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20/11/2017 16:18
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Le malattie professionali in edilizia

A. Zuco (Progetto Sicurezza n. 3-4/2010)

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Durante lo svolgimento dell’attività lavorativa in campo edilizio gli operatori possono essere esposti a una molteplicità di rischi lavorativi. Il presente articolo analizza, con un’impronta prettamente medico-scientifica, i vari campi in cui possono manifestarsi pericoli per la salute umana nel campo delle lavorazioni edili

Il settore della lavorazione edilizia è uno degli ambiti certamente più complessi, caratterizzato da una molteplicità di attività tra loro molto differenti e con una varietà di ambientazioni che vanno dall’attività a cielo aperto a quella sotterranea.  Senza contare, inoltre, che la complessità dell’attività lavorativa nel campo edilizio è accentuata dall’intersecarsi di varie realtà professionali che entrano necessariamente a contatto tra di loro: la presenza sul luogo di lavoro di più imprese, l’organizzazione e la divisione del lavoro in subappalto, i lavoratori autonomi, a cottimo e persino – purtroppo – una percentuale di lavoratori in nero.
La complessità di questo settore lavorativo impone quindi un necessario interscambio tra le esigenze di protezione della salute dei lavoratori, dettate dalle normative in tema, le nuove scoperte scientifiche in campo medico e il costante incremento tecnologico.

È bene precisare sin dall’inizio che per malattia professionale si intende ogni forma morbosa che sia conseguenza di attività lavorativa. La categorizzazione di tali patologie non è circoscritta solo a specifiche ipotesi tabellari già predefinite (1), ma è un elenco “aperto”, nel quale può essere ricompreso, in base alle nuove risultanze mediche, ogni forma patologica che sia collegata da un nesso di causalità tra insorgenza della malattia e attività lavorativa.

L’identificazione, la misurazione e la stima probabilistica dei pericoli derivanti dall’attività lavorativa e forieri di potenziali malattie professionali non è cosa facile, poiché è necessario tenere in considerazione numerosi fattori che costituiscono variabili in grado di influenzare le attività di cui detto, anche variandone di caso in caso gli effetti. Rilevano pertanto le condizioni endogene del lavoratore, le condizioni atmosferiche, il tipo di terreno su cui si opera, il tipo di materiali e/o sostanze impiegate nella costruzione, sino ad arrivare alle problematiche puramente logistiche e strutturali dei cantieri (2).

Già negli anni Ottanta, un’equipe di medici dell’Ispesl aveva elaborato uno studio sulla mortalità derivante dall’esercizio delle varie professioni (3), determinando in particolare che:
1) il rischio di morte era raddoppiato per tutti i lavoratori del comparto, soprattutto per quanto riguardava i lavoratori manuali e autonomi;
2) si evidenziava una prevalenza di insorgenza di tumori pleurici per gli addetti alle costruzioni stradali e di tumori polmonari per i pittoridecoratori.  Nel triennio 1985-1987, un gruppo di medici delle Ussl mantovane coinvolse circa 1.070 lavoratori edili in un’indagine (4) che ebbe come risultato che vi fosse una prevalenza di patologie a carico dell’apparato uditivo (44,22% circa) e di quello osteo-articolare (20% circa), oltre ai casi di patologie a carico dell’apparato gastrointestinale, mentre minoritaria era l’insorgenza di patologie legate agli apparati respiratori (11% circa) e della cute (4% circa). Risultati analoghi si ebbero con un’indagine da parte dell’Asl milanese nel 1999 (5), ove fu riscontrato, su un campione di 100 imprese edili, la netta prevalenza di disturbi legati all’apparato uditivo (91 casi) seguita da casi di malattie derivanti da movimentazione manuale dei carichi (83 casi) e da inalazione di polveri (77 casi), mentre meno rilevanti furono i casi di patologie derivanti da utilizzo di utensili vibranti (35 casi) e da esposizione a sostanze chimiche (9 casi).
In sostanza, le principali malattie professionali che insorgono in ambito edilizio sono principalmente quelle a carico dell’apparato uditivo, quello respiratorio collegato all’inalazione di polveri e quello legato alla movimentazione manuale dei carichi, che rappresentano le principali problematiche inerenti il campo delle lavorazioni edili.

Le malattie correlate all’apparato respiratorio

Le principali problematiche correlate all’insorgenza di malattie dell’apparato respiratorio in edilizia derivano da due fattori:
1) l’esposizione del lavoratore a determinate condizioni climatiche negative;
2) l’inalazione di polveri e/o sostanze chimiche dannose.
Il fattore climatico interessa i lavoratori sottoposti a frequenti sbalzi di temperatura, oppure costretti a lavorare in ambienti troppo freddi o troppo caldi, oppure costretti a operare costantemente all’aperto rimanendo esposti alle variazioni climatiche (umidità, calore, freddo ecc.).

Se la protezione dall’insorgenza di malattie professionali derivanti dall’esposizione a fattori climatici risulta più agevole (poiché un corretto utilizzo di abbigliamento protettivo a strati facilita la duttilità del cambio di indumenti al lavoratore, riducendo i rischi derivanti dalle variazioni climatiche esogene ed endogene), non così è per l’esposizione a polveri e/o sostanze chimiche dannose, le quali, essendo microscopiche e venendo veicolate dall’aria, sono facilmente introdotte nell’apparato respiratorio attraverso l’inalazione, andando a colpire sia le mucose sia, qualora si tratti di sostanze particolarmente piccole nella misura di micron, riuscendo a penetrare direttamente negli alveoli polmonari venendo così direttamente inserite nel flusso sanguigno.  Con il termine “polveri” si indica genericamente l’insieme di tutte quelle sostanze sospese nell’aria (fibre, particelle carboniose, metalli, silice, inquinanti liquidi o solidi).
In edilizia vi è un elevato rischio di inalazione di una serie di particolati.

Nei cantieri sotterranei, in particolare, unitamente a numerose attività sopra elencate (quali la frantumazione, le perforazioni a umido con sistemi traspiranti, le escavazioni, il brillamento), vi è inoltre un alto rischio di insorgenza di malattie professionali derivanti dall’inalazione di gas di scarico dei motori diesel dei macchinari utilizzati. L’impiego di macchine operatrici aventi motori diesel nei cantieri sotterranei provoca infatti un’elevata concentrazione di sostanze nocive, costituite da una enorme massa di particelle di fuliggine, grossolane fini e ultrafini. La maggior parte di queste particelle di fuliggine risulta essere talmente piccola (del diametro di circa 0,1 μm) da riuscire a penetrare attraverso le vie respiratorie negli alveoli e successivamente nella circolazione sanguigna. Le emissioni dei motori diesel (EMD) possono provocare vari disturbi quali bruciore agli occhi, irritazioni delle mucose nasali, tosse ed espettorato, fino a giungere a casi di intossicazione (soprattutto se in forma gassosa) e cancro polmonare.

Le malattie correlate agli agenti biologici

Per quanto riguarda l’esposizione ad agenti biologici dannosi e/o nocivi, i principali rischi in campo edilizio che il lavoratore incontra sono caratterizzati dalla possibilità di inalazione della spora tetanica (clostridium tetani), un batterio anaerobio presente nel terriccio o sui materiali di lavorazione che può procurare il tetano. Essendo un batterio anaerobo, può accadere che le spore del tetano restino a lungo nel sito di penetrazione, riattivandosi a distanza anche di mesi in ragione di particolari condizioni. Non è infrequente che si verifichino incidenti in campo edile dovuti a penetrazione di corpi estranei nell’organismo (quali spine, chiodi, schegge): in tali casi, particolare attenzione va data al rischio che le ferite provocate, soprattutto quelle che comportano ampie devitalizzazioni dei tessuti irrorati dal sangue e quindi che causino mancanza di apporto di ossigeno alle cellule nell’area lesa, in quanto la germinazione delle spore diviene molto più rapida, provocando l’insorgere delle prime sintomatologie in un arco di tempo compreso tra i 3 e i 21 giorni dall’infezione.  A causa della particolare pericolosità del tetano, la legge 5 marzo 1963 n. 292 ha previsto l’obbligatorietà della vaccinazione antitetanica per una molteplicità di lavoratori tra cui quelli edili, con obbligo di richiamo ogni 10 anni.

Un altro agente biologico da tenere in seria considerazione è rappresentato dalla Leptospira (phylum spirochaetes), il batterio che provoca la leptospirosi: il rischio di contrarre tale malattia può interessare le lavorazioni edili che si svolgano nelle vicinanze di fiumi, canali ecc. nei quali possa verificarsi un contatto cutaneo con acque che siano state contaminate da deiezioni di topi e ratti.
Le punture da insetti rappresentano un altro fattore da tenere in considerazione ai fini dell’insorgenza di malattie professionali in edilizia, soprattutto poiché, trattandosi di lavorazioni che si svolgono prevalentemente all’aperto, gli insetti (soprattutto imenotteri) possono facilmente pungere gli operatori provocando dolore, gonfiore, prurito intenso e prolungato e anche shock anafilattico in caso di soggetto predisposto in quanto allergico.

Le malattie correlate alla pelle

Le malattie della pelle rappresentano un aspetto molto importante come causa di insorgenza di malattie professionali legate all’edilizia: il lavoratore si trova infatti costretto per la maggior parte del tempo a entrare in contatto diretto con tutte quelle sostanze necessarie all’attività costruttiva, con la conseguenza che possono verificarsi frequentemente casi di esposizione della cute a tali sostanze.
Le malattie professionali della pelle più frequenti sono caratterizzate senza dubbio dalle dermatiti da contatto, le quali possono avere due diverse componenti: irritativa e allergica.  La dermatite irritativa deriva dal potere sensibilizzante della sostanza che entra in contatto con la pelle: essa è in genere causata da agenti chimici (prevalentemente sostanze alcaline e acide), e il danno si verifica direttamente a carico della cute esposta all’irritazione nella sua sede di contatto con la sostanza irritante.

La dermatite allergica da contatto (DAC) deriva non solo dal potere sensibilizzante della sostanza a contatto con la cute, ma anche dal tipo e dal grado di reazione allergica del singolo lavoratore. Essa può essere causata dal contatto con metalli molto comuni in edilizia, presenti in qualità di sali nel cemento ma anche nel pellame (pellicce calzature, indumenti, guanti ecc.) quali cobalto e nichel, cromo e dal potassio bicromato (7) (un sale di metallo da esso derivato) oppure da materie plastiche quali resine epossidiche (utilizzate dai muratori per riparare sezioni di calcestruzzo difettose o danneggiate).  Anche gli olii minerali sono in grado di provocare reazioni allergiche nel soggetto esposto, potendo indurre patologie come acne e comedoni.  In ambito edilizio, la localizzazione delle dermatiti che colpiscono i lavoratori si focalizza prevalentemente nelle mani, nei polsi, sulla superficie flessoria degli avambracci e sul dorso dei piedi.

Le malattie correlate all’apparato uditivo

Il rumore rappresenta una della principali cause dell’insorgenza di malattie professionali in campo edilizio. Esso è definito come un fenomeno oscillatorio che permette la trasmissione di energia attraverso un mezzo di propagazione, ma più comunemente è definito come una manifestazione sonora fastidiosa, sgradevole e/o dannosa per l’apparato uditivo. Le fonti di rumore possono essere sia naturali sia artificiali, e le principali sono derivanti da:
corpi solidi oscillanti;
colonne d’aria oscillanti;
corpi in movimento rapido;
gas rapidamente fuoruscenti;
incrementi rapidi di pressione;
la voce umana.

L’apparato uditivo umano è un organo complesso ed estremamente sensibile che è in grado di trasformare i fenomeni oscillatori in impulsi nervosi i quali vengono poi tradotti dal cervello come suoni. L’orecchio umano è in grado di percepire una gamma di suoni compresi tra i 20 Hz e i 20 kHz. La soglia di tolleranza sonora dell’orecchio umano, espresso in decibel (dB), solitamente si assesta intorno ai 60 dB, soglia alla quale già si possono manifestare sensazioni di fastidio. Ma la quasi totalità delle attività in campo edilizio sono ben al di sopra di tale soglia: basti pensare che, mediamente, un cantiere edile è una sorgente rumorosa che produce circa 100 dB: in tale soglia già si possono verificare effetti quali temporanea sordità e nausea; altre attività che prevedono l’utilizzo di macchinari quali piallatrici, martelli pneumatici, seghe circolari, compressori, martelli e scalpelli demolitori si assestano sui 110 dB, soglia alla quale l’organismo umano manifesta sintomatologie quali emicrania e capogiri (8). La malattia professionale più comune in relazione al sistema uditivo è l’ipoacusia, caratterizzata da una diminuzione della capacità uditiva fino alla sordità; ma, agendo il sistema uditivo in stretta concomitanza con il sistema nervoso, e andando a influenzare una serie di altre funzioni corporee quali ad esempio l’equilibrio, a carico dell’organismo potranno insorgere anche patologie quali ad esempio alterazioni della frequenza cardiaca e circolatoria, modificazioni della pressione arteriosa, aumento delle resistenze vascolari periferiche, modificazioni funzionali del sistema nervoso e neurovegetativo, e persino alterazioni a carico dell’apparato digerente.

È utile ricordare che il d.lgs. 81/2008 ha fissato i valori limite di esposizione e di azione secondo quanto segue:
a) valori limite di esposizione rispettivamente lex = 87 db(a) e ppeak = 200 pa (140 db(c) riferito a 20 muPa);
b) valori superiori di azione: rispettivamente lex = 85 db(a) e ppeak = 140 pa (137 db(c) riferito a 20 muPa);
c) valori inferiori di azione: rispettivamente lex = 80 db(a) e ppeak = 112 pa (135 db(c) riferito a 20 muPa).

Le malattie correlate alle vibrazioni

Il campo dell’edilizia è senza dubbio uno degli ambiti più frequenti ove i lavoratori vengono a contatto giornaliero con macchinari vibranti: basti pensare a utensili quali piallatrici, martelli pneumatici, seghe circolari, compressori, martelli e scalpelli demolitori, ma anche betoniere, compressori, gruppi elettrogeni, mole flessibili ecc.  L’utilizzo di tutti questi macchinari provoca un trasferimento di vibrazioni spesso di rilevante entità dal macchinario stesso al corpo umano, che è suddiviso in due categorie: l’esposizione al sistema mano-braccio e l’esposizione al corpo intero.
L’esposizione a vibrazioni al sistema mano-braccio deriva dall’utilizzo di macchinari e/o utensili a frequenza elevata in grado di produrre vibrazioni.  Ciò che viene comunemente definita come “Sindrome da vibrazione mano-braccio” è in realtà una patologia complessa costituita da tre componenti:
1) la componente neurologica, caratterizzata dall’insorgenza di neuropatia periferica localizzata agli arti superiori,
2) la componente vascolare, caratterizzata dal fenomeno di Raynaud secondario o “sindrome del dito bianco (9)”,
3) la componente osteoarticolare, caratterizzata dalle lesioni cronico-degenerative dei segmenti ossei articolari superiori, in particolare tra gomito e polso.
L’insorgenza di patologie neurosensitive a carico degli arti superiori si manifesta prevalentemente nelle estremità distali degli arti superiori, con coinvolgimento del nervo mediano e ulnare e talora anche del nervo radiale. Inoltre possono verificarsi casi frequenti di neuropatie da intrappolamento (compressione dei nervi nei canali osteo-legamentosi che provocano dolore), il morbo di Dupuytren (flessione progressiva e permanente di uno o più dita), la sindrome del tunnel carpale o STC (infiammazione dei tendini del polso con schiacciamento del nervo mediano e conseguente disestesia alle dita e impotenza funzionale) e la meno frequente sindrome del canale di Guyon (compressione del nervo ulnare al polso attraverso il canale di Guyon che provoca paresi anche senza dolori).

L’esposizione da vibrazioni a corpo intero deriva invece dalla sollecitazione attraverso vibrazioni emesse da macchinari e/o utensili estesa a tutto il corpo. Tale patologia, denominata “sindrome da vibrazione a corpo intero” o “whole body vibration” (WBV) interessa prevalentemente le attività di operatori a bordo di mezzi di trasporto o di movimentazione, i quali creano vibrazioni che si distribuiscono attraverso tutto il corpo dell’operatore stesso. In ambito edilizio, le principali problematiche relative a questo tipo di patologia si hanno in caso di guida di veicoli quali autogru, gru, camion, macchine per la movimentazione inerte cingolate o gommate (benne, forche, ruspe, muletti, carrelli elevatori) e similari.

Dal punto di vista clinico, i lavoratori colpiti da sindrome da vibrazione a corpo intero accusano prevalentemente disturbi e lesioni a carico del rachide lombare (lombalgie e lombosciatalgie, alterazioni degenerative della colonna vertebrale quali spondiloartrosi, spondilosi, osteocondrosi intervertebrale, discopatie e ernie discali lombari e/o lombosacrali nei conducenti di veicoli industriali e di mezzi di trasporto rispetto a gruppi di controllo non esposti a vibrazioni meccaniche), ma possono aversi anche disturbi e lesioni all’apparato cervico-brachiale (mediante amplificazione della risposta muscolare collospalla), al sistema nervoso periferico, al sistema cocleovestibolare (ipoacusia, iporeflettività vestibolare e turbe vestibolari), il sistema circolatorio (emorroidi e varici venose degli arti inferiori) ed in via meno frequente all’apparato gastroenterico (disturbi gastro-intestinali, gastrite e ulcera peptica) e dell’apparato riproduttivo femminile (disturbi del ciclo mestruale, processi infiammatori e anomalie del parto in donne esposte a vibrazioni con frequenze tra 40 e 55 Hz).
In tale campo, il d. lgs. 81/2008 indica i seguenti valori limite (10):
a) per le vibrazioni trasmesse al sistema manobraccio:
1) il valore limite di esposizione giornaliero, normalizzato a un periodo di riferimento di 8 ore, è fi ssato a 5 m/s2; mentre su periodi brevi è pari a 20 m/s2;
2) il valore d’azione giornaliero, normalizzato a un periodo di riferimento di 8 ore, che fa scattare l’azione, è fi ssato a 2,5 m/s2;
b) per le vibrazioni trasmesse al corpo intero:
1) il valore limite di esposizione giornaliero, normalizzato a un periodo di riferimento di 8 ore, è fi ssato a 1,0 m/s2; mentre su periodi brevi è pari a 1,5 m/s2;
2) il valore d’azione giornaliero, normalizzato a un periodo di riferimento di 8 ore, è fi ssato a 0,5 m/s2.

Le malattie correlate alla movimentazione manuale dei carichi

Durante l’attività di movimentazione manuale dei carichi il lavoratore deve stare attento a una serie di rischi connessi a tale operazione che possono variare dai pericoli di urto e schiacciamento di parti del corpo da parte degli stessi carichi a tutte le problematiche inerenti la colonna vertebrale.
Il d.lgs. 81/2008 definisce movimentazione manuale dei carichi “le operazioni di trasporto o di sostegno di un carico ad opera di uno o più lavoratori, comprese le azioni del sollevare, deporre, spingere, tirare, portare o spostare un carico, che, per le loro caratteristiche o in conseguenza delle condizioni ergonomiche sfavorevoli, comportano rischi di patologie da sovraccarico biomeccanico, in particolare dorso-lombari”, precisando inoltre che per patologie biomeccaniche da sovraccarico si intendono le “patologie delle strutture osteoarticolari, muscolotendinee e nervovascolari”.

In tema di rischi collegati alla movimentazione manuale dei carichi, l’allegato XXXIII del d.lgs.  81/2008 effettua un’elencazione di rischi potenziali in base ai diversi fattori in evidenza.  Relativamente alle caratteristiche del carico, la movimentazione manuale di un carico può costituire un rischio di patologie da sovraccarico biomeccanico, in particolare dorso-lombari nei seguenti casi:
il carico è troppo pesante (11);
è ingombrante o diffi cile da afferrare;
è in equilibrio instabile o il suo contenuto rischia di spostarsi;
è collocato in una posizione tale per cui deve essere tenuto o maneggiato a una certa distanza dal tronco o con una torsione o inclinazione del tronco;
può, a motivo della struttura esterna e/o della consistenza, comportare lesioni per il lavoratore, in particolare in caso di urto.
Relativamente allo sforzo fisico richiesto, esso può presentare rischi di patologie da sovraccarico biomeccanico, in particolare dorso-lombari nei seguenti casi:
è eccessivo;
può essere effettuato soltanto con un movimento di torsione del tronco;
può comportare un movimento brusco del carico;
è compiuto col corpo in posizione instabile.

Relativamente alle caratteristiche dell’ambiente di lavoro, esse possono aumentare le possibilità di rischio di patologie da sovraccarico biomeccanico, in particolare dorso-lombari nei seguenti casi:
lo spazio libero, in particolare verticale, è insuffi ciente per lo svolgimento dell’attività richiesta;
il pavimento è ineguale, quindi presenta rischi di inciampo o è scivoloso il posto o l’ambiente di lavoro non consentono al lavoratore la movimentazione manuale di carichi a un’altezza di sicurezza o in buona posizione;
il pavimento o il piano di lavoro presenta dislivelli che implicano la manipolazione del carico a livelli diversi;
il pavimento o il punto di appoggio sono instabili;
la temperatura, l’umidità o la ventilazione sono inadeguate.

Relativamente alle esigenze connesse all’attività lavorativa, essa può comportare un rischio di patologie da sovraccarico biomeccanico, in particolare dorso-lombari se comporta una o più delle seguenti esigenze:
sforzi fi sici che sollecitano in particolare la colonna vertebrale, troppo frequenti o troppo prolungati;
pause e periodi di recupero fi siologico insuffi cienti;
distanze troppo grandi di sollevamento, di abbassamento o di trasporto;
un ritmo imposto da un processo che non può essere modulato dal lavoratore.

Per quanto riguarda infine i fattori individuali di rischio, il lavoratore può correre un rischio nei seguenti casi:
inidoneità fi sica a svolgere il compito in questione tenuto altresì conto delle differenze di genere e di età;
indumenti, calzature o altri effetti personali inadeguati portati dal lavoratore;
insuffi cienza o inadeguatezza delle conoscenze o della formazione o dell’addestramento.  Durante lo sforzo del sollevamento di un carico manuale, l’organismo subisce sollecitazioni a muscoli, legamenti ed articolazioni: si verificano infatti aumenti della frequenza cardiaca e respiratoria, del consumo di ossigeno e della temperatura corporea, poichè l’organismo è “costretto” ad adattarsi alle condizioni di sforzo; aumenta altresì la pressione nella zona intra-addominale, con contestuale compressione dei dischi intervertebrali.  Il principale fattore che determina un rischio per la colonna vertebrale dell’operatore è rappresentato dall’eccessivo carico che va a comprimere il disco intervertebrale durante la movimentazione (carico discale): il rischio principale in questo caso è l’eccessivo gravare sul disco intervertebrale in caso di carico (12).
A carico della colonna vertebrale si possono quindi verificare patologie quali lesioni a carico del rachide dorso-lombare (che interessano muscoli, ossa, articolazioni tendini e nervi), rachialgie, lombalgie e lombo sciatalgie, spondilodiscoartrosi, ernia del disco.

Note
(1) L’Inail ha istituito, in base al d.P.R. 1124/1965, un elenco specifi co di malattie professionali riconosciute ai fi ni del risarcimento del danno in favore del lavoratore che ne sia colpito. Le malattie professionali riconosciute nel campo dell’industria sono 58, mentre quelle riconosciute nel campo dell’agricoltura 27. Tale elenco è periodicamente soggetto a revisione al fi ne di garantire il costante allineamento all’evoluzione scientifi ca e tecnologica.
(2) Persino l’organizzazione del lavoro può costituire una variabile da tenere in considerazione ai fi ni dell’analisi dell’insorgenza di malattie professionali, in quanto infl uenza le modalità di gestione delle problematiche, gli orari ed i turni di lavoro, il tipo ed il modo di esposizione dei lavoratori a condizioni ambientali sfavorevoli e/o a sostanze e materiali potenzialmente nocivi per la salute umana.
(3) Ispesl Regioni Italiane, Ministero della Sanità Regione Piemonte, Mortalità per professioni in Italia negli anni ’80, Collana Quaderni Ispesl, 1995.
(4) MOSSINI E., BERUFFI M., BOSIO S. et al., Rischi e danni posturali in edilizia: un’esperienza di prevenzione, Carpenedolo (Brescia): Colorprint Editore, 1995.
(5) PRANDI E., TAVERNA N., MOSCONI G. et al., Obblighi di sorvaglianza sanitaria in edilizia. Atti del Convegno Regionale “L’analisi dei rischi e la sorveglianza sanitaria in edilizia”, Bergamo 18 giugno 1999; 25-29.
(6) Per un approfondimento sul tema dell’amianto vedasi ZUCO A., I rischi derivanti dall’amianto, in “Progetto Sicurezza” n. 3/2009, Maggioli Editore, pagg.36-44.
(7) Tale sale di metallo, tra l’altro, è presente in una molteplicità di sedi: nella concia del cuoio, nelle capocchie dei fi ammiferi, nei bagni galvanici (per impedire l’alterazione della zincatura delle lamiere), nelle vernici, negli oli da taglio come anticorrosivo, nei colori per legno e gomma, nel linoleum e nella gomma stessa, nei comuni inchiostri per uffi cio.
(8) La soglia del dolore si assesta tra i 120-150 dB, mentre per rumori superiori a tale soglia si verifi cano danni irreparabili istantanei all’orecchio umano.
(9) Tale sindrome è caratterizzata da pallore locale delimitato alla zona delle dita, in quanto parti maggiormente esposte al trauma da vibrazioni.
(10) Ai sensi dell’allegato XXXV, parte B del d.lgs. 81/2008, la valutazione del livello di esposizione alle vibrazioni si basa sul calcolo dell’esposizione giornaliera A (8) espressa come l’accelerazione continua equivalente su 8 ore, calcolata come il più alto dei valori quadratici medi delle accelerazioni ponderate in frequenza, determinati sui tre assi ortogonali (1,4·awx, 1,4·awy, 1·awz, per un lavoratore seduto o in piedi), conformemente alla norma ISO 2631-1 (1997), adottato dal d.lgs. 81/2008 in toto.
(11) Precisamente, secondo l’allegato XXXIII del d.lgs. 81/2008, il carico massimo sostenibile è di 25 kg per gli uomini e 15 kg per le donne.  Secondo studi scientifi ci (Inail 2008), è stato appurato che per sollevare con le braccia un peso di 10 Kg a tronco verticale con le ginocchia fl esse, il carico discale che grava sul disco intervertebrale per effetto della posizione asimmetrica della colonna vertebrale rispetto al peso da sollevare, è di circa 282 Kg, mentre se un peso di 10 Kg viene sollevato con il tronco fl esso in avanti e con le ginocchia estese, il carico diventerà di 250 Kg a livello dei muscoli e di 700 Kg a livello del disco.
(12) Essa consiste in alterazioni dei corpi vertebrali causati dalla progressiva disidratazione, degenerazione e schiacciamento di uno o più dischi intervertebrali adiacenti tra loro.



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