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24/11/2017 02:57
Home Articoli LAVORI PUBBLICI Funzione e compiti della Camera Arbitrale dei contratti pubblici

Funzione e compiti della Camera Arbitrale dei contratti pubblici

di Antonio Catalano, avvocato, già magistrato ordinario

INTRODUZIONE

Le controversie relative a diritti soggettivi nascenti da contratti con le pubbliche amministrazioni e di cui al codice dei contratti possono essere devolute ad arbitri. Si tratta, quindi, di controversie relative non alla legittimità della azione amministrativa, dato che, come è noto, gli interessi legittimi non sono disponibili; ma di diritti nascenti dal contratto, per i quali vi è la giurisdizione, alternativa, del giudice o di un collegio arbitrale.
Al fine di consentire un utilizzo maggiore di questo strumento alternativo di giustizia, il codice dei contratti ha previsto la esistenza di una vera e propria camera arbitrale (esperienze non dissimili sono previste anche, ad esempio, all’interno delle camere di commercio). Si tratta di un organismo disciplinato dall’art. 242 del codice cui compete la nomina del terzo arbitro in caso di disaccordo tra le parti; è composta da soggetti altamente qualificati nella materia della contrattualistica pubblica; i componenti della stessa, ai sensi del comma 6 sono costituiti da:

a) magistrati amministrativi, magistrati contabili e avvocati dello Stato in servizio, designati dagli organi competenti secondo i rispettivi ordinamenti, nonché avvocati dello Stato e magistrati a riposo;

b) avvocati iscritti agli albi ordinari e speciali abilitati al patrocinio avanti alle magistrature superiori e in possesso dei requisiti per la nomina a consigliere di cassazione;

c) tecnici in possesso del diploma di laurea in ingegneria o architettura, abilitati all'esercizio della professione da almeno dieci anni e iscritti ai relativi albi;

d) professori universitari di ruolo nelle materie giuridiche e tecniche e dirigenti generali delle pubbliche amministrazioni laureati nelle stesse materie con particolare competenza nella materia dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture.

Si tratta, come si può verificare, di soggetti particolarmente competenti in materia amministrativa e nel campo dei contratti pubblici, per i quali è assicurato un meccanismo di rotazione triennale.
Quello previsto dal codice dei contratti si pone come una specie di discrimine tra l’arbitrato libero, ovvero quello scelto dalle completamente dalle parti; e le procedure conciliative o di facilitazione di composizione della lite e di cui al recente dlgs nr. 28 del 2010; esso, infatti, è definito arbitrato amministrato in quanto si svolge secondo le forme dell’arbitrato rituale definito dal codice di procedura civile e delle norme del codice dei contratti, ma la nomina del terzo arbitro non è rimessa alle parti, bensì al Presidente della Camera Arbitrale.
Circa le differenze con il procedimento di lodo disciplinato dal codice di procedura civile, non se ne notano di significative, se non per: 1) la disciplina del compenso (determinato da apposite tariffe); 2) dall’estensione delle ipotesi di ricusazione (quando gli arbitri abbiano compilato il progetto o dato parere su di esso, ovvero diretto, sorvegliato o collaudato i lavori, i servizi, le forniture cui si riferiscono le controversie, né coloro che in qualsiasi modo abbiano espresso un giudizio o parere sull'oggetto delle controversie stesse, anche ai sensi dell'articolo 240, ai sensi del comma 6 dell’art. 241 del codice dei contratti); 3) in relazione al deposito del lodo, che per l’arbitrato amministrato deve avvenire presso la Camera arbitrale e infine 4) per il numero degli arbitri che, per quelli oggetto del presente contributo, devono essere di tre.

LA CAMERA ARBITRALE

La designazione dei membri della camera avviene, per quanto riguarda i magistrati, ad opera dei rispettivi organi di autogoverno, sì da assicurare una scelta oculata ed imparziale.
Come si è fatto cenno, la camera arbitrale dei contratti pubblici (istituita già con la legge nr. 109 del 1994 e successivamente regolata dal d.P.R. nr. 554 del 1999) costituisce una esempio di strumento di composizione alternativa della lite seppur invia rituale. Nel solco degli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, infatti, numerosi organismi pubblici e privati hanno creato delle vere e proprie camere di conciliazione (si pensi agli organismi istituiti presso le camere di commercio o previsti dalle carte dei servizi) al fine di facilitare l’accesso ad una giustizia più rapida ed informale.
Si desume agevolmente, quindi, che già dalla metà degli anno ’90 per le procedure contenziose in tema di contratti pubblici era stato previsto l’intervento di un terzo soggetto, in funzione di garanzia, che consentisse la composizione del collegio arbitrale.
Attualmente esso trova la sua disciplina nell’art. 242 del dlgs nr. 163 del 2006; si affida alla Autorità per la Vigilanza sui contratti pubblici la tenuta dell’albo e la nomina del terzo arbitro con criteri di trasparenza ed imparzialità; l’organismo di conciliazione amministrato, infatti, è gestito presso la Autorità di Vigilanza; si compone di soggetti particolarmente qualificati; viene scelto secondo criteri oggettivi ed imparziali; effettua la sua attività istruttoria e decisoria presso la camera, se non disposto altrimenti; il corrispettivo è dovuto sulla base di tariffe predeterminate.
Essa, inoltre, si pone come anello di raccordo con l’Osservatorio sui contratti pubblici (regolato dall’art. 7 del codice di contratti); ovvero, ex comma 5 dell’art. 242 la predetta cura (avendo, per così dire “il polso della situazione”) la rilevazione dei dati emergenti dal contenzioso sugli appalti pubblici. E’ evidente la possibilità che, grazie a questa segnalazione proveniente dalla Camera arbitrale che viene trasmessa all’Osservatorio, organo dell’Autorità, questa a sua volta possa non solo provocare o stimolare procedimenti di autocorrezione in materia di gestione delle procedure in tema di contratti pubblici, ma possa svolgere anche funzione di stimolo e propulsiva per il miglioramento della legislazione vigente, dato, ai sensi del comma 7 lett e) dell’art. 6 del codice contratti la Autorità, tra l’altro,   segnala al Governo e al Parlamento, con apposita comunicazione, fenomeni particolarmente gravi di inosservanza o di applicazione distorta della normativa sui contratti pubblici.
L’arbitrato amministrato, allora, si pone come uno strumento che il legislatore ha introdotto al fine, da un lato, di facilitare il ricorso ad un mezzo più snello e veloce della giustizia ordinaria, in una materia dotata di caratteristiche e peculiarità che la differenziano da quelle solitamente discusse nelle aule dei tribunali; dall’altro che consenta la scelta di un terzo arbitro tra coloro che diano garanzie di serietà ed imparzialità, e con un particolare riferimento al contenimento dei costi, determinati dal D.M. nr. 398 del 2000, e di recente oggetto, comunque, di fissazione di un tetto massimo e di ulteriori falcidie.

CONCLUSIONI

Mosso dall’intento di accelerare i procedimenti e/o evitare l’intasamento delle aule di giustizia, il legislatore successivamente alla introduzione in discipline specialistiche di arbitrati amministrati (come quello per i contratti pubblici) e di strumenti alternativi di soluzione delle controversie, è intervenuto in via generale. Il dlgs nr. 28 del 2010, invero, ha imposto (pena la improcedibilità della domanda giudiziaria) in via generale, per le controversie relative a diritti soggettivi disponibili, il ricorso allo strumento della conciliazione e/o mediazione stragiudiziale.
L’esperienza chiarità se questo strumento (necessitato vista la improcedibilità della domanda per omesso ricorso al tentativo obbligatorio di conciliazione) consentirà di alleggerire il carico dei tribunali e degli uffici del giudice di pace e la definizione alternativa della lite in maniera analoga al già collaudato arbitrato (amministrato o meno) per i contratti pubblici.

 

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