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Supera i limiti della competenza legislativa regionale, e va pertanto dichiarata costituzionalmente illegittima, la norma della Regione che, in materia di tutela degli animali d’affezione e lotta al randagismo, consente in ogni caso la possibilità di realizzare strutture di ricovero e recinzioni, anche in deroga agli ordinari strumenti ambientali.

La sentenza

Alla vigilia dell’inizio del periodo estivo, che di norma mette in grande difficoltà le strutture degli Enti Locali preposti alla lotta al randagismo, in tal senso si è pronunciata la Corte costituzionale nella sentenza n. 99 del 5 giugno 2015 ...

 

dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’articolo 2 della Legge della Regione Veneto 19 giugno 2014, n. 17 (Modifica della legge regionale 28 dicembre 1993, n. 60 “Tutela degli animali d’affezione e prevenzione del randagismo” e successive modificazioni), nel giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei Ministri, “limitatamente alla previsione secondo la quale le strutture e le recinzioni, realizzate secondo le modalità di cui al precedente comma 6-bis, sono sempre consentite, anche in deroga agli strumenti ambientali”.

La norma Regionale impugnata


La norma impugnata modifica la Legge regionale Veneto n. 60/1993, emanata ai sensi della Legge14 agosto 1991, n. 281, “Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo”, aggiungendo che le strutture e le recinzioni, realizzate secondo le modalità indicate dalla Giunta, «sono sempre consentite, anche in deroga alla normativa regionale e agli strumenti territoriali, ambientali, urbanistici ed edilizi».

L’Avvocatura della Stato, nel giudizio promosso dalla Presidenza del Consiglio, ha censurato, innanzitutto, la violazione dell’articolo 117, primo comma della Costituzione, che ancora l’attività legislativa al rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario, come recepito mediante l’articolo 5 del Dpr 8 settembre 1997, n. 357 (Regolamento recante attuazione della Direttiva 92/43/Cee relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, nonché della flora e della fauna selvatiche), ma ha contestato anche il superamento dei limiti della potestà legislativa esclusiva dello Stato in materia di ambiente, ai sensi del secondo comma, lettera s), del medesimo articolo 117 Cost.

La Consulta

La Corte, nell’accogliere il ricorso, ha riscontrato l’illegittimità costituzionale della norma regionale impugnata, in quanto essa prevede espressamente, nella realizzazione di qualsiasi struttura di ricovero e cura per animali d’affezione, deroghe agli strumenti ordinari, in particolare quelli di tutela ambientale, il cui rispetto, sottolinea la pronuncia, deriva “sia dalla conformazione del diritto interno al diritto dell’Unione, sia dalla competenza esclusiva statale in materia di «tutela dell’ambiente»”. Infatti, nell’autorizzare la realizzazione di strutture di ricovero per animali d’affezione in generica deroga agli ordinari strumenti ambientali, la norma impugnata interviene a regolare direttamente la materia, dettando disposizioni volte a stabilire, in via generale ed astratta, quali interventi dovrebbero essere sottratti agli ordinari strumenti di tutela ambientale, provocando così una diminuzione delle soglie di tutela nella materia ambientale, riservata alla competenza dello Stato.

La difesa della Regione

A propria discolpa, la Regione Veneto si è difesa sostenendo che, in applicazione di un principio di interpretazione costituzionalmente conforme della norma impugnata, non sarebbe necessario, da parte delle Leggi Regionali, prevedere esplicitamente le disposizioni statali non suscettibili di deroga, dovendosi ogni volta considerare implicito che le leggi medesime abbiano inteso rispettare i propri limiti di competenza, prevedendo, la norma stessa, una sorta di regime derogatorio limitato alla sola legislazione regionale ed ai relativi piani e strumenti, nei termini consentiti dalla normazione statale, pertanto irrilevanti ai fini del rispetto degli obblighi comunitari e del riparto costituzionale di competenza. Difesa non ritenuta conferente dai giudici della Corte, che hanno evidenziato non solo come la disposizione impugnata, correttamente interpretata, non contempli tale effettiva limitazione a situazioni residuali o emergenziali, ma si applichi bensì a qualunque struttura destinata al ricovero di animali di affezione, ma soprattutto che, così argomentando, sarebbe agevole eliminare la grande maggioranza dei conflitti di competenza, i quali, recita la sentenza, “resterebbero confinati alle ipotesi (residuali) di deliberata, esplicita e non superabile regolazione di fattispecie o materie riservate alla legislazione dello Stato”.

La normativa di riferimento

La normativa regionale si inserisce nella disciplina dettata dalla Legge Quadro 14 agosto 1991, n. 281, ai sensi della quale “lo Stato promuove e disciplina la tutela degli animali d’affezione, condanna gli atti di crudeltà contro di essi, i maltrattamenti ed il loro abbandono al fine di favorire la corretta convivenza tra uomo e animale e di tutelare la salute pubblica e l’ambiente”, con il riconoscimento del diritto alla vita degli animali d’affezione e il divieto della soppressione di quelli senza proprietario rinvenuti vaganti sul territorio. La normativa statale vieta, ricordiamo, a chiunque, di abbandonare un animale da compagnia, di utilizzare in modo improprio, preparare, miscelare e abbandonare esche e bocconi avvelenati o contenenti sostanze tossiche o nocive o di detenere, utilizzare e abbandonare alimenti preparati in maniera tale da poter causare intossicazioni o lesioni agli animali. La legge attribuisce allo Stato il compito di garantire l’attuazione della Legge 281/91, con l’attivazione dell’anagrafe canina nazionale e la gestione del sistema informatico, la promozione di programmi di informazione ed educazione per favorire il rispetto degli animali e la tutela del loro benessere nonché l’utilizzazione degli animali da compagnia nella “pet therapy”, l’individuazione dei criteri ed emanazione di linee guida per la programmazione dei corsi di formazione per i proprietari di cani e la registrazione dei produttori e distributori di microchip.

Le competenze degli Enti Locali

In tale quadro, è demandato agli Enti territoriali il compito di applicare le norme nazionali emanando propri provvedimenti, con l’istituzione dell’anagrafe canina regionale, interoperativa con quella nazionale, e con l’attuazione di piani di controllo delle nascite di cani e di gatti e di un programma di prevenzione del randagismo, il risanamento dei canili comunali e costruzione di rifugi per cani oltre alla gestione dei canili e gattili direttamente o tramite convenzioni con associazioni animaliste e zoofile o con soggetti privati e la dotazione alla Polizia locale di almeno un dispositivo di lettura di microchip “iso-compatibile”. Alle Regioni anche la competenza a emanare il regolamento dei cimiteri per gli animali da compagnia.

Le strutture pubbliche

Le strutture per il ricovero di animali d'affezione si distinguono in “canili sanitari”, destinati al ricovero di cani o gatti morsicatori o altri animali rinvenuti senza proprietario, vaganti, catturati o rinvenuti, che vivono in libertà e catturati nell'ambito dei piani di sterilizzazione attivati dal dipartimento di prevenzione veterinario, e in “canili rifugio”, destinati al ricovero di cani e gatti che hanno superato il controllo presso il ricovero sanitario, ceduti definitivamente dal proprietario, affidati dall'autorità giudiziaria, ospitati temporaneamente su ordine del sindaco per assenza del proprietario o per accertarne le condizioni fisiche o di altri animali compatibilmente con la recettività e le caratteristiche della struttura.

(Mauro Calabrese, Il Sole24 Ore - Tecnici24, 19 giugno 2015)

 

 

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