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22/11/2017 11:56
Home Articoli ESPROPRI L`indennità di esproprio per aree edificabili prima dell`intervento della Corte Costituzionale (sentenze 348 e 349/2007)

L`indennità di esproprio per aree edificabili prima dell`intervento della Corte Costituzionale (sentenze 348 e 349/2007)

R. Ollari (Rivista del Consulente Tecnico n. 2/2008) - Documento senza titolo

Le due recenti pronunce della Corte Costituzionale (sentenze 348 e 349 del 24 ottobre 2007) hanno cambiato i metodi di quantificazione delle indennità in materia di indennità espropriative. Fino al 1° novembre 2007, la quantificazione dell’indennità per le aree edificabili prevedevano il criterio di calcolo fondato sulla media tra il valore venale dei beni e il reddito dominicale rivalutato.
La giurisprudenza comunitaria - ed in particolare la Corte europea dei diritti dell’uomo (cd. CEDU) - aveva però stabilito che costituiva una violazione dei principi contenuti nell’art. 1 Protocollo n. 1 la normativa italiana prevista dall’art. 5 bis del d.l. n. 333/1992 e successive modificazioni ed integrazioni (e, dunque, anche quella prevista dal d.P.R. 327/2001 che ne confermato integralmente il contenuto). Secondo il CEDU non era infatti rispettato il giusto equilibrio tra diritto generale e tutela della proprietà.
Le due sentenze hanno avuto come effetto immediato il ritorno del criterio di calcolo dell’indennità al valore venale, già previsto dall`art. 39 della legge 25 giugno 1865, n. 2359 senza l’applicazione di alcuna falcidia  e la possibilità per il legislatore di distinguere – con una apposita legge successiva - tra “espropriazioni isolate”  e possibili espropriazioni di “portata sociale” che consentono una riduzione dell’indennità rispetto al valore di mercato.

In un intervento per una rivista dedicata ai tecnici del settore, la mia prima tentazione sarebbe quella di abbandonare il linguaggio paludato e latineggiante del mondo giuridico. Credo però che un avvocato, se può offrire un contributo ai tecnici di area non giuridica, lo debba dare fornendo proprie quelle coordinate “avvocatesche”, che potrebbero in parte mancare agli operatori.
Fino alla data di pubblicazione delle recenti sentenze della Corte Costituzionale in materia di indennità espropriativa, e quindi fino al 1° novembre 2007, la quantificazione dell’indennità per le aree edificabili era disciplinata: 1) dall’art. 5 bis, commi 1, 2 e 7bis del decreto legge 11 luglio 1992, n. 333 convertito, con modificazioni, dalla legge agosto 1992, n. 359, per le procedure iniziate prima dell’entrata in vigore del Testo unico (d.P.R. 327/2001); b) dall’art. 37 commi 1 e 2 d.P.R. 327/2001 per le procedure regolare dal medesimo Testo unico. Entrambe le norme prevedevano il criterio di calcolo fondato sulla media tra il valore venale dei beni e il reddito dominicale rivalutato. L’indennità di esproprio andava quindi calcolata secondo il valore edificabile (ex art. 5 bis, secondo le norme previgenti ed ex art 37 commi 1 e 2 d.P.R. 327/2001), nonché tendendo conto del danno indiretto, qualora si trattasse di esproprio parziale di bene unitario (art. 33 del d.P.R. 327/2001 ed art. 40 l. 2359/1865).  Già prima dell’intervento della Corte Costituzionale, la giurisprudenza comunitaria - ed in particolare la Corte europea dei diritti dell’uomo (cd. CEDU) - aveva stabilito che costituiva una violazione dei principi contenuti nell’art. 1 Protocollo n. 1 la normativa italiana prevista dall’art. 5 bis del d.l. 333/1992 e successive modificazioni ed integrazioni (e, dunque, anche quella prevista dal d.p.r. 327/2001 che ne confermato integralmente il contenuto). Secondo la Corte il meccanismo di calcolo ivi previsto (semisomma tra il valore venale ed il coacervo del reddito dominicale rivalutato ai fini delle imposte dirette) non rispettava il criterio del giusto equilibrio tra esigenze di interesse generale ed il diritto di proprietà, risultando l’indennità così determinata notevolmente inferiore al valore di mercato dei fondi (famoso precedente è la sentenza CEDU Scordino vs. Italia del 1997). Seguendo il principio enunciato dalla CEDU anche alcuni giudici italiani (Corte di appello di Firenze 1402/2006 e 1403/2006), nell’ambito di giudizi di opposizione alla stima, avevano fatto diretta applicazione nell’ordinamento nazionale dell’art. 1 Protocollo 1 addizionale alla CEDU. determinando l’indennità di esproprio nella misura del pieno valore di mercato dei fondi espropriati. Detto scenario nazionale ed internazionale ha portato la Corte di Cassazione (sez. I civile, ordinanza 19 ottobre 2006 n. 22357) a sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 5 bis per contrasto con gli articoli 111 e 117 della Costituzione, anche in rapporto all’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e all’articolo 1 del primo protocollo addizionale a tale Convenzione.

Gli effetti delle sentenze della Corte Costituzionale 348/2007 e 349/2007

Sia l’art. 5bis della legge agosto 1992, n. 359 sia l’art. 37 del d.P.R. 327/2001, applicando ai fini indennitari una riduzione del valore di mercato del bene, sono stati dichiarati incostituzionali poiché è stato ritenuto che detta riduzione fosse in contrasto con la normativa europea ed in particolare con l’art. 1 Protocollo 1 addizionale alla Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo (cd. CEDU). In particolare la Consulta ha osservato che “la suddetta indennità è inferiore alla soglia minima accettabile di riparazione dovuta ai proprietari espropriati, anche in considerazione del fatto che la pur ridotta somma spettante ai proprietari viene ulteriormente falcidiata dall`imposizione fiscale, la quale si attesta su valori di circa il 20 per cento. Il legittimo sacrificio che può essere imposto in nome dell`interesse pubblico non può giungere sino alla pratica vanificazione dell`oggetto del diritto di proprietà.” L’effetto immediato delle sentenze della Corte è stato : a) il ritorno del criterio di calcolo dell’indennità al valore venale, già previsto dall`art. 39 della legge 25 giugno 1865, n. 2359 senza l’applicazione di alcuna falcidia (scompare infatti la decurtazione del 40 per cento in caso di mancata accettazione dell’indennità provvisoria); b) la possibilità per il legislatore di distinguere – con una apposita legge successiva - tra “espropriazioni isolate” (implicanti un ristoro integrale) e possibili espropriazioni di “portata sociale” (tali da consentire una riduzione dell’indennità rispetto al valore di mercato).
In sostanza, la Corte Costituzionale rende i vecchi criteri non più applicabili a partire dal 1° novembre 2007 (primo giorno successivo alla pubblicazione delle sentenze 348 e 349 del 2007, avvenuta sul G.U. 42 del 31 ottobre 2007), con il solo limite delle situazioni ormai divenute definitive. Questo implica che in tutti i casi in cui alla data del 1° novembre 2007 l’indennità non era stata ancora accettata dal privato (anche se offerta dall’ente espropriante) e determinata con parametri inferiori al valore venale, la stima definitiva dovrà essere determinata al valore di mercato, e questo all’esito della procedura arbitrale  di cui all’articolo 21 comma 2 d.P.R. 327/2001 oppure della valutazione della apposita commissione (provinciale o regionale) di cui all’art. 41 del Testo Unico. Naturalmente, in caso di disaccordo dell’espropriato rispetto all’indennità definitiva inferiore al valore di mercato questi potrà sempre impugnare la determinazione che ritiene errata presso la Corte d’Appello, giudice competente in unico grado per l’opposizione alla stima ex art. 54 T.U..

La legge finanziaria 2008

La legge finanziaria è intervenuta introducendo nell’ordinamento (con l’art. 2 commi 89 e 90, che ha sostituito l’art. 37 commi 1 e 2 del T.U.) il principio espresso dalla Corte Costituzionale cioè l’applicabilità del valore venale di esproprio ai rapporti non più “giustiziabili”. In particolare, il legislatore ha precisato che per le aree edificabili l’indennizzo dovrà essere pari all’integrale valore del bene, salvo la possibilità per l’ente espropriante di pagare solo il 75% di detto valore qualora si tratti di espropriazione finalizzata alla realizzazione di “riforme economico-sociali”. I casi di valore “ridotto” non potranno certo essere individuati dalla PA, trattandosi di ipotesi che – prevedendo una disciplina derogatoria rispetto alla regola generale dell’indennizzo integrale – si auspica siano determinate dal legislatore con una norma apposita. In ogni caso, la finanziaria ha risolto il problema che si erano posti gli interpreti a seguito delle sentenze della Corte Costituzionale poiché - in relazione ai rapporti in corso - in assenza di una norma che sostituisse gli articoli dichiarati incostituzionali – si era alla ricerca di un aggancio normativo che consentisse di applicare i principi espressi dalla Consulta. I più facevano risalire l’obbligo di pagare il valore venale applicando l’art. 39 della legge 2359/1865 ai rapporti esclusi dal T.U. (poiché detta norma è stata abrogata dal d.P.R. 327/2001 solo per gli espropri regolati dal T.U. medesimo) mentre – per gli espropri regolati dal T.U. –  facevano riferimento ad una serie di norme del codice civile (art. 834 o 1474) o del T.U. stesso (artt. 36 e 38), avvalendosi dell’istituto dell’analogia. Oltre a chiarire la misura dell’indennità, la finanziaria ha anche individuato con maggiore precisione quando detti nuovi principi non siano applicabili. Si tratta delle ipotesi in cui l’indennità sia ormai divenuta definitiva, perché è stata “condivisa”, “accettata” o “comunque divenuta irrevocabile”. In sostanza, l’indennità sarà pagata applicando le vecchie norme quando l’espropriato abbia già stipulato la cessione volontaria oppure abbia condiviso l’indennità provvisoria ai sensi dell’articolo 20 comma 5 del Testo Unico oppure non sia più possibile proporre opposizione ai sensi dell’art. 54 del Testo Unico, per essere scaduto il termine di 30 giorni per l’opposizione alla stima. Poiché la finanziaria è intervenuta solo a modificare l’art 37 del T.U. ma nulla ha previsto per le procedure espropriative non disciplinate dallo stesso (pubblica utilità dichiarata prima del 30 giugno 2003), per queste si pagherà comunque il valore del bene, ma applicando l’art. 39 della legge 2359/1865. Gli enti esproprianti, inoltre, dovranno prestare molta attenzione nel determinare le indennità perché saranno costretti a pagare un 10% in più se l’indennità provvisoria offerta sia meno di otto decimi rispetto a quella definitiva (art. 37 così come modificato dal comma 89). Per quanto riguarda invece i criteri pratici per determinare nel caso concreto il valore dell’area edificabile, occorrerà valutare il più probabile prezzo di mercato che l’area avrebbe in una contrattazione in regime di libera concorrenza, non tenendo conto del vincolo apposto. I criteri da utilizzare sono quelli “normali” di estimo, tra cui si ricordano i criteri:
1) del valore venale o di mercato, che consiste nel comparare i prezzi noti del libero mercato (condizionato da domanda ed offerta) con il bene oggetto di stima, attraverso due diversi procedimenti cioè il metodo sintetico o diretto (comparazione con prezzi storici di mercato di beni analoghi) oppure il metodo indiretto o analitico (accumulazione all`attualità, al saggio di mercato, dei redditi netti futuri che si prevede possano essere continuamente resi dal bene oggetto della stima);
2) del valore di costo, che si basa sulla identificazione del costo di produzione di un manufatto (tutte le spese che si dovrebbero sostenere per la completa realizzazione del bene);
3) del valore di trasformazione, che si basa sulla determinazione del costo da sostenere per attuare una trasformazione del bene da stimare, confrontato con il valore di mercato che il bene medesimo potrebbe assumere a trasformazione avvenuta;
4) del valore complementare, che si basa sul valore che si attribuisce ad un bene complementare di un altro bene (risultante dalla differenza tra il più probabile prezzo di mercato dell`intero bene economico e quello che avrebbe la parte residua staccata e separatamente vendibile);
5) del valore di surrogazione, che si basa sul valore di mercato o di costo di un bene economico capace di dispiegare utilità analoga a quella del bene oggetto di stima (quindi, capace tecnicamente di sostituirlo). Naturalmente il migliore criterio di stima andrà individuato in base alle caratteristiche del bene da valutare. In ogni caso non si deve dimenticare che l’indennità di esproprio è unitaria nel senso che oltre al danno diretto (cioè il valore della parte da espropriare) dovrà sempre comprendere (se ne sussistano i requisiti) anche il danno indiretto (cioè il danno che a causa dell’esproprio deriva alla restante parte di area che rimane di proprietà dell’espropriato). Detto danno spesso viene parametrato quale incidenza percentuale sul totale del valore degli immobili a cui si determina il deprezzamento.
In materia espropriativa restano aperti ancora molti problemi, che né la Corte Costituzionale né la finanziaria hanno risolto.

L’indennità e il valore dichiarato ai fini ICI. 

L’art. 37 del T.U. al comma 7 (non inciso dalle novità legislative) prevede la riduzione dell’indennità ad un importo pari al valore indicato nell’ultima dichiarazione presentata dall’espropriato ai fini ICI se detto valore contrasti con la normativa vigente e sia inferiore all’indennità di espropriazione. Detta norma riproduce l’art. 16 del d.lgs. 504/1992 con una importante modifica poiché, nell’individuare le condizioni di applicabilità della riduzione, alla circostanza che l’indennità offerta sia inferiore al valore dichiarato ai fini ICI aggiunge (opportunamente) che il valore (inferiore) dichiarato ai fini ICI debba essere contrastante con la normativa vigente. Si tratta di un principio orientato in senso preventivo-repressivo di eventuali infedeltà dichiarative, con la conseguenza che l’indennità di esproprio di un’area edificabile non può eccedere il valore infedelmente dichiarato ai fini fiscali. Se la giurisprudenza sostanzialmente concorda nel ritenere che la riduzione dell’indennità rilevi solo in caso di elusione fiscale (cioè quando l’espropriando abbia dichiarato valori per le aree edificabili di gran lunga inferiori rispetto a quelli collegati al valore venale) e non di evasione totale cioè in ipotesi di omessa presentazione della denuncia o della dichiarazione ai fini dell’ICI (Cass. Civ., sez. I, 31.5.2007 n. 12771, Cass. Civ., sez. I, 17.11.2006 n. 24509, Cass. Civ., sez. I, 28.12.2004 n. 24064, Cass. Civ., sez. I, 19.6.2003 n. 9808), maggiori discussioni si hanno circa le conseguenze dell’applicazione della norma. Condivisibile pare una recentissima pronuncia della Cassazione (Cass. Civ. sez. I, 3.1.2008 n. 19), secondo cui l’evasore parziale dovrebbe restare soggetto alle stesse conseguenze per il minor valore dichiarato, potendo di fatto il Comune procedere all’accertamento del maggior valore del fondo agli effetti tributari e sulla base di questo commisurare consequenzialmente, in via definitiva, l’indennità espropriativa e non liquidarla in misura irrisoria, con ancoraggio alla dichiarazione infedele. Qualunque diversa soluzione, infatti, comporterebbe che il valore dichiarato ai fini ICI diventerebbe l’unico criterio possibile per determinare l’indennità per aree edificabili, conclusione inammissibile e assolutamente non condivisibile perché - in tal modo – verrebbero posti nel nulla i criteri fondamentali fissati dai commi 1 e 2 del medesimo art. 37 del T.U. espropri.

Indennità da reiterazione

Il Testo Unico ha introdotto alcune regole volte a definire con rapidità se spetti l’indennità nel caso di reiterazione del vincolo e, senza indicare il quantum dovuto, si è enunciato il principio per cui la somma va calcolata in base all’entità del danno effettivamente prodotto (art. 9 T.U.). Il meccanismo è il seguente: a) il  provvedimento che riappone il vincolo può stabilire la misura dell’indennità; b) se non lo stabilisce, il privato può chiedere che l’amministrazione stabilisca il quantum, entro due mesi dalla domanda e versi il denaro entro i successivi 30 giorni; c) con citazione avanti la Corte d’appello il privato può contestare la stima dell’indennità offerta. Problema ancora insoluto è quello dell’individuazione di una metodologia condivisa per il calcolo dell’indennizzo da reiterazione ex art. 39 T.U.. Al riguardo le soluzioni di volta in volta adottate dagli enti esproprianti sono state varie. Se in alcuni casi l’indennizzo è stato stabilito in modo forfetario quale percentuale dell’indennità che spetterebbe per l’esproprio, alcune amministrazioni ed alcuni tecnici hanno invece individuato il danno da reiterazione nella somma pari agli interessi legali dovuti sulla indennità di esproprio, sulla base di un ragionamento secondo cui il danno effettivamente prodotto non potrebbe che essere equiparato all’unica circostanza certa, costituita dalla mancata corresponsione dell’indennità di esproprio, il cui pagamento (dovuto secondo i termini della procedura) viene indebitamente ritardato a causa della reiterazione del vincolo. Questa potrebbe costituire un interessante soluzione, a patto che gli interessi legali si calcolassero dalla data di scadenza del vincolo e non dalla reiterazione del medesimo. Infatti – stante l’obbligo della P.A. di rinormare l’area in caso di vincolo decaduto (potendo ben decidere di riapporre detto vincolo o di dare una diversa destinazione) - se il privato non ha potuto utilizzare il bene per un periodo superiore ai 5 anni è evidente che l’eventuale calcolo degli interessi dovrebbe partire dal giorno in cui il vincolo è decaduto e fino a quando è stato reiterato, salvo poi generare interessi fino all’effettiva corresponsione della somma così determinata. Questo ragionamento trova un suo fondamento nelle pronunce della Corte Costituzionale (da ultimo sentenza 20 luglio 2007, n. 314) secondo cui, nel caso di decadenza di vincoli urbanistici a contenuto espropriativo, la reiterazione o la proroga dei vincoli stessi comporta necessariamente la previsione di un indennizzo, diretto al ristoro del pregiudizio causato dal “protrarsi della durata”. Sulle carte del PRG, infatti, resta il segno di un vincolo che rende non commerciabile l’area e che, pertanto, la pone fuori dal mercato fino a quando il Comune non procede alla nuova ripianificazione. La data della reiterazione è il momento in cui il Comune deve pagare, ma per il periodo antecedente; infatti, dalla data della reiterazione del vincolo, il danno è “coperto” dall’indennità (di esproprio e di occupazione), salvo che generi ulteriori interessi per la mancata corresponsione nei termini dovuti. Conferma tale assunto anche il parere del Consiglio di Stato sul T.U. (Adunanza Generale - Parere 29 marzo 2001 n. 4/2001) secondo cui il comma 5 dell’art. 39 del T.U. impone il cumulo dell’indennizzo da reiterazione con l’indennità di esproprio, diversamente rendendo irrilevante la reiterazione del vincolo preordinato all’esproprio, se relativo ad un’area poi espropriata. In ogni caso, qualunque sia la via seguita, vanno considerati alcuni punti fermi, cioè: a) il vincolo decaduto fa cadere il terreno nel limbo della zona bianca  (Consiglio Stato, sez. IV, 15 febbraio 1993, n. 167; Consiglio Stato, sez. V, 18 marzo 2003, n. 1443); b) il calcolo dell’indennizzo per l’esproprio così come quello per la reiterazione del vincolo deve tener conto della eventuale edificabilità di fatto dell’area, criterio che sostituisce quello della edificabilità legale in caso di zona bianca, ai fini della corresponsione dell’indennità  (Cass. Sez. Un. 23.4.2001 n. 172, 21.3.2001 n. 125). Si può affermare che l’edificabilità di fatto, per le zone bianche, coincide con l’edificabilità di diritto, nel senso che essa è l’unico criterio discretivo. L’edificabilità di fatto va valutata con riferimento alle dotazioni territoriali esistenti (rispetto a quelle richieste dalla legge o dai piani) nell’ambito territoriale in cui l’area si inserisce. Anche la Corte Costituzionale (sentenza 2 marzo 2004 n. 73) ha confermato l’edificabilità di fatto come unico criterio per le zone bianche. In ogni caso, indipendentemente dal criterio scelto per la determinazione dell’indennizzo, questo andrà sempre in un modo o nell’altro ancorato all’indennità di esproprio, e quindi risentirà indirettamente delle novità introdotte dalla finanziaria.

L’articolo 43 del Testo Unico

Argomento dibattutissimo ed oggetto di numerosissime pronunce giurisprudenziali è l’art. 43 del T.U., che consente di regolarizzare le procedure “sbagliate”. Di fatto, riconosce all’autorità amministrativa il potere di acquisire al patrimonio pubblico anche un bene occupato senza titolo idoneo, purchè ciò avvenga sulla base di un formale atto amministrativo, fondato sulla "valutazione degli interessi in conflitto" e con il riconoscimento al privato del ristoro del danno. In particolare, la valutazione degli interessi in conflitto va effettuata con rigore nel senso che il nuovo provvedimento deve trovare la sua giustificazione nella particolare rilevanza dell’interesse pubblico posto a raffronto con l’interesse del privato. Secondo il Consiglio di Stato, le modalità (occupazione appropriativa od usurpativa) di acquisizione del terreno non rilevano, dovendo ritenersi che la stessa distinzione tra occupazione appropriativa e usurpativa non assume più rilevanza (Ad. Plen, Cons. Stato  sentenza 29 aprile 2005, n. 2), producendo gli stessi effetti.
Secondo l’Adunanza Plenaria, ciò che maggiormente rileva è che la norma individua nel provvedimento amministrativo di acquisizione - e non già in un mero fatto - l’unico titolo idoneo a costituire il diritto di proprietà in capo all’amministrazione, prevedendo in ogni caso per il privato il diritto al ristoro integrale, cioè al risarcimento del danno "senza pregiudizio per l’eventuale azione già proposta". Uno dei principali punti discussi riguarda la giurisdizione nel settore delle occupazioni illegittime. A favore della giurisdizione del T.A.R. si è espressa la Corte di Cassazione, Sez. Unite Civile (sentenza 7 febbraio 2007 n. 2688) secondo cui la giurisdizione del giudice ordinario nel settore delle occupazioni illegittime sarebbe residuale ed invocabile solo quando i comportamenti materiali dell`amministrazione, comportanti immissione in possesso del fondo privato, la sua mera detenzione o la sua irreversibile trasformazione, si siano prodotti in carenza di qualsiasi dichiarazione di pubblica utilità, ovvero quando il decreto di espropriazione (o altro provvedimento ablatorio) sia stato emesso con riferimento ad un bene la cui destinazione ad un`opera di pubblica utilità non abbia mai avuto luogo (fattispecie tutte rientranti nella categoria di occupazioni illegittime, convenzionalmente denominate "usurpative"). In questo senso anche: a) la sentenza della Cassazione a Sezioni Unite 2.7.2007 n. 14954 secondo cui spetta al T.A.R. la giurisdizione anche quando - in astratto – l’annullamento ex tunc della pubblica utilità sia tale da ripristinare la situazione di diritto soggettivo, in una situazione definibile – a posteriori- come occupazione usurpativa; b) molteplici decisioni dei giudici amministrativi (Consiglio di Stato sez. IV, sentenze 30.11. 2007 n. 6124 e 16.11.2007 n. 5830; T.A.R. Sardegna, Sez. II – 31.1.2008 n. 83). Molto delicato è anche il tema della applicabilità retroattiva dell’art. 43. In merito si è espressa in senso negativo la Corte di Cassazione, Sez. Unite Civili del 19 dicembre 2007 n. 26732, secondo cui "l`art. 43 d.P.R. n. 327 del 2001 è inapplicabile ove l`acquisizione alla proprietà pubblica sia avvenuta per irreversibile trasformazione del fondo occupato, consumata anteriormente all`entrata in vigore della stessa norma, tanto più ove la responsabilità per l’appropriazione sia definita contrattuale, nell`ambito dell`azione di risoluzione di precedente contratto di cessione dei beni oggetto di occupazione, per inadempimento dell`amministrazione cessionaria". La sentenza non parrebbe applicarsi al caso in cui non sia avvenuta l’occupazione acquisitiva, cioè quando manchino sia il decreto di esproprio sia la valida  dichiarazione della pubblica utilità, prima che sia avvenuta l’irreversibile trasformazione del fondo. Resta fermo che, secondo recentissime sentenze, non esisterebbe più l’occupazione né acquisitiva né usurpativa, ma solo un illecito della p.a. che può portare alla proprietà pubblica solo per effetto dell’usucapione. Secondo l’adunanza Plenaria del Consiglio di Stato 9/2007 , come pure il CDS sez. IV 2582 del 21.5.2007, l’articolo 43 del T.U. sarebbe invece retroattivo perché l’atto di acquisizione, in quanto emesso ab externo del procedimento espropriativo, non rientra nell’ambito di operatività della norma transitoria di cui all’art. 57 del T.U., la quale riferendosi ai procedimenti in corso ha previsto norme transitorie unicamente per individuare l’ambito di applicazione della riforma in relazione alle diverse “fasi fisiologiche” del procedimento. Sempre in senso favorevole alla retroattività dell’art. 43 del DPR 327/2001 si segnalano T.A.R. Sardegna, sez. II, 31.1.2008 n. 83, T.A.R. Lombardia - Milano, Sez. II, 23 gennaio 2008 n. 156 e T.A.R. Emilia Romagna – Bologna, sez. II - sentenza 7 dicembre 2007 n. 802.
 
Conclusioni

 Come si è visto i problemi che le amministrazioni esproprianti devono affrontare sono molti e complessi, ed oggi errori grossolani o una consapevole violazione delle norme (magari con l’offerta di indennità decisamente inferiori al valore di mercato) non possono più essere ammessi. Le amministrazioni, infatti, dovranno porre molta attenzione nella determinazione delle indennità, poiché una eventuale violazione delle nuove modalità di calcolo potrebbe condurre alla condanna dello Stato italiano al risarcimento del danno al privato (pari alla differenza tra quanto determinato dalla autorità espropriante e quanto sarebbe stata la giusta indennità), con successiva possibilità di rivalsa da parte dello Stato sull’ente espropriante (art. 1/1217 della legge 27 dicembre 2006 n. 296

In questo confuso panorama, come si può fare a portare un po’ di chiarezza? Io credo che tutti gli operatori debbano dare il proprio contributo. I tecnici, incaricati a vario titolo delle perizie, devono collaborare, nell’interesse di tutti, a chiarire il valore dell’area, in particolare avendo cura di determinare se essa sia edificabile (anche se di mero fatto per effetto di un vincolo decaduto). Le altre problematiche dovranno essere chiarire dal legislatore o dai giudici.

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