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Home Articoli RIFIUTI Rifiuti contenenti idrocarburi (l`art. 6-quater della legge 27/12/2009, n. 13): pasticcio all`italiana (seconda parte)

Rifiuti contenenti idrocarburi (l`art. 6-quater della legge 27/12/2009, n. 13): pasticcio all`italiana (seconda parte)

A. Pierobon (La Gazzetta degli Enti Locali 20/4/2009) - Maggioli Editore

Si badi come le analisi in parola siano effettuate con riferimento agli idrocarburi totali, ovvero la concentrazione limite non può essere superiore allo 0,1% del rifiuto in peso, inoltre la metodica di analisi diventa cruciale in quanto va,anzitutto, verificato il superamento (o meno) del limite dello 0,1% (1000 mg/kg) di concentrazione degli idrocarburi, successivamente vanno determinati i “markers di cancerogenicità” (1): qui emergono questioni di una certa complessità (2) (3) che ci riportano, in risalita culturale, all’epistemologia (4).
Inoltre, la questione della scelta del limite, del livello - tabellare o che - ci riporta alla problematica delle norme tecniche, all’assiologia e agli interessi ivi implicati (5).
Tornando al cit. D.M. 7 novembre 2008, in quanto assunto dalla norma in commento quale riferimento normativo, in base ad esso le analisi riguardano solo due markers, tralasciando quindi tutte le altre tipologie di idrocarburi eventualmente presenti.
Ma la decisione della Commissione 3 maggio 2000, n.532/CE relativa all’istituzione dell’elenco europeo dei rifiuti - modificata dalle decisioni della Commissione 2001/118/CE e 2001/119/CE e dalla decisione del Consiglio europeo 2001/573/Ce - non ha previsto il “criterio cumulativo” rispetto alla contemporanea presenza di più sostanze cancerogene, e, quindi, per la classificazione del rifiuto (non agli effetti dello smaltimento in discarica (6)), la concentrazione limite deve essere superata da una sostanza singola, non cumulativamente dalle diverse sostanze.
Come dianzi notato, per i markers abbiamo due (radicalmente) diverse modalità di individuazione che portano a risultati - e a discipline - del tutto diverse:
1) vengono espressi sulla massa totale del rifiuto;
2) vengono espressi in riferimento alla totalità della frazione idrocarburica.
Per tale via si giunge al paradosso secondo il quale, ove si rinvengano 5 o 6 sostanze cancerogene, ma la soglia di concentrazione rimanga inferiore allo 0,1% , il rifiuto non viene classificato come pericoloso.
Giova nuovamente rammentare come, al momento dello smaltimento, trovi applicazione anche il cit. D.M. 3 agosto 2005, il quale all’art. 6 indica dei limiti ai rifiuti contenenti sostanze cancerogene, valevoli agli effetti del loro accesso in impianti autorizzati per lo smaltimento di rifiuti non pericolosi.
Più precisamente, il limite è pari ad un decimo della concentrazione limite dei rifiuti in parola, i limiti, in sommatoria, non possono comunque superare lo 0,1 % p/p. Per fare un esempio: se il rifiuto ha un cancerogeno di classe 1^ e 2^ e quindi con una CL pari a 1000 mg/Kg, esso rifiuto potrà essere smaltito in un impianto per non pericolosi, ma solo se il cancerogeno in questione non supera i 100 mg/Kg e,comunque sia, in sommatoria con gli altri cancerogeni eventualmente presenti, non possono essere superati i 1000 mg/Kg..
Va però aggiunto come l’anzidetto orientamento comunitario precauzionistico si arresta (donde il regime conservativo) al solo accertamento del limite dello 0,1% del rifiuto contenente idrocarburi in concentrazione superiore (o non), il che potrebbe essere considerato una “limitatazione” in quanto questo sarebbe l’unico elemento determinativo della classificazione del rifiuto quale pericoloso (o non pericoloso) (7).
Per il diritto domestico ai fini della classificazione dei rifiuti come pericolosi (o non) si deve fare riferimento all’art. 184, comma 5, del D.Lgs. 152/2006 (8), più generalmente i rifiuti sono pericolosi tenendosi conto dell’origine e della composizione, ed eventualmente dei valori limite di concentrazione.
Per l’art. 2 della citata decisione 2000/532/CE se c’è un rifiuto pericoloso esso lo è, anzitutto, con il criterio della origine, per fare un esempio concreto, tutti i codici 13, 12 con oli, 14 solventi, sono per sé stessi pericolosi per origine, per cui qui non occorre cercare la voce a specchio.
Difatti, se l’origine è nota il rischio è, per così dire, “dominabile”, per cui ad essa segue, come si vedrà, la ricerca per concentrazione e quindi la classificazione della sostanza costì intercettata come cancerogena o meno.
Se, invece, l’origine del rifiuto non è nota, allora si hanno delle miscele, si sommano gli idrocarburi e se questi non arrivano al limite dello 0,1% allora non si considerano pericolosi, se invece gli idrocarburi superano la soglia dello 0,1%, allora va ricercata la pericolosità (o meno) della frazione di idrocarburi, quindi si cercano i markers.
In altri termini, la determinazione delle caratteristiche di pericolosità di un rifiuto è disciplinata dalla citata decisione 2000/532/CE, recepita nella Parte IV^ del D.Lgs. 152/2006, che prevede, anzitutto, una verifica della presenza (o meno) della cosiddetta “voce a specchio” relativa alla tipologia di rifiuto oggetto di classificazione.
Le “voci a specchio” servono a classificare i rifiuti come pericolosi se le sostanze contenute negli stessi raggiungono determinate concentrazioni, tali da conferire al rifiuto una o più delle proprietà dell’allegato III° alla direttiva 91/689/CE –Allegato I al D.Lgs. 152/20069 (10). Per la giurisprudenza l’elenco dei rifiuti pericolosi ha natura tassativa per cui si prescinde dalle risultanze di eventuali analisi chimico-fisiche.
I rifiuti che invece non prevedono la “voce a specchio” sono classificati in pericolosi (o non) a seconda se essi superano (o meno) determinati valori limite, tali da conferire ai medesimi rifiuti una o più delle proprietà di cui all’allegato III° della direttiva 91/689/Cee.
In altre parole, i rifiuti sprovvisti di voci speculari vanno classificati sulla base della conoscenza dell’attività generatrice del rifiuto e/o della natura di quest’ultimo, per cui in questo caso sarebbe possibile indicare lo specifico codice del rifiuto, senza effettuare una preventiva analisi.
Nella prassi sembrano però riscontrarsi altre operazioni, in quanto esistono delle “famiglie” nel catalogo europeo dei rifiuti, le quali ancorché siano classificate pericolose, di fatto non possono essere considerate tali (11), tanto conferma il difficile assetto di rapporti tra scienza e diritto, tra tecnica e scienza, oltre che al loro interno.

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(1) cioè le sostanze classificate cancerogene di classe 1 (benzene) oppure di classe 2 (IPA cancerogeni cosiddetti “tabellati”).
(2) Per esempio riguardanti la definizione univoca dei “markers” (in quanto sono oltre 500 i composti riconosciuti cancerogeni all’interno della categoria `idrocarburi derivanti da petrolio`), le procedure analitiche: estrazione degli idrocarburi, purificazione degli estratti, limiti operativi, metodi di validità dei risultati analitici, controlli di qualità da adottare, specifiche dei laboratori, modalità di calcolo dei risultati, modalità di espressione dei dati e loro attendibilità, e così via. Tuttavia, si badi che i markers non sono le frazioni, bensì le determinate sostanze (come appunto i singoli IPA cancerogeni, oppure il benzene) i quali sono loro stesse cancerogene e poi, a loro volta, rendono la frazione idrocarburica cancerogena nel momento in cui in essa sono presenti determinate quantità: in tal caso non si va alla ricerca di tutte le frazioni idrocarburiche presenti in etichettatura, per poi stabilire la pericolosità del rifiuto (anche perchè tale operazione sembra essere impossibile).
(3) Secondo un parere interno del laboratorio provinciale di Bolzano dell’agosto 2008 `partendo da C5 e arrivando almeno a C40. Dato che i primi composti della serie sono molto volatili, per effettuare l’analisi si dovrà fruire di due metodiche separate, i cui risultati andranno poi sommati. Dai risultati emerge la seguente casistica: 1) idrocarburi compresi da C5 a C40 sono presenti in concentrazioni inferiori a 1000 mg/kg (0,1% in peso) non fanno diventare un rifiuto pericoloso, non esistendo composti chimici classificati come maggiormente tossici, tali da far diventare un rifiuto pericoloso a queste basse concentrazioni, e al terreno, come rifiuto non pericoloso, potrà venire eventualmente assegnato il codice CER 170504; 2) i composti suddetti sono presenti in concentrazioni superiori a 10.000 mg/kg (1% in peso), dato che tra gli oltre 500 derivati del petrolio quelli descritti come benzina e gasolio presentano una caratteristica di cancerogenicità minima di classe 3 (con R40), quando non di classe 2 (con R45), tale terreno inquinato deve essere considerato in ogni caso rifiuto pericoloso, con il relativo codice CER 170503*; 3) qualora i composti suddetti sono presenti in concentrazioni superiori a 1000 ma inferiori a 10000 mg/kg, si entra in una “zona grigia” di difficile valutazione. Ora non è più sufficiente una analisi cumulativa degli idrocarburi presenti, ma servirà differenziare i vari composti in base alla loro classificazione singola.`.
Sul punto 2) va rammentato come per la direttiva 67/548/CEE (etichettatura delle sostanze pericolose) le frazioni idrocarburiche siano considerate cancerogene di 2^ e 3^ classe, ma che la maggior parte di queste riportano le note “M” o “J” o “L”, le quali fanno escludere la cancerogenicità della frazione ove determinati markers non superano certune concentrazioni: 0,1% p/p il benzene, 0,005% in peso per il benzo (a) pirene, 3% p/p per estratto in DMSO. Pertanto, anche se il rifiuto de quo possiede un contenuto di idrocarburi pari all’1%, ciò non significa, automaticamente, che sia cancerogeno.
Sul punto 3) va osservato che la differenziazione dei vari composti in base alla loro classificazione singola pare assai ardua considerandosi che: a) i rifiuti sono matrici molto eterogenee; b) ove la frazione idrocarburica contaminante sia sconosciuta diventa quasi impossibile risalire alla “vera” origine dello stesso, considerando che le frazioni si trasformano con il decorso del tempo, causa la loro degradazione naturale, in quanto sostanze organiche.
(4) Non rientra nelle finalità del presente scritto affrontare questo aspetto, basti qui evidenziare l’erroneità della
concezione di una scienza allo stato puro, la sua oggettività, il suo carattere probabilistico, fallibilistico, parziale,
incerto, e quindi anche delle metodiche di analisi e delle attività cosiddette “tecniche”.
(5) In proposito sia consentito rinviare al capitolo `Norme tecniche tra politiche pubbliche e interessi particolari` di A.PIEROBON, contenuto nel volume collettaneo a cura di A.LUCARELLI-A.PIEROBON,Governo e gestione dei rifiuti, Napoli,ESI, 2009 (in pubblicazione).
(6) In questo caso, oltre all`analisi sul rifiuto tal quale per comprendere se trattasi di un rifiuto pericoloso o non, necessita effettuare anche il test di cessione o altri ancora, per esempio il test dell`eluato, che è importante ai fini dello smaltimento, in quanto con esso si verifica se gli inquinanti presenti siano ceduti (o meno) nell’ambiente a seguito del percolamento dell’acqua. In sintesi queste analisi servono per comprendere se il rifiuto sia gestito, nel suo destino, in modo “corretto” (o meno).
(7) In altri termini, il richiamo al principio di precauzione, seppur fondato in assenza di conoscenza degli effetti (anche combinati) di queste sostanze, pare qui tralasciare di approfondire,nel merito, la questione del limite dello 0,1%, per esempio sulla base di una conoscenza supportata anche dalle schede delle materie prime, dalla natura dell’idrocarburo e della sua pericolosità. Ma la problematica de qua ci riporta, in forma non superficiale o da slogans, al principio di precauzione nelle varie declinazioni e sfumature, come già ben evidenziate nella immane documentazione comunitaria, dalle pronunce giurisprudenziali sin qui emanate e pure dalla proliferazione dottrinaria, soprattutto internazionalistica.
(8) `sono pericolosi i rifiuti non domestici indicati espressamente come tali, con apposito asterisco, nell’elenco di cui all’Allegato D alla parte quarta del presente decreto, sulla base degli Allegati G,H, e I alla medesima parte quarta`.
(9) posto che per le caratteristiche da H3 a H8, H10 e H11 si applica l’art.2 della decisione 2000/532/CE, mentre per le caratteristiche H1,H2,H9,H12,H13 e H14 l’articolo 2 della medesima decisione non prevede alcuna specifica. Per determinati rifiuti non si avrebbe più una presunzione, ma la classificazione avviene solo per i rifiuti identificati come pericolosi (ossia “asteriscati”) e ove tale identificazione sia correlata alla presenza (generica o specifica) di sostanze pericolose. Nessun accertamento avviene per gli altri rifiuti e con asterisco in questo caso poichè presunti pericolosi.
(10) Trattasi di una modificazione del 2002 che, com’è stato giustamente osservato dalla dottrina esperta, comporta `un sistema di classificazione del rifiuto pericoloso che può richiedere, con evidenti complicazioni pratiche, l’analisi chimica finalizzata alla verifica del livello di concentrazione di alcune sostanze` così L. RAMACCI, La nuova disciplina dei rifiuti, La Tribuna, Piacenza, 2008, pag. 75.
(11) Gli esperti di laboratorio, per esempio, citano famiglia relativa ai rifiuti derivanti dal settore fotografico sviluppo e fissaggio, dove dalle analisi che vengono effettuate questi rifiuti non risultano essere pericolosi.

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