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26/10/2014 07:55
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Edilizia e urbanistica - Opere abusive - Sequestro penale - Ordine di demolizione

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Tribunale Amministrativo Regionale Campania Napoli sez.II 23/3/2009 n. 1594 - Documento senza titolo

L’esistenza di un sequestro penale relativo ad un opera edilizia abusiva non rende illegittimo l’ordine di demolizione siaperché il sequestro penale ha influenza esclusivamente sul giudizio di responsabilità del privato per avere inottemperato all`ordine di demolizione sia perché sussiste la possibilità di domandare all`autorità giudiziaria il dissequestro dell`immobile proprio ai fini della demolizione.


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania
(Sezione Seconda)
ha pronunciato la presente

SENTENZA

A) Sul ricorso numero di registro generale 9242 del 1996, proposto da:
Costanzo Raffaele, Padricelli Rosa, rappresentati e difesi dall`avv. Ettore Landolfo ed elettivamente domiciliati, con il predetto difensore, in Napoli, alla via S.Lucia n.133;
contro
Comune di Cardito, rappresentato e difeso dall`avv. Raffaele Grimaldi ed elettivamente domiciliato, con il predetto difensore, in Napoli, alla via L.Murialdo n. 44, presso lo studio dell’Avv. Gennaro Simeone;

B) Sul ricorso numero di registro generale 4009 del 1998, proposto da: Padricelli Rosa, Costanzo Raffaele, entrambi rappresentati e difesi dall`avv. Francesco Damiano ed elettivamente domiciliati, con il predetto difensore, in Napoli, alla via G.Verdi N.18;
contro
Comune di Cardito, in persona del legale rappresentante p.t.,
per l`annullamento
previa sospensione dell`efficacia,
A) quanto al ricorso n. 9242 del 1996:
- delle ordinanze di sospensione (n. 86/96) e di demolizione di opere abusive (87/96) emesse dal V. Sindaco del Comune di Cardito, in uno agli atti preordinati, connessi e consequenziali.
B) quanto al ricorso n. 4009 del 1998:
- della dichiarazione (n. 4 del 29.1.1998) di acquisizione al patrimonio comunale delle opere abusive e della relativa area di sedime;
- del verbale di inottemperanza n. 2148 del 9.9.1997;

Visti i ricorsi con i relativi allegati;
Visto l`atto di costituzione in giudizio di Comune di Cardito;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell`udienza pubblica del giorno 26/02/2009 il dott. Umberto Maiello e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

FATTO

I ricorrenti hanno abusivamente edificato, in assenza del prescritto titolo abilitativo, un manufatto in Cardito alla 1^ trav. a sx. di via Palazzotto dello Sport, ricadente in zona “E” del locale P.R.G.
Il predetto Ente ha, dapprima, ingiunto la demolizione (ordinanza n. 87 del 12.8.1996) delle dette opere abusive e, quindi, con successivo provvedimento (dichiarazione n. 4 del 29.1.1998) ha dichiarato l’intervenuta acquisizione al patrimonio comunale delle stesse, nonché della relativa area di sedime.
Con il ricorso sub A) i ricorrenti hanno spiegato impugnazione avverso il precitato titolo monitorio, all’uopo articolando le seguenti censure:
1) il provvedimento impugnato sarebbe espressione di un’istruttoria inadeguata, nonché privo di un sufficiente corredo motivazionale;
2) le opere realizzate sarebbero sanabili;
3) sarebbe costituzionalmente illegittima la sanzione dell’acquisizione gratuita al patrimonio comunale;
Con il ricorso sub B), hanno poi attratto nel fuoco della contestazione attorea anche il successivo provvedimento acquisitivo, introducendo le seguenti aggiuntive censure:
1) la demolizione spontanea delle opere abusive era impedita dalla pendenza di un sequestro penale;
2) il Comune intimato avrebbe, omettendo la comunicazione di avvio del procedimento, violato le garanzie di partecipazione procedimentale di cui all’art. 7 della legge n. 241/1990;
3) sarebbe pendente una domanda di sanatoria ex art. 13 della legge 47/1985;
4) illegittimità derivata;
Con ordinanza assunta all’udienza del 29.5.2008 (e poi reiterata all’udienza del 13.11.2008) il ricorso n. 4009/1998 (in epigrafe sub B) è stato rinviato all’odierna udienza in vista della riunione e della trattazione congiunta al ricorso n. 9242/1996 (in epigrafe sub A).
Entrambi i ricorsi – all’udienza del 26.2.2009 – sono stati trattenuti in decisione.

DIRITTO

Preliminarmente, s’impone la riunione dei ricorsi in epigrafe, manifestamente avvinti da un vincolo di connessione oggettiva e soggettiva.
Quanto al merito, entrambi i ricorsi sono infondati e, pertanto, vanno respinti. Ciò vale a dispensare il Collegio dall’esame delle eccezioni formulate, in rito, dall’Amministrazione resistente.
In ragione del nesso di presupposizione, logica e giuridica, che lega il provvedimento acquisitivo al precedente titolo monitorio, occorre prendere abbrivio, in prospettiva metodologica, dallo scrutinio delle censure articolate avverso l’ordinanza di demolizione n. 87 del 12.8.1996.
Sul punto, mette conto ribadire – giusta quanto già anticipato in premessa – che tale ingiunzione è stata adottata in ragione dell’abusiva edificazione, in assenza del prescritto titolo abilitativo, di un manufatto della superficie di circa 200 mq. in Cardito alla 1^ trav. a sx. di via Palazzotto dello Sport, lotto ricadente in zona “E” del locale P.R.G.
A giudizio del Collegio, la piana lettura del provvedimento impugnato riflette con assoluta evidenza la rilevanza edilizia del contestato abuso, fatta palese dalle apprezzabili dimensioni della nuova struttura (estensione di superficie pari a mq. 200), cui si riconnette una significativa trasformazione del manufatto preesistente e che, pertanto, non può non essere ricondotta alla tipologia delle nuove costruzioni, per la quale s’imponeva il previo rilascio della concessione edilizia.
Di contro, la realizzazione dell’opera in contestazione, in mancanza del suddetto titolo abilitativo, di per se stessa, fondava la reazione repressiva dell’organo di vigilanza, che, nell’ambito della disciplina di settore, assurge ad atto dovuto.
In altri termini, nello schema giuridico delineato dall’art. 31 del d.p.r. 380/2001 non vi è spazio per apprezzamenti discrezionali, atteso che l’esercizio del potere repressivo di un abuso edilizio consistente nell’esecuzione di un’opera in assenza del titolo abilitativo costituisce atto dovuto, per il quale è "in re ipsa" l’interesse pubblico alla sua rimozione (cfr. T.A.R. Campania, Sez. IV, 24 settembre 2002, n. 5556; 4 luglio 2001, n. 3071; Consiglio Stato, sez. IV, 27 aprile 2004, n. 2529).
Una volta accertata l`esecuzione di opere in assenza di concessione ovvero in difformità totale dal titolo abilitativo, non costituiva, dunque, onere del Comune verificare la sanabilità delle opere in sede di vigilanza sull`attività edilizia (T.A.R. Campania, Sez. IV, 24 settembre 2002, n. 5556; T.A.R. Lazio, sez. II ter, 21 giugno 1999, n. 1540).
Giova, inoltre, osservare, rispetto alle residue censure, che il valido esercizio del potere di repressione dell’abuso in argomento non era impedito dalle condizioni ostative indicate nell’atto di gravame.
Ed, invero, del tutto inconferenti si rivelano le argomentazioni censoree incentrate sulle implicazioni rinvenienti dalla pendenza di una domanda di accertamento di conformità che la stessa parte ricorrente assume come non ancora presentata al momento della spedizione dell’avverso ordine di demolizione.
Solo a corredo del ricorso spiegato verso il (successivo) provvedimento di acquisizione i ricorrenti hanno esibito una domanda di sanatoria: tale istanza, presentata ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 13 della legge n. 47/1985, è datata 23.3.2008 e, dunque, risulta proposta, non solo ben oltre il termine di 90 gg. prescritto dalla sopra menzionata disposizione di legge, ma finanche dopo l’adozione e la notifica dell’ordinanza (n. 4 del 29.1.2008) di acquisizione del cespite abusivo al patrimonio comunale.
In definitiva, la domanda in argomento – formulata in palese distonia rispetto allo schema legale di riferimento e da soggetti ormai privi di qualsivoglia titolo dominicale sul bene – si rivela manifestamente inidonea ad interferire sulla validità delle misure repressive applicate dal Comune di Cardito.
Né è possibile dubitare della compatibilità del suddetto effetto ablatorio con i principi e le disposizioni della Carta costituzionale, avendo la disposizione di riferimento già ripetutamente superato il vaglio del Giudice delle leggi (arg. ex Corte costituzionale, 15 febbraio 1991, n. 82; Corte costituzionale, 15 luglio 1991, n. 345).
Del pari, prive di pregio sono le censure introdotte con il ricorso n. 4009/98 (in epigrafe sub B) spiegato avverso l’ordinanza di acquisizione.
Preliminarmente, vale osservare che, nell’ambito della disciplina di settore (oggi art. 31 del d.p.r. 380/2001), il provvedimento di acquisizione si pone come meramente attuativo del pregresso ordine di demolizione e, pertanto, in mancanza di altre e più pertinenti osservazioni censoree che involgono il contenuto precipuo del singolo atto di acquisizione, le violazioni di ordine procedimentale (quali quelle afferenti al mancato perfezionarsi del contraddittorio per omessa comunicazione dell’avvio del procedimento) non possono che subire la dequotazione prevista dall’art. 21 octies della legge n. 241/1990.
In definitiva, nella sequenza procedimentale rigidamente delineata dalla disciplina di settore, l’acquisizione si pone come una sanzione di legge, giustificata, in via automatica, dalla ricorrenza di ben definiti presupposti, entrambi ricorrenti nella fattispecie in esame: un pregresso ordine di demolizione (che, per le ragioni sopra dette, si rivela immune rispetto alle censure attoree) e l’inottemperanza del soggetto intimato, protratta per oltre 90 gg., all’obbligo di riduzione in pristino contenuto nel suddetto provvedimento, circostanza giammai revocata in dubbio dai ricorrenti.
Né è possibile opporre, quale impedimento insuperabile all’esecuzione spontanea dell’ordine di demolizione, l’indisponibilità dell’opera abusiva a cagione della sottoposizione della stessa a sequestro da parte dell’Autorità Giudiziaria. E ciò sia perché il sequestro penale ha influenza esclusivamente sul giudizio di responsabilità del privato per avere inottemperato all`ordine di demolizione sia perché sussiste la possibilità di domandare all`autorità giudiziaria il dissequestro dell`immobile proprio ai fini della demolizione (cfr. ex multis T.A.R. Campania Napoli, sez. III, 07 maggio 2008 , n. 3548).
Conclusivamente, ribadite le svolte considerazioni, il ricorso va respinto.
Le spese seguono la soccombenza e, per l’effetto, i ricorrenti vanno condannati, in solido, al pagamento, in favore del Comune di Cardito, delle spese di giudizio che possono essere contenute nella somma di € 1.000 (mille).

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania, Sezione Seconda, definitivamente pronunciando sui ricorsi in epigrafe, così provvede:
1) ne dispone la riunione;
2) li respinge.
Condanna i ricorrenti al pagamento, in solido, delle spese processuali, liquidate complessivamente in € 1.000 (mille).
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall`autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 26/02/2009 con l`intervento dei Magistrati:
Carlo d`Alessandro, Presidente
Pierluigi Russo, Consigliere
Umberto Maiello, Primo Referendario, Estensore

DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 23/03/2009



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