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21/11/2017 12:54
Home Articoli ENERGIA L`efficienza energetica degli edifici: il ruolo delle pubbliche amministrazioni (Seconda parte)

L`efficienza energetica degli edifici: il ruolo delle pubbliche amministrazioni (Seconda parte)

N. Lupica Spagnolo, S. Lupica Spagnolo (Ufficio Tecnico n. 1/2011)

Documento senza titolo

L’attività di accertamento ed ispezione
La legge 10/1991 obbliga il proprietario che intende eseguire opere volte a modificare il rendimento energetico del sistema edificio-impianto a depositare in comune il progetto delle opere corredato da una relazione tecnica, sottoscritta da un progettista che ne attesti la rispondenza alle prescrizioni della legge stessa. Il mancato deposito della documentazione prima dell’inizio dei lavori autorizza l’ufficio competente, oltre che ad applicare una sanzione amministrativa, ad ordinare la sospensione dei lavori sino al compimento dell’adempimento stesso.

Da questo punto di vista, la legge 10/91 non dice nulla di nuovo rispetto alla precedente legge 373/1976, in cui era già previsto l’obbligo per il committente che installava o modificava un impianto termico di depositare presso l’ufficio competente del comune il progetto corredato da una relazione tecnica con eventuali calcoli di previsione di consumo energetico per gli impianti nuovi.

Il comune, da parte sua, aveva la facoltà (ma non l’obbligo) di procedere a controlli per accertare la rispondenza degli impianti ai requisiti previsti dalla legge, sia in fase di esecuzione dei lavori, che entro 5 anni dalla fine degli stessi. In caso di accertamento di difformità in corso d’opera, il sindaco avrebbe dovuto sospendere i lavori imponendo l’adeguamento dell’impianto. In caso di lavori ultimati in difformità, il committente sarebbe stato punito con una sanzione amministrativa.

Con il d.lgs. 192/2005 e s.m.i. diventa obbligatoria (non è più una facoltà) per i comuni la verifica della conformità alla documentazione progettuale, anche avvalendosi di esperti o di organismi esterni, qualificati e indipendenti e mediante attività di controllo, accertamento e ispezione in corso d’opera o entro 5 anni dalla data di fine lavori dichiarata dal committente. Tali controlli possono essere fatti anche su richiesta del committente, dell’acquirente o del conduttore dell’edificio, con costo degli accertamenti e delle ispezioni a carico dei richiedenti.
L’art. 9 del d.lgs. 192/2005, inoltre, specifica che le regioni e gli enti locali devono provvedere all’attuazione del decreto stesso, effettuando con cadenza periodica gli accertamenti e le ispezioni necessarie all’osservanza delle norme sul contenimento energetico e sulla manutenzione degli impianti di climatizzazione. Tali controlli devono essere condotti in modo tale da “garantire il minor onere e il minor impatto possibile a carico dei cittadini”, correggendo le situazioni non conformi alle prescrizioni del d.lgs. 192/2005 e monitorando l’efficacia delle politiche pubbliche.

Per adempiere in modo più efficace a tali obblighi, è data facoltà di realizzare programmi informativi per la costituzione dei catasti degli impianti di climatizzazione. I comuni possono inoltre richiedere ai proprietari e agli amministratori degli immobili di competenza di fornire gli elementi essenziali, complementari a quelli previsti per il catasto degli impianti di climatizzazione, in modo da ottenere tutte le informazioni utili in merito agli usi energetici degli edifici nel proprio territorio di competenza.

La certificazione degli edifici esistenti
I comuni sono obbligati a predisporre la certificazione energetica dei propri edifici secondo il d.lgs. 192/2005 in caso di nuova costruzione, ampliamento o ristrutturazione degli edifici pubblici od ad uso pubblico, ma anche:
- per tutti i contratti stipulati o rinnovati dopo il 1° gennaio 2007 relativi alla gestione degli impianti termici o di climatizzazione degli edifici pubblici, o nei quali figura comunque come committente un soggetto pubblico;
- per tutti gli edifici con metratura utile totale superiore a 1.000 metri quadrati.

Una volta redatto l’attestato di certificazione energetica, il certificatore chiede all’ente competente (al comune o all’organismo regionale di accreditamento) il rilascio della targa energetica che deve essere affissa nello stesso edificio a cui si riferisce ed in luogo facilmente visibile per il pubblico.
A questo proposito, ad esempio, Regione Lombardia con la d.g.r. VIII/5018 aveva inizialmente previsto l’obbligo di certificare gli edifici di proprietà pubblica o adibiti ad uso pubblico con superficie superiore a 1.000 mq entro il 1° luglio 2010; tale termine però è stato successivamente prorogato (d.g.r. n. IX/335 del 28 luglio 2010) al 1° luglio 2011 per dare la possibilità ai dipendenti di enti e società pubbliche di accreditarsi come certificatori energetici e svolgere l’attività all’interno.

La promozione dell’uso di fonti rinnovabili
Per gli edifici di proprietà pubblica o adibiti ad uso pubblico l’art. 5 comma 15 del d.P.R. 412/1993, richiamando quanto previsto dalla l.10/1991 (all’art. 26, comma 7), prescrive l’obbligo di soddisfare il fabbisogno energetico favorendo il ricorso a fonti di energia rinnovabili o assimilate nei casi di nuova installazione o di ristrutturazione degli impianti termici, salvo impedimenti di natura tecnica ed economica.

Il limite di convenienza economica per gli impianti di produzione di energia di nuova installazione o da ristrutturare è determinato dal recupero entro un periodo di otto anni degli extracosti dell’impianto che utilizza le fonti rinnovabili o assimilate rispetto ad un impianto convenzionale; il recupero, calcolato come tempo di ritorno semplice, è determinato dalle minori spese per l’acquisto del combustibile o di altri vettori energetici, valutate ai costi di fornitura all’atto della compilazione del progetto, e dagli eventuali introiti determinati dalla vendita della sovrapproduzione di energia elettrica o termica a terzi.
Il tempo di ritorno semplice è elevato da otto anni a dieci anni per edifici siti nei centri urbani dei comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti, al fine di tener conto della maggiore importanza dell’impatto ambientale.

Il d.lgs. 192/2005 amplia l’obbligo di utilizzo di fonti rinnovabili per la produzione di energia termica ed elettrica anche agli edifici privati e nei casi di nuova costruzione, specificando che almeno il 50% del fabbisogno annuo di energia primaria per la produzione di acqua calda sanitaria sia coperto mediante l’utilizzo di fonti rinnovabili. Tale limite è ridotto al 20% per gli edifici situati nei centri storici. In tutti i casi, ad esclusione delle nuove costruzioni, in cui per l’installazione di fonti rinnovabili vi siano impedimenti di natura tecnica o economica, le cause ostative devono essere descritte nel progetto e nella relazione tecnica di cui al comma 1 dell’art. 28 della legge 10/91, riportando i motivi che impediscono l’uso delle fonti rinnovabili o assimilate.

Anche in questo caso le realtà regionali o locali hanno la possibilità di specificare meglio l’obbligo di utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili. In Lombardia, ad esempio, la giunta regionale ha deliberato che tale obbligo è soddisfatto, oltre che con fonti energetiche rinnovabili, anche nel caso di teleriscaldamento alimentato da combustione di rifiuti solidi urbani, biogas o reflui energetici, pompe di calore.

L’obbligo di installare impianti da fonti rinnovabili vale per gli edifici pubblici e di uso pubblico di nuova costruzione successivi alla data del 20 luglio 2007, e nei casi di impianti
termici se si tratta di nuova installazione, di ristrutturazione, di trasformazione da centralizzato ad impianti autonomi.

La delibera inoltre precisa che, in occasione di nuova installazione o di ristrutturazione di impianti termici, è obbligatoria la predisposizione delle opere necessarie a
favorire il collegamento a reti di teleriscaldamento, nel caso di presenza di tratte di rete ad una distanza inferiore a metri 1.000 oppure in presenza di progetti approvati nell’ambito di opportuni strumenti di pianificazione.
Non bisogna infine dimenticare gli incentivi statali sull’utilizzo del fotovoltaico erogati dal GSE (ente che per conto dello Stato si occupa del finanziamento dei progetti fotovoltaici), grazie al Conto Energia, decreto ministeriale varato il 19 febbraio 2007 che regola le modalità e le tariffe incentivanti per l’erogazione degli incentivi statali ai produttori di energia pulita; secondo questa legge e relativi aggiornamenti, anche un comune cittadino privato può diventare produttore di energia da fonti rinnovabili e ottenere quindi dei guadagni.

L’adeguamento dei regolamenti e degli strumenti urbanistici
Il d.m. 27 luglio 2005 prevede che i comuni adeguino i propri regolamenti edilizi adottando soluzioni tipologiche e tecnologiche finalizzate al risparmio energetico ed all’uso di fonti energetiche rinnovabili.
I comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti che provvedano alla redazione di strumenti urbanistici comunali o di revisione generale degli stessi devono localizzare le eventuali fonti rinnovabili di energia presenti o ipotizzabili sul territorio comunale. A seguito delle opportune indagini, i comuni sono tenuti ad individuare le condizioni per consentire il massimo utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili in precedenza individuate, in relazione alle previsioni relative alle trasformazioni urbanistiche contenute nello strumento di pianificazione. La valutazione di questi aspetti deve essere fatta in rapporto alle caratteristiche fisiche e morfologiche dell’area, alle preesistenze edilizie, alle condizioni di assetto territoriale che vengono determinandosi in attuazione alle indicazioni dei piani urbanistici.

In fase di adeguamento dei regolamenti edilizi, i comuni devono introdurre disposizioni che incentivino economicamente la progettazione e la costruzione di edifici energeticamente efficienti, alla luce dei vantaggi derivanti dall’uso efficiente dell’energia, dalla valorizzazione delle fonti energetiche rinnovabili e dal miglioramento della qualità del sistema costruttivo.
L’obbligo vale anche per gli strumenti urbanistici generali che devono essere adeguati al fine di:
- consentire lo sfruttamento della radiazione solare quale fonte di calore per il riscaldamento invernale, dando indicazioni sull’orientamento degli edifici da realizzare;
- individuare strumenti idonei di intervento di tipo passivo che consentano di minimizzare gli effetti della radiazione solare estiva al fine di garantire un adeguato livello di comfort
(schermature delle superfici vetrate, inerzia termica delle strutture, ecc.);
- scorporare dal calcolo della superficie utile e del volume edificato degli spessori di chiusure opache verticali ed orizzontali al fine di favorire la realizzazione di edifici con adeguata inerzia termica e sfasamento termico, nei limiti stabiliti dal decreto stesso.

Conclusioni
Le pubbliche amministrazioni sono chiamate a svolgere un ruolo chiave nel raggiungimento degli obiettivi che l’UE ha fissato per il 2020: ridurre del 20% le emissioni di gas a effetto serra, portare al 20% il risparmio energetico e aumentare al 20% l’utilizzo da fonti rinnovabili. Viste le indicazioni della recente direttiva 2010/31/UE, si prevede che venga richiesto alle p.a. un impegno ancora maggiore, in quanto, tra le premesse, la direttiva riconosce che il “grande potenziale di risparmio energetico nell’edilizia” è rimasto inattuato, e che “bisogna predisporre interventi più concreti anche al fine di ridurre l’ampio divario tra i risultati dei diversi Stati membri in questo settore.” Alla luce di ciò si richiede che tutti i nuovi edifici dovranno essere a “energia quasi zero” entro il 31/12/2020, prescrizione anticipata al 31/12/2018 per gli edifici pubblici.



 

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