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20/11/2017 14:45
Home Articoli PUBBLICO IMPIEGO I principi generali di condotta del pubblico dipendente

I principi generali di condotta del pubblico dipendente

Il dipendente deve attenersi ai principi comportamentali dell’integrità, correttezza, buona fede, proporzionalità, obiettività, trasparenza, equità e ragionevolezza, imparzialità.

 

La nuova versione del codice, per molti aspetti coincidente con il precedente, fa espressa menzione di una serie di principi di carattere comportamentale cui si deve attenere il dipendente (art. 3, comma 2), quali: integrità, correttezza, buona fede, proporzionalità, obiettività, trasparenza, equità e ragionevolezza, imparzialità.

Nel timore di tralasciare qualche aspetto importante, il legislatore ha preferito sovrabbondare nell’indicazione di regole di condotta che sono in gran parte riconducibili a medesimi principi comportamentali e che, così elencati, corrono il rischio di essere tanto numerosi quanto generici ed evanescenti.
L’elemento unificante a cui possono essere ricondotti pare essere il primo indicato dalla norma, e cioè l’“integrità” personale, la quale si esteriorizza nelle molteplici vicende quotidiane e si manifesta in multiformi aspetti che vanno dalla lealtà nei rapporti interpersonali, alla onestà e al perseguimento dell’interesse pubblico, all’equilibrio e correttezza nel comportamento verso i colleghi, collaboratori e i destinatari dell’azione amministrativa.
I principi generali appena descritti, sono poi dall’art. 3 specificati con ulteriori disposizioni, che comunque non esauriscono l’ampio ambito di operatività degli stessi.

 

Utilizzo delle prerogative e poteri pubblici a fini esclusivamente di interesse generale (art. 3, comma 3)

La fondamentale regola di condotta a cui si deve attenere il dipendente è quella di servire il pubblico interesse e di agire esclusivamente con tale finalità.
Ne consegue che qualsiasi utilizzazione di prerogative legate alla funzione per fini personali, manifestano una inaccettabile strumentalizzazione delle stesse.

Per quanto concerne l’utilizzo di beni materiali, il codice tiene a specificare che (art. 11, comma 2): “Il dipendente utilizza il materiale o le attrezzature di cui dispone per ragioni di ufficio e i servizi telematici e telefonici dell’ufficio nel rispetto dei vincoli posti dall’amministrazione. Il dipendente utilizza i mezzi di trasporto dell’amministrazione a sua disposizione soltanto per lo svolgimento dei compiti d’ufficio, astenendosi dal trasportare terzi, se non per motivi d’ufficio”.
Ma la strumentalizzazione della propria qualità a fini personali può andare ben oltre l’improprio utilizzo di beni materiali.

L’art. 3 vieta l’utilizzo a fini privati di informazioni di cui è in possesso in ragione del proprio ufficio, nonché dello sfruttamento della propria posizione per ottenere vantaggi tra privati. A tale regola deve essere ricondotta la prescrizione dell’art. 10, in base alla quale: “1. Nei rapporti privati, comprese le relazioni extralavorative con pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni, il dipendente non sfrutta, né menziona la posizione che ricopre nell’amministrazione per ottenere utilità che non gli spettino e non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all’immagine dell’amministrazione.”


È a tutti noto come non di rado viene utilizzata la propria qualità per ottenere trattamenti di favore sul piano strettamente privato, e che non hanno alcuna ragion d’essere se non quella di alimentare un atteggiamento culturale basato sul privilegio anziché quello della pari dignità ed eguaglianza di tutti i cittadini.

L’equilibrio tra la qualità dei risultati e il contenimento dei costi

“Il dipendente esercita i propri compiti orientando l’azione amministrativa alla massima economicità, efficienza ed efficacia. La gestione di risorse pubbliche ai fini dello svolgimento delle attività amministrative deve seguire una logica di contenimento dei costi, che non pregiudichi la qualità dei risultati” (art. 3, comma 3).

Il comportamento cui è tenuto il dipendente deve coniugare l’efficienza dell’azione amministrativa con la economicità della stessa e il contenimento dei costi. Il criterio dettato è riconducibile all’atteggiamento di diligenza del buon padre di famiglia richiamato dall’art. 1176 c.c. per valutare la diligenza del debitore nello svolgimento dell’obbligazione.
Il modello del pater familias ha reali ripercussioni sull’esercizio concreto del lavoro, sia in termini di risparmio (si pensi al buon uso delle utenze di elettricità ecc.) che di individuazioni delle migliori soluzioni di natura organizzativa e gestionale.
Innumerevoli sprechi ed episodi di cattiva amministrazione sono infatti determinati da un atteggiamento culturale di sfruttamento della cosa pubblica, anche da parte del pubblico impiegato. La perdurante crisi economica ha imposto quindi un cambio di rotta e di mentalità, a partire dalla gestione quotidiana di mezzi (anche di cancelleria) e di risorse in genere.

La parità di trattamento dei destinatari dell’azione amministrativa (art. 3, comma 5);

“Nei rapporti con i destinatari dell’azione amministrativa, il dipendente assicura la piena parità di trattamento a parità di condizioni, astenendosi, altresì, da azioni arbitrarie che abbiano effetti negativi sui destinatari dell’azione amministrativa o che comportino discriminazioni basate su sesso, nazionalità, origine etnica, caratteristiche genetiche, lingua, religione o credo, convinzioni personali o politiche, appartenenza a una minoranza nazionale, disabilità, condizioni sociali o di salute, età e orientamento sessuale o su altri diversi fattori”.

La parità di trattamento presuppone necessariamente l’imparzialità del dipendente (Cons. Stato, sez. IV, sent. n. 2650 del 3 maggio 2011).

L’obbligo di imparzialità del pubblico dipendente, principio cardine che caratterizza l’agire amministrativo, ai sensi dell’art. 97 della Cost., viene specificato dalla presente disposizione sotto diversi profili.
Il primo concerne il criterio - in realtà sottinteso ma esplicitato nella norma - che l’uguaglianza di trattamento presuppone eguali condizioni, viceversa differenti situazioni sostanziali comportano trattamenti differenziati. Si pensi ad esempio a un più ampio uso del part-time o di flessibilità di orario per le dipendenti con figli piccoli o per chi ha particolari situazioni familiari.

A garanzia dell’imparzialità ma anche dell’immagine di imparzialità, è la disciplina prevista in materia di regali, compensi o altre utilità per sé o altri (esempio familiari, amici) (art. 4).

L’art. 4 pone una diversa regola di condotta:

- il divieto, più ampio, di chiedere compensi sotto varia natura (agevolazioni, sconti, viaggi ecc.) anche di modico valore per lo svolgimento della propria attività (anche al di fuori dall’ipotesi di reato);
- se i regali sono offerti spontaneamente, il dipendente può accettarli solo se di modico valore. In via orientativa il comma 5 specifica che per modico valore si intende la soglia di 150 euro.

Sempre nell’ottica di prevenzione della corruzione e garanzia dell’imparzialità, devono essere le norme che impongono la comunicazione degli interessi finanziari e conflitti di interesse (art. 6), l’obbligo di astensione (art. 7) in caso di coinvolgimento di interessi proprio o di parenti o anche di persone con le quali il dipendente abbia rapporti di frequentazione abituale.

La massima collaborazione con le altre pubbliche amministrazioni (art. 3, comma 6)

Tra i principi generali il codice pone il principio di massima collaborazione con le altre PA “assicurando lo scambio e la trasmissione delle informazioni e dei dati in qualsiasi forma anche telematica, nel rispetto della normativa vigente”. La ratio della norma è quella di spingere verso una pubblica amministrazione moderna, al di fuori da logiche di isolamento autoreferenziale, che è in grado di colloquiare e scambiare informazioni nella logica di un migliore servizio al cittadino.

Nella stessa logica è anche da leggersi l’art. 9 che impone al dipendente di adempiere al meglio agli obblighi di trasparenza previsti in capo alle PA, prestando la massima collaborazione nell’elaborazione, reperimento e trasmissione dei dati sottoposti all’obbligo di pubblicazione sul sito istituzionale (art. 9).
Significativo è anche, in tal senso il secondo comma che prevede la tracciabilità dei processidecisionali adottati dai dipendenti che deve essere garantita attraverso un adeguato “supporto documentale che consenta in ogni momento la replicabilità”.

I doveri connessi al rapporto con il pubblico

Il codice dedica particolare attenzione al comportamento che il dipendente deve tenere nei rapporti con il pubblico, sia de visu, che attraverso posta elettronica o cartacea.

Obbligo di identificazione

Il dipendente in rapporto con il pubblico si fa riconoscere attraverso l’esposizione in modo visibile del badge o altro supporto identificativo messo a disposizione dall’amministrazione.

Obbligo di cortesia e precisione

Il dipendente opera con “spirito di servizio, correttezza, cortesia e disponibilità e, nel rispondere alla corrispondenza, a chiamate telefoniche e ai messaggi di posta elettronica, opera nella maniera più completa e accurata possibile. Qualora non sia competente per posizione rivestita o per materia, indirizza l’interessato al funzionario o ufficio competente della medesima amministrazione”.

La norma impone come regola quello che nella pratica costituisce l’eccezione: un impiegato cortese, preciso, disponibile, ora non potrà più essere una rarità ma dovrà costituire “l’habitus culturale del pubblico impiegato”. In tale logica va letto il divieto di rifiutare prestazioni cui è tenuto, con motivazioni generiche, nonché il rispetto degli appuntamenti con i cittadini.

Non si dovrà più assistere poi al disimpegno dell’impiegato che afferma di non essere competente, avendo l’obbligo di indirizzare l’interessato all’ufficio competente, anche se questo può comportare l’impegno dell’esame (sia pure sommario) della pratica o domanda.

Obbligo di fornire spiegazioni

Il dipendente “fornisce le spiegazioni che gli siano richieste in ordine al comportamento proprio e di altri dipendenti dell’ufficio dei quali ha la responsabilità od il coordinamento”. Nella sua apparente semplicità la disposizione fa cadere un ulteriore baluardo dell’agire della PA la cui veste autoritativa era non di rado interpretata dai funzionari come esenzione da qualsiasi spiegazione e giustificazione nei confronti dell’interessato.

La logica della tendenziale parità tra amministrazione e cittadino comporta anche quella di non trincerarsi dietro l’anonimato e la burocrazia ma di assumersi la responsabilità delle scelte e dei comportamenti dei dipendenti dell’ufficio. Tutto questo deve essere fatto nel rispetto dell’amministrazione, visto che “il dipendente si astiene da dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti dell’amministrazione.”

Le spiegazioni non possono però andare al di là del segreto d’ufficio che il dipendente deve osservare “e, qualora sia richiesto oralmente di fornire informazioni, atti, documenti non accessibili tutelati dal segreto d’ufficio o dalle disposizioni in materia di dati personali, informa il richiedente dei motivi che ostano all’accoglimento della richiesta. Qualora non sia competente a provvedere in merito alla richiesta cura, sulla base delle disposizioni interne, che la stessa venga inoltrata all’ufficio competente della medesima amministrazione”.

Rispetto degli standard di qualità

“Il dipendente che svolge la sua attività lavorativa in un’amministrazione che fornisce servizi al pubblico cura il rispetto degli standard di qualità e di quantità fissati dall’amministrazione anche nelle apposite carte dei servizi.
Il dipendente opera al fine di assicurare la continuità del servizio, di consentire agli utenti la scelta tra i diversi erogatori e di fornire loro informazioni sulle modalità di prestazione del servizio e sui livelli di qualità”.

Fondamentale obbligo per il dipendente è quello di rendere un servizio di qualità all’utente del servizio. Il che presuppone un continuo aggiornamento sia in relazione ai contenuti del servizio da rendere che alle modalità di semplificazione di pratiche burocratiche e di pesanti procedure a carico del cittadino.

Il parametro di riferimento è quello degli standard di qualità fissati nelle carte dei servizi delle singole PA, fermo restando che il singolo dipendente secondo “scienza e coscienza”dovrà porre tutti gli strumenti a sua disposizione per adeguarsi non solo al contenuto minimo individuato dagli standard ma fornire un servizio di eccellenza.


Paola Maria Zerman, Il Sole 24 ORE - Diritto e Pratica Amministrativa, luglio/agosto 2013 - n. 7/8 (Speciale “Il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici”)

 

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