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24/11/2017 04:50
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Le acque di falda emunte nel procedimento di bonifica sono qualificabili come acque reflue industriali? (Seconda parte)

M. Busà (Approfondimento 17/7/2009) - Documento senza titolo

Leggi la prima parte

2.Sentenze favorevoli alla natura di acque reflue industriali….

Così, le prime pronunce dei giudici sul punto hanno in effetti censurato gli atti con i quali la p.a. richiedeva il rispetto dei parametri stabiliti dalla legge in materia di gestione di rifiuti liquidi. In tal senso, merita di essere richiamata la sentenza del TAR Puglia, Lecce, 4 aprile 2007, n. 2247, in cui si legge che “per determinar quali siano i limiti di emissione applicabili alle acque trattate con il sistema di emungimento e trattamento occorre stabilire con precisione la destinazione delle acque trattate”, e dunque:

  1. se le acque emunte sono destinate ad essere scaricate nei corpi idrici superficiali, i limiti di emissione dovrebbero effettivamente coincidere con quelli (meno rigidi)  previsti per gli scarichi idrici nei corpi recettori;
  2. se, al contrario, le acque, una volta trattate, vengono reimmesse in falda, i limiti di emissione dovrebbero coincidere con quelli (più rigidi) previsti dall’Allegato 1-tabella “acque sotterranee” del D.M. 471 del 1999.

In altre parole, come sopra già evidenziato, andranno valutate le singole fattispecie – in particolare, se ci si trovi di fronte o meno ad uno “scarico” – e le singole modalità di intervento, per poter qualificare le acque emunte quali acque reflue ovvero rifiuti liquidi.
Sulle medesime posizioni del TAR Puglia n. 2247/2007 cit., si colloca poi il TAR Friuli Venezia Giulia, Sez. I, 28 gennaio 2008, n. 90, in cui si afferma che “erroneamente l’amministrazione ha qualificato le acque emunte come rifiuti, essendo esse riconducibili, in realtà, al paradigma delle acque reflue di provenienza industriale, a termini dell’art. 243, comma 1 del D.Lgs. 152/2006…Pertanto, i limiti da rispettare sono quelli della emissione in acque reflue industriali in acque superficiali di cui alla tabella 3 dell’Allegato 5 della Parte III del D.Lgs. 152/2006 e non è necessaria l’autorizzazione di cui agli artt. 27 e 28 del D.Lgs. 22/97”.
Nella pronuncia del TAR Catania, Sez. I, 29 gennaio 2008, n. 207, si legge altresì che l’art. 243 “individua una disciplina per queste tipologie di acque reflue che può dirsi speciale rispetto alla nozione di scarico ordinaria e dalla quale si evince l’intenzione del legislatore di riferirsi, per la gestione delle acque di falda emunte nelle operazioni di MISE/bonifica, alla normativa sugli scarichi e non a quella sui rifiuti. Da ciò consegue la non applicabilità, per le stesse acque, della disciplina dei rifiuti, che è incompatibile con la prima ai sensi dell’art. 185, comma 1 del D.Lgs. 152/2006 (che modifica parzialmente il precedente art. 8 del D.Lgs. 22/1997). L’art. 185, comma 1 del D.Lgs. 152/2006, infatti, esclude dalla normativa sui rifiuti “gli scarichi idrici, esclusi i rifiuti liquidi costituiti da acque reflue”.

3…e sentenze contrarie

A tale orientamento giurisprudenziale favorevole alla natura delle acque emunte quali acque reflue sottoposte al regime degli scarichi di cui alla parte terza del Codice dell’Ambiente, si contrappongono tuttavia recenti pronunciamenti dei giudici amministrativi nei quali le acque emunte vengono ricondotte all’interno della categoria dei rifiuti liquidi. Più precisamente si tratta della sentenza del TAR Sicilia, Palermo, Sez. I, del 20 marzo 2009, n. 540 , in cui si legge che “l’art. 242 introduce un peculiare regime diversificato per le acque di falda emunte nell’ambito di interventi di bonifica di siti inquinati, di per sé non idoneo tuttavia a parificarne il regime giuridico – per quanto attiene alla gestione e autorizzazione dei relativi impianti di trattamento – a quello proprio delle acque reflue industriali. Una lettura sistematica della previsione normativa in esame..non può infatti non tener conto della particolare natura dell’oggetto dell’attività posta in essere, siccome individuati  dal legislatore quali rifiuti liquidi (cfr. codici CER 19.03.07* e 19.03.07)..Le acque di falda emunte nell’ambito dell’attività di disinquinamento non derivano certamente ed in via diretta dagli ordinari cicli produttivi delle aziende presenti..con ciò rendendone improbabile una aprioristica omologazione alle acque reflue industriali come definite chiaramente dal comma 1, lettera h), art. 74 del D.Lgs. 152/2006. Ferma restando quindi la specifica natura del prodotto oggetto di trattamento (emungimento), con le connesse implicazioni in ordine al regime autorizzatorio dei relativi impianti, l’art. 243 cit. si limita ad autorizzarne lo scarico nelle acque di superficie purchè siano rispettati gli stessi limiti di emissione delle acque reflue industriali”.
In prima analisi, è curioso notare come la Sezione di Palermo del TAR Sicilia abbia fatto anch’essa riferimento, come la Sezione di Catania, al carattere “speciale” della norma di cui all’art. 243, traendone tuttavia considerazioni diametralmente opposte che, a ben riflettere, non convincono.
In particolare, lascia perplessi il passaggio in cui i giudici affermano che “ai sensi del comma 5 dell’art. 108 del D.Lgs. 152/2006, proprio in relazione alle acque reflue industriali..il legislatore ha previsto che “l’autorità competente può richiedere che gli scarichi parziali contenenti le sostanze della tabella 5 del medesimo Allegato 5 siano tenuti separati dallo scarico generale e disciplinati come rifiuti”. Tra le sostanze contenute nella predetta tabella spiccano, per quanto rileva in specie, gli “Oli minerali persistenti e idrocarburi di origine petrolifera persistenti”..che figurano come componenti significativi dei liquidi emunti dalle falde del sito da disinquinare. E’quindi da disattendere l’assunto della parte ricorrente tendente ad escludere a priori, ai sensi dell’art. 243, la riconduzione delle acque emunte in attività di disinquinamento della falda dal regime proprio dei rifiuti liquidi”.
Invero, la disposizione richiamata dal giudice, anziché escludere che le acque emunte rientrino nella disciplina degli scarichi, lascia piuttosto intendere il contrario, laddove prevede che l’autorità, in sede di autorizzazione di scarichi, possa stabilire che gli stessi, al ricorrere di particolari circostanze (presenza di sostanze pericolose), vengano disciplinati come rifiuti. In altri termini, gli scarichi – siano essi acque emunte ai sensi dell’art. 243 ovvero altre tipologie di scarichi previste dalla parte terza del Testo Unico Ambientale – restano ben distinti dai rifiuti liquidi, ad eccezione dei casi previsti dall’art. 108, comma 5.
Altra sentenza che nega la qualifica di scarico alle acque emunte è quella del TAR Sardegna, Sez. II del 21 aprile 2009, n. 549 in cui si legge che “la presenza di uno iato – materiale e temporale – tra la fase di emungimento e quella di trattamento già di per sé depone per la qualificabilità delle acque in termini di “rifiuto liquido”. E, difatti, l’alternativa nozione di “scarico” ontologicamente implica la sussistenza di una continuità tra la fase di generazione del refluo e quella della sua immissione nel corpo recettore, mentre l’esistenza di una fase intermedia, in cui le acque sono stoccate in attesa della loro destinazione finale, richiama direttamente i noti concetti di trattamento e smaltimento, tipici della disciplina dei rifiuti”.
Come è agevole notare, in tale fattispecie l’affermazione dei giudici appare invero maggiormente condivisibile rispetto a quanto statuito dai giudici palermitani, dal momento che, nella fattispecie decisa dal TAR Sardegna, le acque emunte non passavano direttamente dalla falda all’impianto di trattamento né venivano utilizzate in cicli produttivi in esercizio nel sito (e dunque non potevano qualificarsi scarichi ex art. 243), bensì, dopo l’emungimento, venivano convogliate temporaneamente in appositi contenitori, dai quali venivano poi trasportate all’impianto di trattamento.
Si trattava, in altri termini, di una situazione in cui poteva effettivamente configurarsi un’attività di gestione di rifiuti vera e propria.
Ancora una volta, dunque, è opportuno ribadire che, ai fini della qualifica delle acque emunte quali rifiuti liquidi, andrà verificato il caso specifico, dovendosi concludere, in assenza di prova contraria, che le stesse sono oggi considerate ricomprese in linea generale all’interno della (meno restrittiva) disciplina degli scarichi idrici.
Da ultimo, si segnala un interessante (seppure, forse, eccessivamente rigoroso) passaggio della medesima sentenza TAR Sardegna n.549/2009, laddove si prevede che è onere del privato “destinatario delle prescrizioni di bonifica quello di dar conto, al fine di poter usufruire del regime di cui all’art. 243, comma 1, della destinazione finale delle acque di falda emunte, attestando che le stesse saranno reimmesse nelle acque superficiali. Per cui, in assenza di dati oggettivi al riguardo, non potranno considerarsi illegittime le prescrizioni dell’Amministrazione che impongano il rispetto dei più rigidi limiti previsti dal D.M. 471/1999”.

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