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21/11/2017 11:10
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Il dipendente pubblico non può essere totalmente demansionato

D. Trombino (www.ilpersonale.it 4/6/2009) - Untitled Document

La Sezione Lavoro della Cassazione, con la sentenza n. 11835 del 21 maggio 2009, ribadisce che è vietato il totale demansionamento del pubblico dipendente, ai sensi e per gli effetti dell’art. 2103 del Codice Civile.
Tale fondamentale disposizione considera illegittima ogni modifica in peius delle mansioni del lavoratore, anche se non comporta un danno di natura economica.

Si ricorda che l’art. 96/I° comma Disp. Att. Codice Civile così dispone : “L’imprenditore deve far conoscere al prestatore di lavoro, al momento dell’assunzione, la categoria e la qualifica che gli sono assegnate in relazione alle mansioni per cui è stato assunto”.

Siamo al cospetto del c.d. principio della contrattualità della prestazione lavorativa1: il contenuto di questa è determinato al momento dell’assunzione ciò che, per il pubblico impiego, è espressamene sancito all’art. 52 del D.Lgs. 30/3/2001, n. 165 (T.U. Pubblico Impiego).  

Siffatta regola, tuttavia, non è violata nell’assegnazione del lavoratore a mansioni diverse, purché equivalenti a quelle svolte in precedenza.
Si tratta di una valutazione che guarda, per l’appunto, all’equivalenza o meno delle nuove mansioni a quelle precedentemente espletate, rispetto all’inquadramento astratto e formalistico di categoria, secondo il CCNL, tenuto conto della competenza richiesta, del livello professionale raggiunto, del patrimonio professionale acquisito nella pregressa fase del rapporto e nella precedente attività svolta2.
Il giudice di merito, chiamato ad effettuarla, assumerà ovviamente come parametri di riferimento:

  1. il livello retributivo raggiunto;
  2. le mansioni previste nell’atto dell’assunzione e quelle concretamente svolte;
  3. le mansioni successivamente affidate al lavoratore.

In altre parole, ai fini della valutazione della sussistenza di un corretto esercizio dello ius variandi, da parte datoriale, non è sufficiente verificare se le nuove mansioni siano comprese nel livello contrattuale del dipendente, essendo necessario verificare altresì l’equivalenza in concreto di tali mansioni con quelle in precedenza assegnate, alla stregua del contenuto, della natura e delle modalità di svolgimento delle stesse; la suddetta equivalenza presuppone che le nuove mansioni, pur se non identiche a quelle in precedenza espletate, corrispondano alla specifica competenza tecnica del dipendente, ne salvaguardino il livello professionale, non lo danneggino altrimenti, (nel contesto lavorativo e/o sociale) e siano comunque tali da consentire l’utilizzazione del patrimonio d’esperienza lavorativa acquisita nella pregressa fase del rapporto.

Non comparazione formalistica, ma fracontenutoe natura delle prestazioni effettivamente svolte3.

Ciò stante, sussiste la violazione del disposto di cui all’art. 2103 C.C. qualora le nuove mansioni, pur comprese nel livello o nella categoria contrattuale già attribuita al dipendente, comportino una lesione del suo diritto a conservare e migliorare la competenza o la professionalità maturata o pregiudichino quello al suo avanzamento graduale nella gerarchia del settore4.

Rileva nella pronuncia citata in esordio che “la riconduzione della disciplina del lavoro alle regole privatistiche del contratto e dell`autonomia privata individuale e collettiva, con conseguente devoluzione alla giurisdizione del giudice ordinario, non elimina la perdurante particolarità del datore di lavoro pubblico che, pur munito nella gestione degli strumenti tipici del rapporto di lavoro privato, per ciò che riguarda l`organizzazione del lavoro, resta pur sempre condizionato da vincoli strutturali di conformazione al pubblico interesse e di compatibilità finanziaria generale; in questa ottica l`art. 52 del d.lgs. n. 165 del 2001 sancisce il diritto all’adibizione alle mansioni per le quali il dipendente è stato assunto, o ad altre equivalenti” 5.

Com’evidenziato in altro contributo6, sebbene l’equivalenza non rimandi a parametri meramente quantitativi, evidentemente, detta valutazione è possibile laddove vi sia qualcosa da comparare.
Ridurre ad inattività il lavoratore, privandolo di tutte le funzioni, rende ovviamente superflua qualsiasi comparazione, per inesistenza di uno dei due termini in relazione, ossia delle nuove mansioni.
In tali casi resta da accertare la contingenza della coatta inattività.
Il lavoratore “azzerato” deve indubbiamente dimostrarla: la sentenza 24 marzo 2006 n. 6572 delle Sezioni Unite civili della Cassazione, non lascia spazio a fraintendimenti, quando afferma che qualora agisca, oltre che per il ripristino dello status quo ante, per il risarcimento dei danni subiti, il lavoratore deve sempre fornire la prova della sussistenza di questi ultimi.
Nel caso oggetto del più recente giudizio della Sezione Lavoro, un dipendente del Comune di Napoli con la qualifica di funzionario architetto, responsabile d’unità operativa complessa e di procedimento, con ordine di servizio fu privato di tale ultima funzione e, di fatto, destinato a compiti privi di contenuto.
Questo provvedimento fu impugnato dal dipendente in primo grado, ove la sua domanda fu rigettata.
Migliori sorti per il medesimo lavoratore ebbe il giudizio d’appello: qui è stata riconosciuta l’illegittimità del demansionamento, alla luce di quanto statuito dall’art. 2103 C.C., ritenuto, come anticipato, applicabile anche nel pubblico impiego.

E’ riflessione di sintesi pienamente condivisibile quella contenuta nella recente sentenza della Sezione Lavoro secondo la quale, il concetto dell’equivalenza formale delle mansioni nel pubblico impiego, ammissibile in via teorica, non può essere ampliato ed estremizzato al punto da consentire sostanzialmente lo svuotamento pressoché totale dell’attività lavorativa.

Nel caso in esame, i compiti residuati in capo al dipendente erano puramente formali, per cui la fattispecie concreta s’è sottratta ad ogni valutazione d’equivalenza delle mansioni, rientrando in quella diversa della sottrazione integrale, e quindi rilevante, d’ogni funzione da svolgere, che è certamente vietata anche nell`ambito del pubblico impiego7.

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NOTE

1 L’espressione è stata utilizzata da De Luca Tamajo.

2 In tal senso Cass. 17/3/99, n. 2428 in Codice Civile annotato con la giurisprudenza, a cura di Caringella, De Marco, Izzo Ed. Simone.

3 In  Cass. 19/3/91, n. 2896 è ben chiarito che le mansioni hanno carattere di specificità rispetto alla genericità dell’inquadramento, per cui il riferimento in astratto al livello o grado del sistema di classificazione adottato dalla contrattazione collettiva non è di per sé sufficiente ai fini dell’accertamento dell’equivalenza; questa presuppone che le nuove mansioni, pur se non identiche, siano aderenti alla specifica competenza tecnico-professionale del dipendente, salvaguardandone il livello professionale, e siano in ogni caso tali da consentire l’utilizzazione del patrimonio professionale acquisito nella pregressa fase del rapporto. 

4 Così Cass. 17/7/98, n. 7040 in Codice Civile cit. nota precedente.

5 Posto in evidenza in legge-e-giustizia.it nel lancio di maggio 2009.

6 In questa rivista Illegittimo il licenziamento del lavoratore che si assenta perché totalmente demansionato. Nota a sentenza della Cassazione Sezione Lavoro n. 11430 del 16 maggio 2006, pubbl. 21/06/2006.

7 Ancora una volta sottolineata in legge-e-giustizia.it nel lancio di maggio 2009

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