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08/09/2010 02:22
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Federalismo demaniale e centralismo finanziario

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L. Oliveri (La Settimana degli Enti Locali 25/5/2010) Maggioli Editore

La strada verso il federalismo si lastrica del primo mattone, ma sembra di poter affermare che sarà lunga, tortuosa e piena di biforcazioni, caratterizzate dall’incertezza del filone giusto da proseguire.
Qualunque sia la posizione ideologica un merito all’opportunità o meno di riorganizzare in senso federale l’assetto della Repubblica (con l’indubbia originalità di prevedere un federalismo in senso inverso: non per unire tra loro Stati sovrani, ma per dividere competenze interne ad uno Stato già unito), è un fatto che dall’inizio di questa legislatura ai proclami seguano fatti piuttosto contraddittori.
Il Governo esordì indicando, nel maggio 2008, tra i punti principali la sicurezza e il federalismo.
Pochissimi giorni dopo, però, venne eliminata per gli enti locali l’unica vera fonte di approvvigionamento di entrata “federale” preesistente: l’Ici sulla prima casa. E, nel contempo, varie misure finanziarie, hanno congelato quelle pallide imitazioni di un federalismo fiscale che sono le addizionali a vario titolo: dall’Irpef alle accise sull’energia.
Si può, correttamente, osservare che nel frattempo il Parlamento ha approvato la legge- delega sul federalismo, la 42/2009 e che in questi giorni è passato il primo decreto legislativo attuativo, relativo al federalismo demaniale. Si tratta, certamente, di atti coerenti con l’intenzione di riformare lo Stato in senso federale.

Anche in questo caso, tuttavia, vanno registrate debolezze e incoerenze del disegno.
Cominciamo da queste. Mentre, infatti, si approva il decreto delegato sul federalismo demaniale, considerato il primo passo verso l’Italia federale, nello stesso tempo è allo studio una misura di risanamento economica del bilancio per riportare rapporto deficit-pil attualmente oltre il 5% al di sotto del 3%: si prevede una manovra di 27 miliardi di euro in due anni. E, puntualmente, la manovra colpisce in modo drastico gli enti locali, per i quali si prevede una riduzione dei trasferimenti statali, ad oggi, pare di 4 miliardi di euro. Non solo: il patto di stabilità interno, vera fonte di limitazione di qualsiasi politica di bilancio se non proprio federale, quanto meno autonoma, e concausa dello stallo degli investimenti e del rallentamento dei pagamenti che il settore pubblico effettua verso le imprese, non verrà affatto allentato, ma rimarrà a regime.
Il federalismo, nel disegno di legge, dovrebbe consistere in una redistribuzione delle risorse, essenzialmente basato sul concetto del costo standard.
In parole povere, fino ad oggi lo Stato trasferisce le risorse reperite in modo assolutamente prevalente attraverso prelievi centralizzati, in rapporto alla spesa storica di regioni ed enti locali, con indici di rivalutazione.
Il costo standard, invece, si fonda sul principio del bilancio a base zero: nessun rilievo, pertanto, ai valori storici e nessun criterio di incremento dei fondi. Al contrario, il sistema degli standard prevede complesse rilevazioni che semplicisticamente possono essere riassunte nella verifica della spesa media ottimale dei servizi rilevata nelle parte più virtuose del territorio riportata a base nazionale, in modo che gli enti la cui spesa media pro capite sia superiore alla base riceveranno minori risorse, mentre gli enti la cui spesa risulti inferiore alla spesa media pro capite avranno maggiori trasferimenti.
Nella realtà, come si vede, si tratta di una redistribuzione di risorse, teoricamente fondata su criteri di efficienza della spesa, che si spera tengano conto anche di elementi che distorcono la mera logica delle medie, come ritardi infrastrutturali, condizioni logistiche e orografiche, gap economici storici, spopolamento demografico e altri elementi.
Una redistribuzione più efficiente delle risorse è certamente auspicabile, a parte i pericoli di distorsioni che sono, comunque, presenti anche nell’attuale sistema.
Ma, il taglio secco di 4 miliardi al sistema locale, l’ennesimo e pesantissimo dopo il colpo ferale già inferto con l’abolizione dell’Ici sulla prima casa col federalismo ha ben poco a che vedere. E potrebbe innescare proprio il fenomeno da tutti temuto: un innalzamento, peraltro difficile da rilevare, dell’imposizione fiscale locale, per compensare le minori entrate.
Il sistema dei costi standard richiede maggiore efficienza e, dunque, razionalizzazioni organizzative per giungere a livelli delle prestazioni accettabili con costi entro la media. Però, per giungere a questi risultati, occorre tempo: mesi, se va bene, altrimenti anni.
I tagli, invece, si operano subito. E se le conseguenze debbono essere come quelle per le regioni non in linea con la spesa sanitaria, cioè maggiori imposizioni per i cittadini, il beneficio della razionalizzazione dei costi e del miglioramento dell’efficienza rischia di giungere a lungo termine e troppo tardi rispetto alla conseguenza negativa e immediata di un istantaneo incremento del carico fiscale o tariffario a carico dei cittadini.
In questo frangente, e veniamo al federalismo demaniale, il trasferimento dei beni del demanio statale a quello regionale e locale ha veramente poco rilievo, almeno sul piano finanziario. È obbligatorio chiedersi perché se la gestione del patrimonio immobiliare dello Stato non ha brillato, dovrebbe, invece, tradursi in geniali e redditizie iniziative da parte di regioni ed enti locali, le quali, particolare non trascurabile, non risulta abbiano strutture e personale ampio, competente ed efficiente, abituato a tale nuova non indifferente competenza.
Insomma, è forte la sensazione che il trasferimento del demanio implichi per lo più una conquista di potere: la riduzione di un segmento di competenza dello Stato, in favore delle autonomie regionali e locali, un punto a favore dei decisori politici locali. I quali, però, come è noto, sono molto meno forti e resistenti ai potentati economici di periferia, molto meno rilevanti, invece, a livello centrale. E il rischio, allora, di gestioni patrimoniali inefficienti aumenta.
Peraltro, in questo momento dell’economia ottenere ricavi concreti dalle dismissioni immobiliari è alquanto improbabile.
Il valore degli immobiliè in costante calo ed il mercato fermo. Compensare, allora, i tagli secchi ai trasferimenti con la valorizzazione degli immobili è pura teoria. Anche perché regioni ed enti locali vedranno, se andrà bene, arricchito il proprio patrimonio solo a novembre.
Procedure di dismissione richiederanno ulteriori tempi non brevi, tra perizie, operazioni di sdemanializzazione, bandi di gara e trasferimenti.
Insomma, non pare si sia andati ancora molto oltre l’effetto simbolico, pur importante, dell’annuncio dell’avvio di un federalismo di facciata.
Il trasferimento dei beni del demanio statale a quello regionale e locale ha veramente poco rilievo, almeno sul piano finanziario.
È forte la sensazione che il trasferimento del demanio implichi per lo più una conquista di potere: la riduzione di un segmento di competenza dello Stato, in favore delle autonomie regionali e locali, un punto a favore dei decisori politici locali. I quali, però, come è noto, sono molto meno forti e resistenti ai potentati economici di periferia, molto meno rilevanti, invece, a livello centrale. E il rischio, allora, di gestioni patrimoniali inefficienti aumenta.
Peraltro, in questo momento dell’economia ottenere ricavi concreti dalle dismissioni immobiliari è alquanto improbabile. Il valore degli immobiliè in costante calo ed il mercato fermo. Compensare, allora, i tagli secchi ai trasferimenti con la valorizzazione degli immobili è pura teoria. Anche perché regioni ed enti locali vedranno, se andrà bene, arricchito il proprio patrimonio solo a novembre. Procedure di dismissione richiederanno ulteriori tempi non brevi, tra perizie, operazioni di sdemanializzazione, bandi di gara e trasferimenti.
Insomma, non pare si sia andati ancora molto oltre l’effetto simbolico, pur importante, dell’annuncio dell’avvio di un federalismo di facciata.



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