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23/11/2017 02:45
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Colpa del proprietario in caso di abbandono di rifiuti

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QUESITO

Ai fini dell’emanazione di un provvedimento coattivo di ripristino, in che termini si può parlare di “colpa” del proprietario in caso di abbandono di rifiuti, da parte di terzi, sulla sua area?

RISPOSTA

In linea generale, l’art. 192 (Divieto di abbandono) del d.lgs. 152/2006, il c.d. t.u. ambiente, vieta “l’abbandono e il deposito incontrollato di rifiuti sul suolo e nel suolo” e prevede
l’applicazione delle sanzioni pecuniarie e detentive di cui agli artt. 255 e 256 del t.u., oltre che per il responsabile dell’inquinamento, anche in via solidale per il proprietario e per i
titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area, “ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa” in base agli accertamenti effettuati dagli organi pubblici preposti al controllo, in contradditorio con le parti interessate.  Ora, a prescindere dall’ipotesi di concorso doloso, il punto critico di questa disciplina riguarda l’imputabilità dell’abbandono in capo al proprietario dell’area (o affittuario, usufruttuario, ecc.) a titolo di colpa. O meglio, occorre chiarire il grado di questa colpa, il livello di coinvolgimento minimo che possa giustificare la sua responsabilità; in questo modo, è parallelamente possibile identificare le ipotesi di “coinvolgimento non responsabile”, nelle quali l’unica condotta punibile resta solo quella dell’effettivo responsabile.

Simili chiarimenti, com’è immaginabile, sono stati forniti dalle interpretazioni della giurisprudenza nel corso degli anni, fin dall’analoga previsione precettiva e punitiva degli artt. 14, 50 e 51 del d.lgs. 22/1997 (c.d. decreto Ronchi), oggi abrogati.  La ratio della previsione che incolpa anche i titolari del fondo in questione risiede nel fatto che costoro, in linea di principio, hanno un dovere di diligenza (del buon padre di famiglia) verso l’area che ne impone un controllo e che, ove del caso, gli consente di eseguire celermente gli interventi ritenuti necessari per eliminare situazioni di pericolo, anche se detto pericolo deriva da comportamenti (illegittimi) altrui (cfr. c.d.s., 1904/2001; 1678/2003).

Sennonché, recente giurisprudenza sostiene che il dovere di diligenza che fa carico al titolare del fondo “non può arrivare al punto di richiedere un costante vigilanza, da esercitarsi
giorno e notte, per impedire ad estranei di invadere l’area e, … di abbandonarvi rifiuti” (così T.A.R. Campania, 4924/10).
La richiesta di un impegno del genere, piuttosto gravoso e forse mai perfettamente realizzabile, “travalicherebbe oltremodo gli ordinari canoni della diligenza media (e del buon padre di famiglia) che è alla base della nozione di colpa, quando questa è indicata in modo generico, come nella specie, senza ulteriori specificazioni (Cfr., ex plurimis:
c.d.s., sez. V, 8 marzo 2005, n. 935; T.A.R. Campania, sez. V, 5.8.2008, n. 9795)”.

Questo principio sgombra il campo dal dubbio se possa esistere o meno un generico obbligo di garanzia in capo al titolare/ custode dell’area su cui sia stato effettuato l’abbandono
di rifiuti: un simile obbligo, esteso in maniera indefinita, è inesigibile “in quanto riconducibile ad una responsabilità oggettiva che, però, esula dal dovere di custodia di cui all’art.
2051 c.c. la quale consente sempre la prova liberatoria in presenza di caso fortuito (da intendersi in senso ampio, comprensiva anche del fatto del terzo e della colpa esclusiva del danneggiato)” (T.A.R. Campania, 4924/2010 cit.).

 



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