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20/11/2017 18:19
Home Articoli PUBBLICO IMPIEGO Licenziamento - Discriminazione - Nullità

Licenziamento - Discriminazione - Nullità

Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 9/7/2009 n. 16155; Pres. Ianniruberto, G., Est. Napoletano, G. - Maggioli Editore

Anche il licenziamento ritorsivo deve ritenersi discriminatorio, conseguentemente va dichiarato nullo.

 

(Omissis)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

B.G. impugnava, dinanzi al Tribunale di Padova, il licenziamento intimatogli dalla società cooperativa AMBIENTE, dalla quale era stato assunto in data (OMISSIS) e, sul presupposto che il licenziamento era stato intimato anche per motivo illecito determinante, rappresentato dalla mancata adesione alla proposta della società di proseguire il rapporto di lavoro solo come socio lavoratore, chiedeva dichiarasi la nullità del recesso datoriale in quanto intimato per ritorsione e/o rappresaglia con le conseguenze di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 18, L. n. 108 del 1990, ex art. 3, o, in subordine, per violazione della citata L. n. 300 del 1970, art. 7, stante la natura disciplinare dello stesso con conseguente diritto alla riassunzione e/o all`indennità di mancato preavviso.

L`adito giudice accoglieva la domanda dichiarando la nullità del licenziamento in quanto intimato da motivo illecito determinante e, quindi, discriminatorio con le conseguenze di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 18.

La Corte di Appello di Venezia, su impugnazione della società, in parziale riforma della sentenza di primo grado, escludeva la nullità del licenziamento per motivo illecito, difettando la prova che il recesso era stato posto in essere esclusivamente da ragione ritorsiva derivante dal rifiuto di adesione alla proposta di trasformazione del rapporto, ma riteneva detto licenziamento non assistito da giusta causa o giustificato motivo ed applicava la tutela obbligatoria con le conseguenze di cui alla L. n. 604 del 1966, art. 8.

Avverso tale sentenza il B. ricorreva in cassazione sulla base di tre censure, cui resisteva, con controricorso, la società cooperativa.


MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1345 e 1324 c.c., L. n. 604 del 1966, art. 4, L. n. 300 del 1970, art. 15 e L. n. 108 del 1990, art. 3, nonchè insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

Al riguardo, il ricorrente, premesso che costituisce causa di nullità del licenziamento qualsiasi motivo, oltre quelli indicati dalla legge, ontologicamente illecito risultato determinante,denunzia che la Corte di Appello ha omesso di considerare che l`onere della prova del motivo illecito era stato assolto da esso ricorrente già in sede di ricorso di primo grado, attraverso le due lettere, che avevano condotto al licenziamento, dalle quali si desume che controparte ha invocato, quale solo motivo, la mancata adesione alla proposta di trasformazione del rapporto di lavoro e a nulla potevano valere le ulteriori ragioni, invocate solo in giudizio e, peraltro, non provate. E tanto, prospetta il ricorrente, bastava, tenuto conto che la Cassazione ammette il ricorso, in questi casi, anche alla prova presuntiva. Era semmai il datore di lavoro, assume il ricorrente, a dovere provare che a determinare la sua decisione avesse concorso altro motivo lecito. Nè si comprende, aggiunge il ricorrente, cos`altro egli avrebbe dovuto provare.

Con il secondo mezzo d`impugnazione il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell`art. 112 c.p.c., nonchè insufficiente e contraddittoria motivazione. Rileva che, erroneamente, il giudice di appello ha ritenuto che la questione della prova facesse parte del tema decidendum devolutogli con l`appello dalla società, mentre nulla era stato dedotto in proposito dalla cooperativa.

Con la terza censura il ricorrente deduce insufficiente e contraddittoria motivazione.

Prospetta, al riguardo, che, in sede di inbitoria, la Corte di Appello aveva sospeso parzialmente l`esecuzione della sentenza di primo grado, e precisamente per le somme eccedenti quelle dovute dal licenziamento sino all`1/10/01, dimostrando in tal modo di ritenere operante la tutela reale per la nullità del licenziamento.

Contraddittoriamente, poi, assume il ricorrente, la Corte di appello, in sede di merito, considera non nullo, ma annullabile il licenziamento con applicazione della tutela obbligatoria.

Il primo motivo del ricorso è infondato.

Infatti, è pur vero che è acquisito alla giurisprudenza di questa Corte il principio secondo il quale il divieto di licenziamento discriminatorio - sancito dalla L. n. 604 del 1966, art. 4, dalla L. n. 300 del 1970, art. 15 e dalla L. n. 108 del 1990, art. 3 - è suscettibile di interpretazione estensiva, sicchè l`area dei singoli motivi vietati comprende anche il licenziamento per ritorsione, ossia intimato a seguito di comportamenti risultati sgraditi al datore di lavoro (Cass. 3837/97, 4543/99 14982/00, 12349/03), ma è altrettanto vero che il licenziamento discriminatorio, così inteso, non copre tutte le ipotesi di fatti non rilevanti ai fini della configurazione di una giusta causa o di un giustificato motivo di recesso.

La richiamata interpretazione estensiva, invero, si fonda, per un verso, sul rilevo che le indicazioni delle varie ipotesi di licenziamento discriminatorio, contenute nelle citate disposizioni, costituiscono specificazione della più ampia fattispecie del licenziamento viziato da motivo illecito, riconducibile alla generale previsione codicistica dell`atto unilaterale nullo ai sensi dell`art. 1345 c.c. (in relazione all`art. 1324 c.c.), e, dall`altro, sulla considerazione che in tale generale ed ampia previsione è certamente da comprendere il licenziamento intimato per ritorsione e rappresaglia - pur esso in qualche modo implicante una illecita discriminazione, intesa in senso lato, del lavoratore licenziato rispetto agli altri dipendenti, il quale, pertanto, integra fattispecie del tutto similare, e perciò assimilabile, a quelle oggetto della espressa previsione del medesimo art. 3 (cfr. Cass. 4543/99 e 3837/95 cit.).

Conseguentemente l`area di tutela del licenziamento discriminatorio, nella sua accezione più ampia - rectius estensiva -, attiene a quei motivi che integrano perseguimento di finalità contrarie all`ordine pubblico, al buon costume o ad altri scopi espressamente proibiti dalla legge e non quando rivelino altri fini che in sè non siano confliggenti con tali divieti (V. Cass. 7832/98).

Questa Corte ha avuto modo di precisare che anche nel licenziamento che richieda per legge l`esistenza di una giustificazione, una volta accertata l`obiettiva esistenza dei fatti necessari per radicare il potere di recesso, restano irrilevanti eventuali profili di arbitrarietà e irrazionalità dei motivi dell`atto, così come l`esistenza di ipotesi di discriminazione diverse da quelle tipizzate dalla legge, semprechè non sia configurabile un motivo determinante contrario a norme imperative, all`ordine pubblico o al buon costume.

Infatti, avendo il licenziamento natura giuridica di diritto potestativo - il cui esercizio è volto a realizzare l`interesse del titolare del potere -, non è consentito il riferimento alla nozione tecnica di discrezionalità e all`inerente dovere di imparzialità nella ponderazione dei diversi interessi (Cass. 12759/95).

Nella specie la circostanza che il licenziamento sia stato intimato in ragione esclusiva dalla mancata adesione alla proposta di proseguire il rapporto di lavoro solo come socio lavoratore, non configura motivo determinante contrario a norme imperative, all`ordine pubblico o al buon costume ovvero ad altri scopi espressamente proibiti dalla legge.

Vi è, quindi, nella prospettazione del ricorrente un`erronea ricognizione dell`astratta fattispecie normativa su cui ha radicato la critica alla sentenza impugnata.

Pertanto la sentenza impugnata va confermata, anche se la motivazione va integrata nel senso indicato essendo il dispositivo conforme al diritto.

Gli altri motivi del ricorso rimangono assorbiti.

Le spese del giudizio di legittimità vanno compensate in ragione della peculiarità e natura della questione trattata.


P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di legittimità.



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