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21/11/2017 15:00
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Il riscatto dei periodi di studio per i dipendenti pubblici

G. Crepaldi (www.ilpersonale.it 2/4/2009) - Untitled Document

La Corte costituzionale si è più volte pronunciata sul diritto di riscatto dei periodi di studio da parte dei pubblici dipendenti, mettendone in luce le differenze con il settore privato.
Si tratta di un tema in cui emergono ancora rilevanti differenze tra il lavoratore pubblico e quello privato, differenze che trovano giustificazione nella soggettività pubblica del datore di lavoro, nelle esigenze del perseguimento degli interessi generali (v. in questo senso, Corte cost., 23 luglio 2001 n. 275), nella doverosità della p.a. di rispettare i principi costituzionali di legalità, imparzialità e buon andamento (Corte cost., 27 marzo 2003 n. 82).
L`istituto del riscatto dei periodi di studio è volto a garantire alla preparazione professionale ogni migliore considerazione ai fini di quiescenza. E questo non solo per incentivare l’accesso nella pubblica amministrazione di personale idoneo per preparazione e cultura, ma anche al fine di evitare la penalizzazione dei lavoratori che abbiano dovuto ritardare l`inizio della loro attività onde acquisire il titolo necessario per essere ammessi all`impiego.
La meno recente giurisprudenza costituzionale ha affermato l’illegittimità dell’art. 69 r.d.l. 3 marzo 1938 n. 680 nella parte in cui non prevede in favore dei dipendenti degli enti locali la facoltà, ai fini pensionistici, di riscattare gli anni di iscrizione agli albi professionali e di esercizio della pratica forense, quando tali requisiti costituiscano condizione necessaria per l’immissione in carriera (Corte cost., 10 luglio 1981 n. 128).
Successivamente, la Corte costituzionale (con sentenza 12 aprile 1996 n. 112) ha dichiarato l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale, in riferimento all’art. 3 Cost., dell’art. 13, I comma, del d.p.r. 29 dicembre 1973 n. 1092 (Approvazione delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato), nella parte in cui consente il riscatto del periodo corrispondente alla durata legale degli studi universitari e dei corsi speciali di perfezionamento unicamente ai dipendenti civili ai quali quel titolo sia stato richiesto come condizione necessaria per l’immissione in ruolo.
Con la pronuncia 15 febbraio 2000 n. 52 la Corte, invece, afferma l’illegittimità degli artt. 13, I comma, del d.p.r. 29 dicembre 1973 n. 1092 e dell’art. 2 del d.lgs. 30 aprile 1997 n. 184 (Attuazione della delega conferita dall’art. 1, comma 39, della legge 8 agosto 1995 n. 335, in materia di ricongiunzione, di riscatto e di prosecuzione volontaria ai fini pensionistici), nella parte in cui non consentono al dipendente dello Stato di riscattare, ai fini del trattamento di quiescenza, il periodo di durata legale del corso di studi svolto presso l’Accademia di belle arti ovvero presso istituti o scuole riconosciuti di livello superiore (post-secondario), quando il relativo diploma o titolo di studio di specializzazione o di perfezionamento sia richiesto, in aggiunta ad altro titolo di studio per l’ammissione in servizio di ruolo o per lo svolgimento di determinate funzioni.
Ancora, la Corte costituzionale ha avuto occasione di pronunciarsi in materia (9 maggio 2001 n. 113) in relazione ad un caso complesso di ricongiungimento contributivo presso l’INPS di posizioni contributive maturate anche presso il Ministero del Tesoro.
Il problema attiene ad un caso in cui l’INPS ha negato al dipendente, che aveva provveduto a riscattare i periodi di studio universitario finché era impiegato pubblico, di potersi giovare della contribuzione suddetta ai fini del trattamento di quiescenza perché, ai sensi della disciplina generale, occorre che nei periodi riscattati vi sia stata effettiva prestazione lavorativa, ciò che, invece, si deve escludere in relazione ai periodi di studio. Dunque, la Corte dichiara l’illegittimità, per contrasto con l’art. 3 Cost., del combinato disposto degli artt. 124, V comma, del d.p.r. 29 dicembre 1973 n. 1092 e 40 della legge 22 novembre 1962 n. 1646 (Modifiche agli ordinamenti degli Istituti di previdenza presso il Ministero del tesoro), nella parte in cui, per i periodi di studio che siano stati oggetto di riscatto ai sensi e per gli effetti dell`art. 13 del citato d.p.r. 29 dicembre 1973 n. 1092, subordinano la costituzione della posizione assicurativa nella assicurazione obbligatoria per l`invalidità, la vecchiaia e i superstiti (gestita dall’INPS) alla condizione che, per gli stessi periodi, "vi sia stata effettiva prestazione di lavoro subordinato". Alla declaratoria di incostituzionalità delle suddette disposizioni consegue non solo il computo, nella posizione assicurativa costituita presso l’ente previdenziale, del periodo di studi riscattato ai sensi dell’art. 13 del d.p.r. n. 1092/1973, ma anche l’obbligo per l’amministrazione statale di versare i relativi contributi all’INPS.
Secondo la Corte costituzionale, si tratta di tutelare esigenze che non possono essere frustrate unicamente per il fatto che la posizione assicurativa viene a costituirsi, in virtù di quanto obbligatoriamente previsto dalla legge presso l`INPS, specie considerando quella generale tendenza, da tempo emersa nell`ordinamento, di valorizzare, in ogni caso, i periodi di studio che precedono l`attività lavorativa.
Infine, la Corte interviene nel 2006 con la sentenza del 9 novembre n. 367 tornando ad affermare la legittimità delle norme riguardanti i dipendenti delle pubbliche amministrazioni (v. artt. 7 della legge 15 febbraio 1958 n. 46 e 13 del d.p.r. 29 dicembre 1973 n. 1092), nella parte in cui prevedono, come «condizione necessaria» per il riscatto del periodo degli studi a fini pensionistici, la strumentalità dei titoli riscattabili rispetto all’immissione in servizio o alla progressione in carriera (v. già Corte cost., 15 febbraio 2000 n. 52; Corte cost., 12 aprile 1996 n. 112; Corte cost., 10 luglio 1981 n. 128).
Con l’ultima delle sentenze citate, la Corte costituzionale dichiara la non fondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 2-novies del d.l. 2 marzo 1974 n. 30, convertito, con modificazioni, dalla legge 16 aprile 1974 n. 114 (Norme per il miglioramento di alcuni trattamenti previdenziali e assistenziali), come modificato dall’art. 2, III co., del d.l. 1° ottobre 1982 n. 694, convertito con modificazioni dalla legge 29 novembre 1982 n. 881 (Proroga della fiscalizzazione degli oneri sociali fino al 30 novembre 1982 e misure di contenimento del disavanzo del settore previdenziale) e dell’art. 2 del d.lgs 30 aprile 1997, n. 184 (Attuazione della delega conferita dall’articolo 1, comma 39, della legge 8 agosto 1995 n. 335, in materia di ricongiunzione, di riscatto e di prosecuzione volontaria ai fini pensionistici), nella parte in cui non prevedono la facoltà di riscattare i periodi corrispondenti alla durata degli studi presso l’Accademia di belle arti per gli iscritti al Fondo pensioni lavoratori dipendenti, quando il corso di studi sia propedeutico e funzionale allo svolgimento dell’attività lavorativa da parte dell’interessato.
Le norme denunciate riconoscono il diritto di riscatto del corso legale di laurea a tutti i lavoratori privati iscritti al Fondo pensioni lavoratori dipendenti e alle gestioni speciali del Fondo per i lavoratori autonomi. Inoltre, prevedono la riscattabilità dei titoli universitari (diploma universitario, diploma di laurea, diploma di specializzazione e dottorato di ricerca) individuati dall’articolo 1 della legge 19 dicembre 1990 n. 341 (Riforma degli ordinamenti didattici universitari). In base a tali norme, la sussistenza del menzionato diritto del lavoratore privato dipende unicamente dalla circostanza che la legge consideri il titolo di studio come riscattabile presso l’INPS. Inoltre, per i dipendenti privati non è richiesto che il titolo di studio sia necessario per l’immissione in servizio o la progressione in carriera (sentenza Corte cost., 12 aprile 1996 n. 112).
Diversa è la posizione dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni. Per questi, gli artt. 7 della legge 15 febbraio 1958, n. 46 (Nuove norme sulle pensioni ordinarie dello Stato) e 13 del d.p.r. 29 dicembre 1973 n. 1092 (Approvazione del Testo Unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato), prevedono, come si è visto, come «condizione necessaria» per il riscatto, la strumentalità dei titoli riscattabili rispetto all’immissione in servizio o alla progressione in carriera. Alla luce di tale strumentalità, la Corte costituzionale, in precedenza, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dello stesso art. 2-novies e di altre norme che non consentivano la riscattabilità del periodo corrispondente alla durata dei corsi di studio per il conseguimento di diplomi riguardanti numerose categorie professionali, anche rispetto a uno dei diplomi rilasciati dall’Accademia di belle arti (sentenze n. 52 del 2000 e n. 535 del 1990). È stato così esteso l’istituto del riscatto ai diplomi post-secondari, alla duplice condizione che i corsi di studio abbiano natura universitaria, pur se di durata inferiore a quella di un corso di laurea, e che gli stessi siano richiesti quale requisito necessario per l’immissione o per la progressione in carriera.

Il nesso di strumentalità tra titolo di studio e attività lavorativa è invece estraneo al lavoro privato. Non sussiste, dunque, quella omogeneità di situazioni che renderebbe ingiustificata la diversa regolamentazione adottata in ordine alle condizioni che legittimano il diritto di riscatto nel settore pubblico rispetto a quello privato.

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