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Home Articoli RIFIUTI Rifiuti contenenti idrocarburi (l`art. 6-quater della legge 27/12/2009, n. 13): pasticcio all`italiana (terza parte)

Rifiuti contenenti idrocarburi (l`art. 6-quater della legge 27/12/2009, n. 13): pasticcio all`italiana (terza parte)

A. Pierobon (La Gazzetta degli Enti Locali 27/4/2009) - Maggioli Editore

Qualunque sostanza pericolosa, ai sensi della direttiva 67/548/CEE relativa alla classificazione, imballaggio ed etichettatura delle sostanze pericolose,va considerata rifiuto pericoloso nel momento stesso in cui diviene rifiuto, e lo stesso criterio si applica per i “preparati” (direttiva 88/379/CEE, come modificata dalla direttiva 99/45/CE).
Per cui questi rifiuti non abbisognano della previa ricerca di concentrazioni e di valori limite specifici, bensì vengono automaticamente inseriti nell’elenco dei rifiuti pericolosi.
Ma questa soglia, come notato, viene assunta - in via assoluta - senza ulteriori corredi conoscitivi, ovvero tralasciando di considerare il processo di provenienza (cioè della pericolosità in base all’origine) del materiale o della sostanza, per cui sarebbe sconosciuta la natura dell’idrocarburo, e, quindi, in buona sostanza, non si sarebbe in grado di conoscerne la sua (più attendibile) pericolosità.
In pratica, sempre secondo questa posizione, ove l’origine del rifiuto non sia nota e presenti una sostanza cancerogena con concentrazione superiore allo 0,1%, esso rifiuto dovrebbe ipso iure classificarsi pericoloso.
Ma è solo con l’aggiuntivo criterio dei “markers” che si possono acquisire ulteriori elementi consententi di valutare una più attendibile pericolosità del rifiuto (1), financo la sua declassificabilità a non pericoloso, e qui si dovrebbe più correttamente procedere analizzando elemento per elemento, ovvero decidendo in base al ciclo produttivo che ha determinato quel tipo di rifiuto, tenendo altresì conto, come già notato, delle schede di sicurezza delle materie prime utilizzate.
Ragion per cui, in via preliminare, va affrontato il profilo analitico, poi va effettuata l’analisi della frazione idrocarburica (2), indi va attribuita la categoria di cancerogeneicità (secondo la direttiva 67/548/CEE).
Laddove si conosca il ciclo di produzione, oppure si dispongano delle “schede di sicurezza”, allora si conosce l’origine esatta dell’idrocarburo contaminante il rifiuto e quindi, se viene raggiunto il limite dei 1000 mg/kg. con una frazione idrocarburica il rifiuto (verificate le cosiddette “note” dell’etichettatura (3)) diventa cancerogeno.
Come dianzi cennato, secondo l’I.S.S. si deve anzitutto accertare se gli idrocarburi superano il limite dello 0,1%, indi si cercano i markers, in rapporto però alla concentrazione totale del rifiuto: se questi ultimi non raggiungono le concentrazioni di cui alla normativa sull’etichettatura, allora ci si pone al di fuori dalla disciplina degli idrocarburi.
Per fare un esempio, nel caso di uno sversamento sul terreno di una frazione cancerogena, si dovrebbe dapprima procedere all’analisi del terreno, al fine di rintracciare il benzo(a)pirene, ma questo – come notato – non avverrebbe come da frazione.
E questo rifiuto risulterebbe essere classificato come non pericoloso, pur scaturendo da una frazione idrocarburica pericolosa (4), ciò avviene in quanto l’I.S.S., come da cit. parere del 05 luglio 2006, assume come limite per singolo IPA cancerogeno un valore pari a 100 mg/Kg.
Sembra però essere più realistico non tenere in considerazione la frazione dei markers, proprio perché l’esistenza e la connotazione del rifiuto può accertarsi solamente alla fine di una opportuna indagine (5).
Secondo la posizione dell’allora A.P.A.T. (ora I.S.P.R.A.) con nota 8 giugno 2006, i markers vanno ricercati con i metodi dei rifiuti specifici, la concentrazione va cercata solo sulle “voci a specchio”: se viene accertata una concentrazione dei markers questa viene poi rapportata, proporzionatamente, alla frazione idrocarburica (6).
Insomma, vanno ricercati gli IPA (non tutti, ma solo i cancerogeni (7)), si sommano, e, laddove essi superino il limite dello 0,1% nella frazione idrocarburica, il rifiuto va considerato pericoloso.
Il limite va quindi assunto considerando la somma totale, e, in base ai contenuti vanno ricercati i componenti.
Comunque, anche l’ISPRA (8) sembra condividere la necessità di non limitarsi alla posizione comunitaria (e ministeriale) del solo valore - in assoluto - dello 0,1%, peraltro, alla fine del 2008, l’ISPRA assumendo, in buona sostanza, che non è possibile affermare la giustezza di un metodo rispetto all’altro, sembra aver voluto aderire al metodo propugnato dall’I.S.S..

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(1) Il criterio dei markers (e poi l’ampliamento IPA che sono quasi tutti cancerogeni) con il limite dello 0,1% quale soglia cancerogeno per la classe 1^ e 3^ di cui alla decisione 2000/532/CE e alla direttiva sull’etichettatura 548/67/CE, dovrebbe consentire l’attribuzione della caratteristica di pericolosità a seconda del tipo di rifiuto. In proposito occorre guardare alle note introduttive e all’allegato unico alla decisione 2000/532/CE – che indica le concentrazioni per le varie classi di pericolo – dove si rinvia alla disciplina sulla etichettatura.
(2) tutte le frazioni vengono classificate come cancerogene di classi 1^ e 2^ (salvo il diesel che è di classe 3^, anche se nella normativa c.d. “etichettatura” si trova anche un gasolio di classe 2^ R 45, forse da riscaldamento).
(3) quale esempio vedasi la nota “L”, frazione non cancerogena, se si riscontra la presenza minore del 3% di estratto (che è IPA), o per altre frazioni se la presenza è minore di 50 mm/kg di benzo (a)pirene, eccetera.
(4) per andare ad un esempio concreto, si prendano in esame le analisi sulle traversine ferroviarie, le quali, com’è noto, sono rifiuti ridondanti di idrocarburi, e che secondo tale metodologia, sembrano essi messi sullo stesso piano di altre tipologie di rifiuti per i quali non ci sarebbe la presenza dei markers. Ma, allora, quale sarebbe la logica e le finalità di questa metodica?
5 va precisato che i markers vengono ricercati secondo gli stessi metodi analitici utilizzati per la frazione idrocarburica pura, sintomaticamente, se un rifiuto è un misto di varie sostanze non si ricercano i markers proprio perché esistono specifici metodi. Per esempio, se la presenza di IPA è inferiore al 3% si utilizza la “nota” di cui alla disciplina sulla etichettatura relativa alla frazione idrocarburica da estratto IMT solfossico IP 346 che è un metodo specifico da utilizzarsi per le frazioni idrocarburiche, ma questo non vale per il rifiuto misto, dove invece occorrono, per l’appunto, metodi specifici.
(6) per esempio 5,2 mm/kg di benzo(a)pirene e 1500 mg/Kg di idrocarburi, con criterio proporzionale diventano 0,346% mm/kg., superiore allo 0,1% e quindi diventa cancerogeno.
(7) gli IPA cancerogeni sono solo quelli indicati nella nota dell`ISS del 5 luglio 2006, oltre al crisene.
(8) peraltro, a fine 2008, l’ISPRA assumendo che non è possibile affermare la giustezza di un metodo rispetto all’altro, sostanzialmente sembra aver aderito al metodo dell’ISS.

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