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25/11/2017 01:02
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Le acque di falda emunte nel procedimento di bonifica sono qualificabili come acque reflue industriali? (Prima parte)

M. Busà (Approfondimento 15/7/2009) - Documento senza titolo

1. Quadro normativo

La tematica del trattamento delle acque di falda emunte nell`ambito di un intervento di decontaminazione di un sito inquinato rappresenta da tempo una questione di estrema rilevanza sotto il profilo operativo, soprattutto in ordine alla qualificazione da attribuire alle acque che, a ben riflettere, potrebbero essere equiparate alle acque reflue industriali oppure essere considerate veri e propri rifiuti liquidi, con conseguente applicazione di due regimi giuridici differenti previsti all`interno del Testo Unico Ambientale (parte III, sulle acque reflue e sugli scarichi, o parte IV sulla gestione dei rifiuti).
In tal senso rappresenta una positiva novità in materia l`introduzione, all`interno del corpus delle disposizioni sulla bonifica del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i. (c.d. Testo Unico Ambientale), dell`art. 243, il cui comma 1 prevede che “le acque di falda emunte dalle falde sotterranee, nell`ambito degli interventi di bonifica o messa in sicurezza del sito, possono essere scaricate, direttamente o dopo essere state utilizzate in cicli produttivi in esercizio nel sito stesso, nel rispetto dei limiti di emissione di aque reflue industriali in acque superficiali di cui al presente decreto” (1).
Si noti che il riferimento alla messa in sicurezza è stato opportunamente aggiunto dalla recente modifica di cui all’art. 8-quinquies, D.L. n. 208/2008 (conv. in L. n. 13/2009), in tal modo allargando l’applicazione della norma anche a tali operazioni, che, si ricorda, costituiscono interventi differenti, anche se funzionalmente collegati, dalla bonifica vera e propria. Va peraltro aggiunto che, anche in assenza di tale integrazione legislativa, il mero dato letterale della norma (si ripete, il riferimento ai soli interventi di “bonifica”) non avrebbe potuto comunque far escludere ad un interprete attento che la disciplina prevista dall`art. 243 andasse estesa anche ai casi di sola messa in sicurezza, in quanto ciò sarebbe andato contro la ratio sottesa alla disposizione in parola, ossia contro la volontà del legislatore di codificare espressamente una disciplina relativa al trattamento delle acque nell`ambito di interventi di decontaminazione lato sensu intesi (e dunque, comprensivi anche della messa in sicurezza, oltre che della bonifica vera e propria).
Con tale norma, pertanto, si è inteso colmare un vuoto normativo presente all`interno dell`ormai abrogato D.Lgs. 22/97 e s.m.i. (c.d. Decreto Ronchi), perseguendo dunque l`obiettivo di dare maggiore certezza del diritto agli interpreti ma anche, e soprattutto, agli operatori pratici, i quali, attuando gli interventi di decontaminazione nel vigore della pregressa disciplina, si trovavano ad agire in condizioni paradossali. Attenta dottrina (2), infatti, ha evidenziato come, in assenza di una specifica norma sul punto, poteva in concreto verificarsi che le acque di falda emunte venissero portate a trattamento nei medesimi impianti di depurazione utilizzati per il trattamento delle acque di processo, ma con l`obbligo (richiesto dalla p.a. nell`atto di autorizzazione dell’impianto) di rispettare non i parametri di legge relativi allo scarico di acque, bensì quelli più restrittivi previsti per la gestione dei rifiuti liquidi dal D.M. n. 471/1999. Ciò, dunque - ed è questa la situazione illogica e paradossale –, senza tener conto che in tali ipotesi le acque emunte nel processo di bonifica e le acque reflue derivanti dall`attività produttiva venivano di fatto convogliate nello stesso corpo ricettore attraverso il medesimo sistema di condutture.
In tal senso, pertanto, l`introduzione dell`art. 243 contribuisce a rendere più certo il quadro operativo degli interventi di trattamento delle acque, ma soprattutto fornisce all`autorità pubblica, in sede di autorizzazione, una espressa base normativa su cui fondare le proprie valutazioni, limitandone (seppur non eliminando, come si vedrà più avanti) quelle interpretazioni cautelative che, in passato, stante l`assenza di una norma espressa, l’hanno portata a qualificare le acque emunte come rifiuti liquidi.
Va inoltre considerato che, come rilevato dalla dottrina, la disposizione di cui all`art. 243 presenta un ulteriore vantaggio sotto il profilo operativo, in quanto “apre la possibilità di effettuare trattamenti on site che, in assenza di esplicita deroga, sarebbe stato difficile effettuare” (3).
Ma oltre a tali considerazioni di ordine concettuale, basterebbe del resto analizzare il mero dato letterale della norma in esame per concludere che il dubbio ermeneutico circa la natura delle acque emunte è stato sciolto dal legislatore delegato in favore della qualifica delle stesse come acque reflue. In tal senso, infatti, l’utilizzo del termine “scaricate”, nonché il riferimento  ai “limiti di emissione delle acque reflue industriali” riportano l’interprete alla (meno restrittiva) disciplina prevista dalla Parte terza del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i. Senza considerare poi quanto previsto espressamente dall’art. 242, comma 7, in ordine all’efficacia sostitutiva che l’autorizzazione agli interventi di decontaminazione esplica nei confronti anche dell’atto di assenso relativo “allo scarico delle acque emunte dalle falde”.
Ciononostante, nella prassi le amministrazioni pubbliche continuano a collocarsi sulle medesime posizioni – eccessivamente cautelative – tenute nel vigore del Decreto Ronchi, e dunque a ricondurre le acque emunte nell’alveo (è proprio il caso di dirlo) dei rifiuti liquidi e del conseguente regime normativo.
Sul punto, è doveroso precisare che tali decisioni della p.a. possono considerarsi legittime solo se assunte in tutte quelle situazioni in cui non si sia in presenza di uno scarico ai sensi dell’art. 74, comma 1, lettera ff), e dunque solamente nelle ipotesi in cui le acque emunte non vengano convogliate direttamente, senza soluzione di continuità, all’interno del corpo ricettore (come potrebbe avvenire, ad esempio, se le stesse venissero fatte defluire temporaneamente in apposite vasche e da lì trasportate in un secondo momento verso l’impianto di depurazione). In simili situazioni, infatti, sarebbe configurabile un vera e propria operazione di gestione di rifiuti liquidi, come tale inquadrabile all’interno delle previsioni di cui alla parte quarta del Testo Unico Ambientale.
Ma al di fuori delle ipotesi poc’anzi prospettate, ogni atto amministrativo che qualifichi le acque emunte come rifiuti liquidi deve essere considerato illegittimo e come tale impugnabile davanti al giudice amministrativo.

Note

1. Si riporta, per completezza, il testo del comma 2 dell’art. 243, la cui trattazione non è necessaria ai fini del presente contributo: “In deroga a quanto previsto dal comma 1 dell’art. 104, ai soli fini della bonifica dell’acquifero, è ammessa la re immissione, previo trattamento, delle acque sotterranee nella stessa unità geologica da cui le stesse sono state estratte, indicando la tipologia di trattamento, le caratteristiche quali-quantitative delle acque reimmesse, le modalità di re immissione e le misure di messa in sicurezza della porzione di acquifero interessato dal sistema di estrazione/re immissione. Le acque reimmesse devono essere state sottoposte ad un trattamento finalizzato alla bonifica dell’acquifero e non devono contenere altre acque di scarico o altre sostanze pericolose diverse, per qualità e quantità, da quelle presenti nelle acque prelevate”.
2. Giampietro-Quaranta, “Gli orientamenti del giudice amministrativo sulla bonifica nel passaggio tra il vecchio e il nuovo regime”, in Ambiente & Sviluppo, Ipsoa, n. 4/2008.
3. Musmeci, in Rifiuti, ed. Ambiente, n. 129/130/2006, pag. 57

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