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21/11/2017 05:38
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Datore di lavoro e obbligo di informazione

N. D`Angelo (Progetto Sicurezza n. 4/2009) - Documento senza titolo

Il datore di lavoro è responsabile della sicurezza dei lavoratori anche quando questi si trovano a operare, magari solo momentaneamente, in ambienti lavorativi sottratti alla sua sfera di controllo

Nelle moderne realtà produttive è sempre più frequente il fenomeno economico dell’outsourcing; tale termine, traducibile come “esternalizzazione”, costituisce una modalità organizzativa dell’attività produttiva (in uso anche in passato, ma oggi più diffusa) in base alla quale le aziende si affidano, per l’esecuzione di opere essenziali per l’esercizio della loro attività, a imprese terze e a dette imprese affidano anche fasi e parti significative del processo produttivo. Si ricorre a tale opzione soprattutto quando il processo produttivo risulta articolato, complesso, ma nello stesso tempo agevolmente scindibile. Le opere commissionate o, più in generale, affi date a vario titolo (per esempio attraverso appalti o contratti d’opera) a soggetti esterni costituiscono, come detto, una fase dell’intero processo produttivo dell’impresa che commissiona detti lavori e che, per il resto, è direttamente impegnata nell’espletamento dell’attività principale.
Più volte la Suprema Corte di Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi sulla sussistenza o meno di responsabilità a carico del datore di lavoro per infortuni occorsi a personale dipendente inviato a operare, magari solo momentaneamente, in ambienti lavorativi sottratti alla sfera di controllo e di gestione del datore di lavoro e del suo personale direttivo. Nelle due sentenze che esamineremo, la Corte è stata chiamata a pronunciarsi solamente sulla responsabilità del datore di lavoro dell’infortunato. Sul punto, però, occorre evidenziare che nelle vicende in esame sussiste una corresponsabilità del datore di lavoro che ha utilizzato personale dipendente di altra impresa senza garantire le condizioni di sicurezza del luogo di lavoro. Come è noto, infatti, l’art. 26 del t.u. 81/2008 (exart. 7 del d.lgs. 626/1994) esonera il datore di lavoro appaltante solamente dall’attuazione delle misure riguardanti i “rischi specifici” dell’attività delle imprese appaltatrici. Nelle decisioni che in seguito esamineremo, però, di tali soggetti non si fa menzione, ma questo per la semplice ragione che non costituivano oggetto del temadecidendumsottoposto al vaglio della Suprema Corte. In ogni caso, delle ipotesi di “corresponsabilità” che possono sussistere in situazioni simili diremo brevemente nella parte finale dell’articolo.
Ebbene, in una vicenda giudiziaria un lavoratore dipendente era rimasto vittima di un infortunio verificatosi in un cantiere edile – nel corso dell’installazione di un ascensore prodotto dalla
stessa società datrice di lavoro; l’infortunio era stato causato dal fatto che l’impresa edile non aveva predisposto il blocco in calcestruzzo di fermo corsa.
Il lavoratore, anziché rimanere all’interno della cabina (come avrebbe dovuto) aveva scelto di operare a cavalcioni sullo scheletro del tetto della stessa. Manovrando da tale posizione la pulsantiera per salire ai vari livelli, dove doveva eseguire le varie fasi della installazione, non si era avveduto di avere superato l’ultimo piano (dove doveva montare il fine corsa elettrico) né della mancata realizzazione, da parte dell’impresa edile, del basamento in cemento di fermo meccanico di fi ne corsa (in presenza del quale l’incidente non si sarebbe potuto verificare).

Ebbene, la Corte (1), nell’esaminare la posizione del datore di lavoro, ha richiamato l’art. 4, lett.  b), e l’art. 5, ultimo comma, del d.P.R. 547/1955 (disciplina oggi formalmente abrogata dal t.u.  81/2008, ma recepita negli artt. 36 e 71 del medesimo testo normativo) che prescrivevano, rispettivamente, che il datore di lavoro deve rendere edotti i lavoratori dei rischi specifici cui essi sono esposti nell’espletamento della loro attività e che i macchinari e le attrezzature usate dal lavoratore devono essere munite dei prescritti dispositivi di sicurezza. In particolare, la Corte ha evidenziato che l’imprenditore, nei casi di “esternalizzazione” di alcune fasi del processo produttivo, ha l’obbligo di accertare i rischi per qualsiasi motivo conseguenti all’affidamento dei lavori commissionati a soggetti terzi al fine di rendere edotti, i propri dipendenti, della sussistenza (o permanenza) di situazioni di pericolo ed al fine altresì di munirli di dispositivi di sicurezza idonei a eliminare le situazioni di pericolo riscontrate, configurandosi, in caso contrario, una responsabilità dell’imprenditore per l’infortunio subito dal dipendente per la mancata conoscenza dei pericoli cui è stato esposto.

Per essere precisi, nel caso esaminato si trattava non di esternalizzazione in senso soggettivo (in ipotesi il produttore di ascensori), perché è in genere il responsabile del contesto edilizio che commissiona l’installazione di un ascensore, e non viceversa; potremmo definirla una esternalizzazione in senso obiettivo, cioè di un teatro lavorativo in cui sono presenti e interferiscono lavoratori dipendenti da più imprese o comunque i cui rischi lavorativi interferiscono con l’opera o con il risultato dell’opera di altri soggetti. Di fatto, però, la sostanza del problema non muta; ciò che rileva è il dato obiettivo della compresenza di più attori produttivi che concorrono a configurare l’ambiente lavorativo nel quale il lavoratore dipendente viene inviato ad operare, e non il dato soggettivo dei rapporti giuridici tra i vari datori di lavoro.
Nell’occasione la Corte ha avuto anche modo di ribadire il principio secondo il quale la responsabilità del datore di lavoro non è esclusa in presenza di un comportamento imprudente del lavoratore (nel caso di specie l’esecuzione di un’operazione con modalità diverse da quelle prescritte). Infatti, poiché le norme di prevenzione antinfortunistica mirano a tutelare il lavoratore anche in ordine a incidenti che possono derivare da sua negligenza, imprudenza e imperizia, la responsabilitàdel datore di lavoro e, in generale, del destinatario dell’obbligo di adottare le misure di prevenzione può essere esclusa, per causa sopravvenuta, solo in presenza di un comportamento del lavoratore che presenti i caratteri dell’eccezionalità, dell’abnormità, dell’esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle precise direttive organizzative ricevute, un comportamento che sia del tutto imprevedibile o inopinabile (2). In ogni caso, nell’ipotesi di infortunio sul lavoro originato dall’assenza o inidoneità delle misure di prevenzione, nessuna efficacia causale, per escludere la responsabilità del datore di lavoro, può essere attribuita al comportamento del lavoratore infortunato che abbia dato occasione all’evento quando questo sia da ricondurre, comunque, alla mancanza o insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio di siffatto comportamento (3).

In un’altra vicenda giudiziaria (4) è stata esaminata una situazione in cui l’operato del lavoratore infortunato era ancora più “circoscritto” e accessorio rispetto all’attività svolta nell’ambiente lavorativo in cui l’infortunio ebbe a determinarsi. Il lavoratore coinvolto dall’evento lesivo svolgeva le mansioni di autista per conto di una ditta di autotrasporti.  L’autocisterna, da lui condotta, stava effettuando un’operazione di riempimento di olio combustibile, per svuotamento di un oleodotto di una società petrolifera; le operazioni di trasferimento dell’olio erano effettuate da personale dipendente di una terza ditta secondo modalità tecniche disposte dalla società petrolifera. L’infortunato era salito sulla cisterna dell’autobotte per controllare il livello di riempimento dell’ olio, quando la manichetta che collegava l’oleodotto all’autobotte si è staccata colpendolo violentemente in pieno viso e provocandogli un danno oculare permanente; era stato possibile accertare che:

  • le modalità tecniche di svuotamento dell’oleodotto, mediante iniezioni di azoto, erano state stabilite dalla società petrolifera;
  • la ditta incaricata di tale compito doveva assistere l’operazione avendo un contratto di manutenzione con la società petrolifera;
  • il tubo era stato sistemato dai dipendenti della ditta incaricata di tale specifica attività ed era di proprietà di quest’ultima;
  • l’infortunato si trovava sulla cisterna dell’autobotte, munito di elmetto di sicurezza, per controllare il livello di riempimento dell’olio in corso di caricamento;
  • il distacco violento della manichetta si era verificato per la pericolosa tecnica di iniezioni di azoto adottata dalla società petrolifera;
  • tale tecnica doveva considerarsi pericolosa in quanto, qualora vi fosse stata una qualche costruzione, la pressione venutasi a determinare avrebbe inevitabilmente dovuto trovare uno sfogo nel punto meno resistente del sistema di tubazioni; tale punto, nel caso concreto, si era rivelato essere quello di aggancio della manichetta alla cisterna.

Nell’esaminare la vicenda la Corte ha operato un’articolata disamina di quelle che sono le responsabilità del datore di lavoro, rispetto a infortuni occorsi al personale dipendente, svolgendo una serie di argomentazioni che, almeno in parte, appare utile richiamare dal momento che contengono utili indicazioni per gli operatori della sicurezza; tra i punti salienti la Corte evidenzia che:

  • il datore di lavoro è tenuto – exart. 2087 c.c.  ad assicurare al lavoratore di poter operare in condizione di sicurezza; l’omissione di tale obbligo determina delle responsabilità a suo carico;
  • la responsabilità può discendere da fatti commissivi o da comportamenti omissivi (5);
  • i comportamenti omissivi possono consistere nella mancata osservanza di norme specifiche di legge, oppure dettate dalla prudenza e dall’esperienza, in relazione alla particolarità del lavoro ed allo sviluppo tecnologico sia nell’organizzazione del lavoro, sia nelle tecniche di prevenzione dei lavoratori dagli infortuni e dalle malattie professionali secondo il dettato dell’articolo 2087 c.c.; trattasi di una norma di chiusura del sistema antinfortunistico, estensibile a situazioni ed ipotesi non ancora espressamente considerate dalle norme antinfortunistiche specifiche (6);

tra le norme specifiche, fondamentali sono gli articoli 4 e 5 del d.P.R. 547/1955 (trattasi, come già sopra indicato, di norme recepite negli artt. 36 e 71 del t.u. 81/2008); la prima norma impone ai datori di lavoro, ai dirigenti ed ai preposti di rendere edotti i lavoratori dipendenti dei rischi specifici esistenti nell’ambiente di lavoro; la seconda pone lo stesso obbligo a carico degli stessi soggetti nei confronti dei lavoratori autonomi che siano chiamati a prestare la loro opera, con esclusione dei rischi propri dell’attività professionale o del mestiere che il lavoratore autonomo è incaricato di prestare. Nel loro insieme, le due norme travalicano i limiti del binomio datore di lavoro/lavoratore dipendente e focalizzano l’attenzione sul responsabile, a vario titolo, del contesto lavorativo;

  • i comportamenti omissivi possono consistere o nel mancato apprestamento di misure organizzative e fisiche di sicurezza, o in mancata informazione circa i rischi della lavorazione;
  • in entrambi i casi, il danno può derivare non solo da comportamenti del datore di lavoro o di suoi dipendenti (art. 2049 c.c.), e comunque da fattori rientranti nel suo dominio diretto, ma anche da comportamenti di terzi; i comportamenti di terzi possono comprendere atti lavorativi connessi con l’attività del lavoratore infortunato, in contesti lavorativi complessi, di cui la esternalizzazione costituisce un aspetto;
  • in ogni caso l’obbligo di sicurezza si estende a tutto l’ambiente lavorativo nel quale è chiamato ad operare il dipendente (7).

Tanto premesso, la Corte ha esplicitato il seguente principio di diritto: “ove lavoratori dipendenti da più imprese siano presenti sul medesimo teatro lavorativo, i cui rischi lavorativi interferiscano con l’opera o con il risultato dell’opera di altri soggetti (lavoratori dipendenti o autonomi), tali rischi concorrono a configurare l’ambiente di lavoro, sicché ciascun datore di lavoro è obbligato ad informarsi dei rischi derivanti dall’opera o dal risultato dell’opera degli altri attori sul medesimo teatro lavorativo, e a dare le conseguenti informazioni e istruzioni ai propri dipendenti”.
Dunque sussiste, a carico del datore di lavoro, l’obbligo di informare i propri dipendenti dei rischi presenti nell’ambiente lavorativo in cui essi – anche del tutto temporaneamente – sono inviati ad operare; tale obbligo di informazione ne presuppone un altro: quello di informarsi dai terzi operatori dei rischi inerenti alle lavorazioni effettuate sul medesimo teatro che interferiscono con la presenza dei propri dipendenti.

Nel caso portato all’esame della Corte il collegio ha ritenuto che fosse prevedibile il rischio derivante dalla tecnica delle iniezioni di azoto e che l’estrema pericolosità delle operazioni di riempimento e di vuotatura di cisterne e di autocisterne, fosse un fatto notorio attestato dai frequenti gravissimi infortuni. Il titolare della società di autotrasporto, prima di inviare il proprio dipendente in un ambiente lavorativo sottratto alla sua sfera di controllo, doveva informarsi sull’attività che andava a svolgere, sui momenti di criticità che questi presentavano, per poi adottare le iniziative necessarie ad escludere condizioni di rischio (informando il lavoratore sui rischi specifici di quel contesto lavorativo; vietandogli di avvicinarsi alla manichetta ed alle parti potenzialmente esposte a rottura quando in tensione; dotando il lavoratore di un apparato in grado di misurare, ad idonea distanza, il grado di riempimento della cisterna ecc.). Tale omissione ha avuto un’efficacia causale nel determinarsi dell’infortunio con conseguente responsabilità del datore di lavoro. Tuttavia, come abbiamo detto nell’esordio dell’articolo, in entrambe le vicende giudiziarie la Suprema Corte era chiamata ad esaminare esclusivamente la posizione del datore di lavoro dell’infortunato; di fatto, però, in entrambi i casi la responsabilità coinvolge tutti i soggetti tenuti da assicurare le condizioni di sicurezza del luogo di lavoro secondo i criteri che disciplinano i c.d.  “lavori in appalto”; trattasi della veste giuridica che, più di altre, descrive i rapporti tra la varie imprese nei casi della cosiddetta “esternalizzazione”.

La materia in passato era disciplinata dall’art. 7 del d.lgs. 626/1994 poi transitato con modificazioni nell’art. 26 del t.u. 81/2008 sotto la rubrica di “Obblighi connessi ai contratti d’appalto o d’opera o di somministrazione”.  L’appalto costituisce la tipica forma contrattuale in base alla quale un soggetto (c.d. appaltante) interessato a determinati lavori, incarica altro soggetto (c.d. appaltatore) per realizzarli. L’art.  26 del t.u. 81/2008 si applica nei confronti del datore di lavoro, nei casi in cui questi affidi dei lavori all’interno dell’azienda, ovvero dell’unità produttiva, a imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi. Da un punto di vista soggettivo, sebbene la norma sembri rivolta esclusivamente ai datori di lavoro, anche i dirigenti (pur nell’ambito delle rispettive attribuzioni e competenze) sono tenuti ad osservarla. Infatti, l’art. 55 comma 4 del medesimo t.u. sanziona i dirigenti che abbiano omesso di attuare quanto previsto, rispettivamente, nell’art. 26 (8). Da un punto di vista oggettivo deve trattarsi di lavori affidati all’interno dell’azienda o unità produttiva, sebbene tale espressione ricomprenda anche i luoghi ad essa collegati da un pur minimo vincolo pertinenziale.

Il primo compito spettante al datore di lavoro committente è quello di individuare un’impresa tecnicamente idonea rispetto ai lavori da svolgere.  La prescrizione legislativa è indirizzata ad evitare che la scelta dell’impresa alla quale affidare i lavori avvenga sulla base di meri requisiti economici, volendo, piuttosto, favorire scelte che valorizzino le capacità tecnico/operative.  Inoltre, il datore di lavoro ha il dovere di fornire all’impresa, o ai lavoratori autonomi che intervengono nella sua azienda, dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti nell’ambiente in cui sono destinati ad operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate per evitarli.  Quindi l’informazione, in questa fase, va rivolta all’impresa (cioè al datore di lavoro committente o ai suoi rappresentanti); sarà l’impresa che poi, a sua volta, dovrà informare i singoli lavoratori dipendenti.
Entrambi i datori di lavoro, cioè sia l’impresa appaltante che quella appaltatrice, devono cooperare all’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi sul lavoro incidenti sull’attività lavorativa oggetto dell’appalto e coordinare gli interventi prevenzionali, “informandosi reciprocamente anche al fine di eliminare rischi dovuti alle interferenze tra i lavori delle diverse imprese coinvolte nell’esecuzione dell’opera complessiva”.  Inoltre, il datore di lavoro committente dovrà promuovere la cooperazione e il coordinamento; a tal fine dovrà elaborare un unico documento di valutazione dei rischi (9) che indichi le misure adottate per eliminare le interferenze; tale documento andrà allegato al contratto di appalto o d’opera. Sia la cooperazione ed il coordinamento sia la elaborazione del documento di valutazione dei rischi da interferenze, non riguardano i rischi specifici dell’attività delle imprese appaltatrici o dei singoli lavoratori autonomi, ma quelli dell’ambiente di lavoro.

Da un punto di vista di definizione, coordinare significa “collegare razionalmente le varie fasi dell’attività in corso, in modo da evitare disaccordi, sovrapposizioni, intralci che possono accrescere notevolmente i pericoli per tutti coloro che operano nel medesimo ambiente”; mentre cooperare è qualcosa di più, perché vuol dire “contribuire attivamente, dall’una e dall’altra parte, a predisporre ed applicare le misure di prevenzione e protezione necessarie”.
La cooperazione, in altri termini, deve ritenersi doverosa per eliminare o ridurre la fascia, spesso molto ampia, dei rischi comuni ai lavoratori delle due parti, mentre, per il resto, ciascun datore di lavoro deve provvedere autonomamente alla tutela dei propri prestatori d’opera subordinati, assumendosene la relativa responsabilità.  In tema di informazione l’obbligo del committente, nel caso di lavori che si ripetono nel tempo, non può essere soddisfatto con un’unica informazione resa, magari, in occasione della prima esecuzione dei lavori, ma va rinnovata ogni volta in cui i lavori vengono affidati. Inoltre, soprattutto quando si è in presenza di situazioni di pericolo di non facile soluzione, l’onere dell’informazione non si risolve in una mera rappresentazione verbale, ma richiede, tenuto conto del dovere di cooperazione cui sono tenuti il committente e l’appaltatore, che insieme valutino la fonte di pericolo e verifi chino come meglio eliminarla. A fronte di situazioni di rischio concreto, cioè, il datore committente non può limitarsi ad una mera informazione.

Negli indirizzi giurisprudenziali è dato leggere il riferimento anche ad un obbligo ulteriore a carico del committente e cioè quello di intervenire, anche in supplenza dell’appaltatore, quando la violazione di norme di sicurezza sia tanto evidente da essere facilmente percepibile da chiunque, non potendosi il committente disinteressare nel momento cui, nella sua azienda, si opera in palese violazione delle condizioni di tutela dei lavoratori (10). La disciplina del contratto di appalto si applica, mutatis mutandis, anche al “subappalto”.  Applicando tali regole di giudizio alle vicende sopra esaminate dalla Corte di Cassazione è possibile individuare, oltre che una responsabilità del datore di lavoro dell’infortunato, anche una corresponsabilità dell’impresa appaltante: dell’impresa edile, per aver omesso di predisporre il blocco di fermo corsa per l’ascensore, dell’impresa che curava lo svuotamento dell’olio combustibile, per aver omesso di attuare procedure sicure nel riempimento della cisterna.

Note

(1) Cass., sez. lavoro, sentenza n. 18603 del 5 dicembre 2003 (Rv. 568664).
(2) Ex pluribus, Cass., sez. IV, 10 novembre 2005, LOSAPPIO e altro; nonché, sez. IV, 19 settembre 2006, Rossi.
(3) Vedasi, D’ANGELO N., Infortuni sul lavoro: responsabilità penale e nuovo testo unico, Rimini, Maggioli, 2008.
(4) Cass., sez. lavoro, sentenza n. 45 del 7 gennaio 2009.
(5) Vedasi, tra gli altri Cass. civ., 18 maggio 2006, n. 11664.
(6) Vedasi, tra le altre: Cass. civ., 4 marzo 2005, n. 4723; Cass. civ., 8 febbraio 2005, n. 2444; Cass. civ., 22 marzo 2002, n. 4129; Cass. civ., 20 aprile 1998, n. 4012.
(7) Vedasi Cass. civ., 7 marzo 2006, n. 4840.
(8) Mentre l’art. 90 del d.lgs. 626/1994 sanzionava i preposti che avessero omesso di attuare quanto indicato nell’art. 7, il t.u. non ha esteso a costoro gli obblighi previsti dal corrispondente art. 26.
(9) La necessità di redigere un documento di valutazione dei rischi da interferenze fu introdotta dall’art. 3 della legge 3 agosto 2007, n. 123, pubblicata sulla G.U. n. 185 del 10 agosto 2007; trattasi della legge contenente, all’art. 1, delega al Governo per il riassetto e la riforma della normativa in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.
(10) Vedasi, D’ANGELO N., op. cit.

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